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Sir 24,1-4.12-16; Sal 147,12-13.14-15.19-20; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

ABBIAMO VISTO LA SUA GLORIA

Una buona regola per interpretare le parole delle Scritture è, a mio parere, quella di capovolgerne il significato “umano”, e di intenderle in una prospettiva davvero “divina”, cioè come si possono comprendere non dall’uso del linguaggio abituale, ma da quanto quelle parole dicono se attribuite a Gesù Cristo. Così il termine “sapienza”, visto in astratto o nel suo uso più comune, ci incute un certo timore riverenziale: dice certamente il “piano di Dio”, il Suo disegno d’amore, l’ordine con il quale ha creato tutte le cose, in fondo la Sua stessa onniscienza – cose tutte alle quali alludono le prime due letture di oggi –, ma non è forse vero che Paolo ci parla di Gesù come “potenza di Dio e sapienza di Dio”? E di quale Gesù parla? Non del pantocrátor, l’Onnipotente signore e creatore di tutte le cose, ma del crocifisso, di Colui la cui sapienza consiste non nell’essere il più grande perché onnisciente, ma il più piccolo, perché, nella sua onniscienza, umiliò se stesso, accettando di essere rifiutato e abbandonato, non chiedendo ed esigendo il rispetto e l’onore che la sua signoria Gli avrebbe dovuto. Così Colui che è infinitamente sapiente ci dice, l’unica volta nella quale ci dice espressamente di imparare qualcosa da Lui: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”, mostrando che il senso della sapienza è quello di farsi più piccoli, non più grandi. Il che è esattamente il contrario di quello che abitualmente pensano i sapienti “secondo la carne”, o secondo il mondo. Ed è interessante che non ci chiede di imparare altro, proprio come se tutto si condensasse nella sua mitezza e umiltà; la quale ultima consiste appunto nel rinunciare a ciò che ci spetta, in fondo al proprio stesso diritto. “Vi ho dato infatti un esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi”, ci ha detto; per giunta, non mettendo la toga e il tocco dottorale, ma cingendosi di un grembiule, come un servo.

Così il termine “gloria”, tanto usato da San Giovanni, che nel vangelo di oggi ci dice appunto: “abbiamo visto la sua gloria”. “Gloria” dice la maestà divina, il Suo splendore, la nube misteriosa che riempie il tempio ed il santuario, la meraviglia della creazione; ma la gloria che ha visto Giovanni è Colui che vedremo ferito al costato da un colpo di lancia, e che qui vediamo in un bambino, che non è precisamente l’immagine della gloria che noi ci aspetteremmo. Eppure, è innegabile, se ci pensiamo bene, che proprio qui sia davvero la gloria, di Dio, una gloria molto più profonda e stupefacente di quella che l’Antico Testamento intravvide negli esempi che ho riportato. Cioè: “sapienza” e “gloria” non vengono svuotati di significato, ma vengono implementati di un nuovo, più profondo e più vero significato. E così la sapienza umana non è abolita, ma superata; non è frustrata o rinnegata, ma dilatata a spazi più ampi.

E così capiamo, trasportando questi termini al significato concreto che assumono, che il sapiente non è, come noi potremmo pensare facilmente, il topo di biblioteca, o il professorone chiuso nei suoi libri, o in genere coloro che amano “sdottorare”, i tuttologi che appaiono sotto i riflettori a dire la loro su tutto; veramente sapiente è chi, nel silenzio e nel nascondimento, vive servendo il prossimo e custodendo ogni giorno quella Parola che era presso il Padre e a noi è risuonata, chiunque egli sia, dal padre di famiglia che cerca di fare il suo dovere alla suorina che accudisce i malati. E così possiamo contemplare la gloria di Dio certamente nelle meraviglie del creato, ma anche, e ancora di più nel povero, in colui che ha bisogno di noi (anche solo semplicemente del nostro ascolto o della nostra pazienza), perché è di lui che è stato detto: “quel che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli [e, poteremmo aggiungere, più poveri materialmente, ma anche più stupidi mentalmente, o più trascurati, qualunque cosa questo possa significare] lo avete fatto a me”. E’ difficile pensare che la gloria di Dio risplenda in paesaggi così tristi; ma è proprio questo al quale la profezia così alta di Giovanni ci richiama. Come sempre, la parola del Signore, il Suo Verbo, aiuta a pensare e dilata i nostri orizzonti, non li amputa o rimpicciolisce.

 

Ottavio De Bertolis SI