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At 1, 1-11. Sal. 46, 2-3. 6-7. 8-9. Ef 4, 1-13. Mc 16, 15-20.

…predicate il vangelo ad ogni creatura…

L’ascensione di Gesù al cielo segna l’inizio della missione della Chiesa, che sarà sostenuta dal dono dello Spirito santo. Gesù manda coloro che hanno visto i segni che egli ha compiuto e hanno ascoltato la sua parola a diffondere la Buona Notizia in tutto il mondo. E così come Gesù è una cosa sola con il Vangelo, allo stesso modo la Chiesa deve presentarsi essa stessa come prova che verifica il messaggio di cui è portatrice. Cioè la Chiesa deve essere Vangelo vissuto, la cosa nuova che il Signore incessantemente compie, nuova creazione.

Predicare il Vangelo è incontrare le persone: è parlare al cuore di Gerusalemme! (cf «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù» Is 40,2). La Buona Notizia infatti non è un concetto o la comunicazione di un fatto, quanto piuttosto la condivisione e il dono di un’esperienza. Questo richiede la relazione tra persone. In essa è presente il Signore e si sviluppa la percezione della premura di Dio.

Gesù, scegliendo gli Apostoli, li chiamò ad uno ad uno. Egli parlava ai gruppi che si radunavano attorno a lui comunicando a ogni singola persona, perché “la buona notizia” viene dal cuore e va affidata al cuore. Gesù viene nel mondo col cuore pieno dell’amore del Padre; in ogni parola, in ogni gesto egli rivela l’amore traboccante di Dio per ogni creatura. Per questo chi lo incontra non ascolta soltanto delle parole e non è solamente testimone di gesti, ma viene investito dal vento dello Spirito.

Allo stesso modo, colui che Gesù invia per continuare la sua missione ha negli occhi e nel cuore il Mistero della Pasqua di morte e risurrezione nel quale si è manifestato l’amore di Dio per il mondo; l’ansia del Vangelo che muove il discepolo di Gesù nasce, come per Paolo, sulla via di Damasco, dove accade qualcosa – una “conversione” – che gli apre la mente e il cuore a una comprensione di Cristo che lo consola e lo inquieta: «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20). Pertanto l’Apostolo non è un semplice portavoce, ma un amico e familiare di Dio, uno che vive nel cuore e nella casa del Signore, uno che è nel mondo, ma non appartiene più al mondo, perché vive nel corpo, ma i suoi occhi sono fissi in Dio e ai suoi fratelli annuncia Colui per il quale arde di amore, perché da lui è stato amato per primo. Allora parlerà dall’esuberanza del cuore e la sua spinta apostolica non dipenderà dal consenso o dal dissenso, perché forte come la morte è l’amore che lo divora, le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Egli disprezza tutte le ricchezze e non accetterebbe nulla in cambio dell’amore (cf Ct 8,6-7). È l’amore di Cristo che lo spinge «al pensiero che uno è morto per tutti (…) perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (cf 2Cor 5,14) il primo compito dell’apostolo è incontrare le persone guardandole negli occhi, senza la preoccupazione di convincerle, ma proporre a testimonianza di ciò che i suoi occhi hanno veduto, gli orecchi hanno udito e le mani hanno toccato (cf 1Gv). A quel punto l’annuncio diviene un fatto da rifiutare o da accogliere.

L’Apostolo del Vangelo è uno che ha contemplato la Gloria di Dio.

…questi saranno i segni…

Si tratta dei segni che esprimono l’efficacia della Parola per cambiare il mondo. L’apostolo porta con sé una Parola piena di forza, perché è Gesù stesso che opera con l’apostolo (v. 20). E i «segni» che accompagnano e confermano la Parola celebrano la risurrezione, cioè la vittoria della vita sulla morte: il demonio viene cacciato, così la malattia, segno e anticipazione della morte. L’apostolo stesso è più forte di ciò che attenta alla sua vita: serpenti e veleni. La Parola di cui l’apostolo è portatore è gravida di vita: ciò è sottolineato dal fatto che la morte che tiene il mondo sotto minaccia costante (si tratta in particolare di quella morte che si cerca d’infliggere col tradimento – serpente – o con l’inganno – il veleno) non può nulla su di lui.

…parleranno lingue nuove…

La lingua nuova parlata e testimoniata dall’apostolo è la carità di Cristo. Questa è la lingua universale che tutti possono intendere e che ridesta ognuno dalla sua apatia, perché essa risponde alle attese più profonde di ogni creatura. Egli annuncia la buona notizia e a un tempo ne mostra l’efficacia mediante i prodigi che accompagnano l’annuncio. L’apostolo, come il Maestro, parla con autorità e gli spiriti gli obbediscono (cf Mc 1,27); essa infatti scaccia i demoni e il male che insidia l’uomo. La parola insomma ha in sé il potere di trasformare (convertire) la realtà, facendone un luogo nel quale Dio regna. Per questa ragione essa deve essere intesa da tutti. È la Parola che tutti possono comprendere, cioè la carità di Cristo, che compie prodigi: esorcismi e guarigioni (specie interiori), è ancora la carità che renderà innocuo il morso del serpente ed il tossico del veleno. E’ la carità di Cristo che unisce gli uomini e suscita tra essi comunione dalla quale si sviluppa una storia nuova.