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At 1,1-11; Sal 46,2-3.6-7.8-9; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

I discepoli tornano in Galilea: tutto riprende da dove era iniziato. Ormai Gesù non è più fisicamente con loro e la solitudine si fa sentire, con tutto il peso delle incertezze che accompagnano i primi passi di una comunità senza più la presenza visibile di un «capo», che la guidi e ne prenda le difese al momento opportuno. Adesso bisogna imparare a riconoscere il Maestro presente in mezzo ai suoi in maniera diversa.

La “Galilea delle genti” – la regione semipagana nella quale si incontrano razze, culture e religioni – è il luogo in cui tutto riprende vita. La vita quotidiana, con le sue fatiche e le sue contraddizioni, le relazioni, talvolta inquietanti, che compongono il complesso mosaico dei giorni, è il “luogo” concreto in cui Gesù incontrerà (e seguita ad incontrare) di nuovo i suoi, dopo la tremenda esperienza della croce e quella, spesso turbata dal dubbio, della resurrezione. Risorgendo dai morti, Gesù si è mostrato vivo, ma ormai è cessata la sua presenza visibile e abituale.

I discepoli devono imparare a cogliere, a sentire la sua presenza, benché invisibile agli occhi; perciò devono abbandonare nostalgie e illusioni e tornare alla realtà quotidiana, in Galilea appunto, per ricominciare. Gesù è scomparso dalla loro vista, ma la sua voce continua a risuonare nel cuore. Quel ritorno è un fare memoria, anzi è celebrare il Memoriale della morte e della risurrezione del Signore nell’attualità della vita. La Parola che li aveva chiamati a seguire il Maestro ancora convoca e unisce… Gesù aveva detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20): è, in primo luogo, l’immagine della comunità liturgica, che si riunisce nel nome del Signore, ne ascolta l’insegnamento e diviene una cosa sola con lui nella comunione al suo corpo e al suo sangue; ma il Signore è presente anche ogni volta che il discepolo stabilisce con un fratello una relazione segnata dalla carità. Quando il Signore si rende presente, egli opera, trasforma, converte…

Il tornare in Galilea diventa per i discepoli un rileggere quanto hanno vissuto con Gesù alla luce del mistero pasquale; è un comprendere in modo nuovo ciò di cui sono stati testimoni fin dal battesimo di Giovanni, perché, dopo ciò che è accaduto a Gerusalemme, non c’è più spazio per le illusioni. Gesù alla fine era apparso ai loro occhi nella veste tragica del Servo del Signore (cf Is 53); con la sua risurrezione egli è stato intronizzato come Signore della gloria e gli è stato messo tutto nelle mani: la sua Parola è la Legge che fa giustizia e stabilisce nel mondo l’ordine dell’amore.

I discepoli vanno «sul monte che Gesù aveva loro fissato». Il «monte» è sempre il luogo alto e remoto nel quale Dio incontra l’uomo: sul Sinai egli si è manifestato a Mosè e gli ha affidato le tavole della Legge per il suo popolo; sul Moria, dove doveva immolare il figlio, Abramo ha conosciuto la fedeltà di Dio; su un monte Gesù proclama la nuova Legge e dichiara beato chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia; su un monte egli ha manifestato la sua gloria a tre dei suoi affascinati e attoniti; sul Calvario, infine, si è rivelato l’Amore del Padre per il mondo.

Salire il monte richiede spesso un’ardua fatica; ma viene ripagata, perché di lassù lo sguardo può spingersi più lontano; di là anche le cose che sembrano più grandi e desiderabili appaiono per quello che sono: piccole, dinanzi all’immensità; il monte è il luogo della solitudine, dove si può intuire il sussurro di Dio nello spirare del vento che dà voce al maestoso silenzio che avvolge le vette. Sul monte della fatica e dell’ansia quotidiana – modesto sempre eppure impegnativo e talvolta difficile – l’uomo può salire con la fiducia di incontrare Dio.

Nel Vangelo di Matteo si parla la prima volta di un monte quando Gesù, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, torna in Galilea; su quel monte Gesù sale, seguito dai discepoli, e messosi a sedere proclama le beatitudini del regno (cf Mt 5-7). Bisogna ricominciare da quella Parola per ritrovare il Signore e la via della vita.

Sul monte indicato da Gesù gli apostoli si prostrano, come si fa soltanto dinanzi a Dio (qualcosa ricorda il racconto della trasfigurazione cf Mt 17,1-8). Ma a questo atteggiamento di adorazione si accompagna una fede incerta: «alcuni però dubitavano». È un’esperienza degli Apostoli condivisa dal credente. Per gli Apostoli era ancora aperta e sanguinante nei cuori la piaga della sconfitta e incombeva la paura di un nuovo “tradimento” delle loro attese. Per i credenti di ogni tempo, l’esperienza della sequela, presto o tardi, li porta ad incontrare la croce, un evento che cambia il modo di guardare tutto e anche Dio stesso e la sua salvezza, sicché rimane sempre latente la tentazione di “vedere” il Signore come un “fantasma”, cioè come una realtà evanescente, ambigua e inquietante. È la fatica del cristiano: vivere la fede continuamente insidiata dal dubbio.

