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Nm 6,22-27; Sal 66,2-3.5.6 et 8; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

MARIA MADRE DI DIO

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4). Questo è l’unico luogo, in tutte le sue lettere, dove Paolo parla di Maria; e ne parla per sottolineare, da questa prospettiva, la nuova realtà in cui ci troviamo, l’essere figli.

Naturalmente, che siamo figli di Dio lo sappiamo benissimo: è un’espressione che siamo abituati a sentire, ci è familiare. Ma non credo che la abbiamo davvero capita. Infatti dobbiamo ammettere che, in fondo, la nostra esistenza come cristiani molto spesso è più da “schiavi” – direbbe Paolo, riferendosi ad una condizione sociale e giuridica abituale al suo tempo – di Dio, cioè da “servi”, che non da figli. Lo schiavo infatti, come farebbe un moderno dipendente stipendiato, deve guadagnarsi un buon trattamento dal padrone o dal datore di lavoro, e il suo rapporto con lui è determinato da una mediazione: la legge, o una legge, da osservare. E’ una situazione vivibile, ma ingrata; intanto, si è estranei ai voleri del padrone, che sono obbediti, ma non accolti, o interiorizzati; sono subìti, ma non amati; e infine a questi, come a tutti i comandi, si cerca di sfuggire, o di osservarli il minimo indispensabile, o di bilanciarli con i propri interessi. Infatti lo schiavo e il padrone hanno interessi diversi, incompatibili. Inoltre, lo schiavo deve solo ubbidire: non gli è chiesta alcuna responsabilità, se non la pura esecuzione. E’ un minore, o un minorato. Non solo non è libero perché deve ubbidire, ma, ancora di più, gli è preclusa la stessa libertà di comprendere. Insomma, non decide lui per se stesso.

Il figlio è proprio il contrario: non è estraneo al padre, perché i suoi interessi non sono distinti; non riceve alcun compenso in moneta, alcun stipendio, perché il padre stesso è la sua eredità, e il suo compenso è abitare con il padre, stare con lui nell’amore, e non in base ad un contratto di lavoro, ad un accordo, che prevede meriti e punizioni. Per questo il figli sa di potere sempre contare sul padre, sa che il padre, siccome e proprio perché è tale, è sempre in suo favore; il figlio può essere un disgraziato, un rinnegato, quel che si vuole, ma il padre rimane tale, se è veramente padre, degno di questo nome.

Mi domando se in fondo noi non pensiamo che Dio, nonostante quel che siamo abituati a sentire dire, sia per noi piuttosto un padrone, o un padre assente, o un datore di lavoro, che non un padre; ci sarebbe da domandarsi se questa “pienezza dei tempi” sia giunta in effetti, o no. Infatti non basta che sia giunta 2000 anni fa, se non è giunta per noi. E così impariamo che la vita cristiana non è un delegare ad altri la nostra coscienza, nemmeno ai sacerdoti – se Dio è padre non è possibile alcuna mediazione di nessuno; solo se è legge o giudice la mediazione è possibile, anzi, diviene necessaria – i quali possono solo dire la sua tenerezza. E questa non trasforma il male in bene: un padre sa che la droga che prende suo figlio è un male, ma il figlio rimane sempre tale, ancora più sofferto. Per questo la Chiesa, secondo la suggestione di papa Francesco, è un ospedale, non una caserma. Il che, in fondo, può dispiacere: le regole danno sicurezza, ma solo l’amore è libertà. E questa è difficilmente gestibile.