Con tutto ciò, a questo gruppo di uomini deboli, smarriti e senza sostegno Gesù affida la missione: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato». Dovranno essere dei pellegrini della Parola (cf Mt 10,1-15); andranno in fretta, senza mezzi e senza difesa, come fa chi fugge mentre incalza la persecuzione (cf Mt 10,23); per rifugio avranno la benevolenza di chi li accoglierà; non possederanno altro che il messaggio di cui sono portatori e per la loro sussistenza potranno contare soltanto sulla generosità di chi vi presterà orecchio. E non ci saranno confini: la Buona Notizia dovrà raggiungere «tutte le nazioni».

Il loro compito sarà “ammaestrare” – cioè rendere esperti gli uomini di ogni razza e di ogni lingua – su tutto ciò che Gesù ha detto loro; e potranno farlo, perché «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Il discepolo, continuando il magistero di Gesù, ripeterà ciò che ha visto e udito; ripeterà senza stancarsi e a costo di apparire ingenuo quel «beati…» che inaugura un modo diverso e nuovo di concepire la vita (cf Mt 5,3ss); aprirà la mente a una legge diversa e più perfetta dell’antica; insegnerà a dare culto a Dio con cuore sincero e senza apparire (cf Mt 6,1ss); inviterà ad affidarsi a Dio, che è Padre provvido, e parlerà del Regno, cioè di come Dio vuole il mondo e la convivenza tra gli uomini, ed esorterà a mettere in pratica i comandamenti di Gesù perché egli sia manifestato nell’amore reciproco; nello stesso tempo però ammonirà chi l’ascolta a non coltivare illusioni, perché il Regno è umile e lo riconoscono soltanto i semplici: è come un granello di senape! (Mt 13,31-32), e sulla terra potrà essere gustato solo nel “segno”; il suo compimento, infatti, è riservato al giorno il cui il Signore tornerà per regnare sovrano su ogni cosa.

Oltre ad ammaestrare, gli apostoli dovranno battezzare «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo»: all’apertura della mente e del cuore dovrà seguire l’immersione in Dio, l’innesto nella sua stessa vita, perché gli uomini vivano di lui. Il Battesimo nel Nome, infatti, significa immersione nell’intima realtà di Dio. Questo avviene quando, mediante la fede, viene accesa la vita divina nelle creature. Nell’incontro al roveto ardente, Mosè desidera conoscere il nome di Dio, cioè conoscere quel Dio che gli parla e lo costituisce per la missione. Il nome definisce la persona e la sua missione; il Nome definisce l’intima essenza di Dio: a Mosè Dio si rivela come Colui che è presente e prova compassione, come il liberatore, come colui che, dando una legge – espressione della sua Sapienza creatrice – , trasforma delle tribù litigiose e schiave in un popolo di uomini liberi. Essere battezzati nel Nome di Dio, dunque, significa essere immersi in Dio stesso, essere “presi in consegna” da lui, che diviene per sempre padre e protettore della creatura. Il Battesimo dunque segna la persona, le conferisce ciò che è definito appunto dal nome nel quale viene battezzata. L’acqua nella quale il battezzando viene immerso è il simbolo dello Spirito e della fecondità che esso dona là dove giunge. L’uomo dunque, nel battesimo riceve lo Spirito di Gesù, il Figlio di Dio. L’immersione battesimale continua nella comunione con una comunità accogliente, che concretamente sostiene e conforta nella fatica di vivere.

S. Paolo scrive: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati (=immersi) nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.» (Rm 6,3-4). E ancora: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.» (Gal 3,27).

Il battesimo realizza la comunione dell’uomo con Dio, «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, … Poiché di lui stirpe noi siamo.» (At 17,28). E questa comunione si realizza vivendo quotidianamente nella propria carne il mistero della morte e resurrezione del Signore. È la realtà nella quale l’uomo vive per la sua condizione, ma che il battezzato trasfigura in sé, così da diventare agli occhi del Padre “sacramento” del Figlio immolato come sacrificio di soave odore; è sempre Paolo ad esprimere in modo particolarmente incisivo questo concetto: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.» (Rm 12,1-2).

Infine Gesù comanda di insegnare. La fede, nata dall’ascolto della Buona Notizia e siglata nell’immersione nel Mistero di Cristo mediante il Battesimo, deve essere educata: essere discepoli significa mettersi in cammino dietro a uno che non si ferma mai e conduce a visioni sempre nuove: il cristiano è un amico del Figlio e, alla sua scuola, impara la relazione con il Padre; l’obbedienza che gli viene chiesta non è quella del servo, ma quella del figlio, che il Padre inizia alla Vita. L’obbedienza a Dio è perciò l’esaltazione della libertà nel massimo grado, perché è la via per accedere al cuore della Trinità. Il compito del discepolo dunque sarà di far conoscere Dio, la Vita tanto desiderata, raccontando e rappresentando in se stessi Gesù. Un compito vitale per il mondo; un’impresa impossibile. Ma Gesù rassicura: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».