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Ap 11,19; 12,1-6.10; Sal 44; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56

 

Maria, nel mistero dell’Assunzione, è la creatura che ha raggiunto la pienezza della salvezza, fino a risorgere unita a Cristo ed essere assunta nel mondo di Dio.

Il libro dell’Apocalisse è stato scritto in un momento di forte persecuzione dei cristiani.

È un testo rivolto agli iniziati – a coloro che sono maturi nella fede – e che possono cogliere le diverse sfumature del linguaggio simbolico usato e aprirsi alla speranza.

Apocalisse significa l’atto del rivelare; infatti manifesta il modo di Dio di leggere la storia dell’umanità, togliendo il velo sul significato di quanto sta accadendo.

Giovanni vuole infondere nuovo coraggio alla sua comunità perseguitata, mostrando come il disegno di Dio si compia nella storia nonostante la presenza e la minaccia del male.

Il brano proposto inizia con l’apertura del santuario celeste e l’apparizione in esso dell’Arca dell’Alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

Con la morte di Gesù il velo del tempio si è squarciato e la santità di Dio si e diffusa, consacrando tutto il mondo.

In questa ri-creazione il cielo si manifesta come la dimora definitiva del popolo con il suo Dio.

Nel cielo appare un segno grandioso: una donna, immagine della Chiesa, adorna di tutta la bellezza del mondo, perché è la sposa di Dio.

Questa donna partorisce nel dolore, poiché rappresenta un popolo peccatore, che tuttavia dà alla luce il Messia e il Salvatore.

Nel cielo appare un secondo segno: un drago, incarnazione di tutto il male della storia, che devasta cielo e terra e si oppone al disegno di Dio.

I due segni sono contrapposti l’uno all’altro: il grande futuro dell’umanità è messo in pericolo dall’invidia del diavolo che vuole divorare il parto della donna, ma il bene trionferà e la risurrezione dei giusti sarà segno di questa vittoria.

Il testo porta a compimento quella lotta tra la generazione della donna e la generazione del serpente annunciata nel terzo capitolo del libro della Genesi.

Se per Adamo ed Eva la percezione della propria finitudine è colta come debolezza, questa donna vive con umiltà il suo essere totalmente riferita a Dio come propria pienezza.

Il rifugiarsi nel deserto non è solo per sfuggire il pericolo imminente, ma è il simbolo di questo affidarsi totalmente a Dio, attendendo da lui di essere introdotta nella terra della promessa e della piena comunione nel suo amore.

Nel vangelo, il passaggio di Maria, come già quello dell’arca, suscita gioia e diviene fonte di benedizione e di lode.

Nel suo viaggio di carità verso Elisabetta, Maria porta il Cristo e, insieme con lui, reca lo Spirito che l’ha adombrata.

Elisabetta in Maria e Maria in Elisabetta, contemplano l’operosità di Dio e, l’una per l’altra, ne gioiscono.

La sterile e la vergine si abbracciano nello stupore del Dio, che può operare ciò che è impossibile alla creatura umana.

Il Magnificat, che prorompe dalle sue labbra, celebra il Dio che in lei ha fatto tutto.

Maria canta il Dio Salvatore, sia come “suo” personale salvatore, sia come salvatore del suo popolo.

È il Dio che salva le storie umane e personali; è il Dio della storia di salvezza.

L’azione di Dio nei suoi confronti è espressa da Maria come sguardo “ha guardato l’umiltà – o meglio la piccolezza – della sua serva”.

Sguardo che, secondo la Scrittura, è all’inizio di ogni vocazione e di ogni amore, ma che richiede un’adesione, un sì, una risposta nella fecondità della relazione.

Maria si sa vista nella sua piccolezza, nella sua povertà: lo sguardo d’amore dell’altro le consente di accogliere in lei la piccolezza non come ostacolo ma come occasione di grazia, come ricchezza e anche come perdono.

Vedere la propria pochezza con pace e liberalità è il passaggio necessario per vedere e confessare Dio e la sua azione.

L’Assunta ci insegna con il magnificat il primato della gratitudine, nell’accoglienza della propria finitudine e creaturalità.

Maria non ignora le sofferenze della storia; a lei è toccato vivere alcuni dei giorni più oscuri e più neri di tutta la vicenda umana!

Tuttavia ha preso coscienza che pure in quei giorni Dio si faceva vicino alla sofferenza dell’uomo, entrava dentro le nostre piaghe per confortarci e per fare di ogni momento doloroso una possibilità di esercitare la solidarietà e l’amore.

Nella seconda lettura, Paolo risponde alle domande dei Corinzi circa gli ultimi giorni e la risurrezione dai morti.

Se Adamo ha condotto l’umanità alla rovina, Gesù – il primo e nuovo Adamo – la conduce verso la vita.

Cristo è infatti la primizia dei risorti e a lui seguirà il resto del raccolto, cioè la risurrezione di tutti coloro che hanno creduto nella sua parola.

Cristo è vincitore della morte; ma egli non può dirsi tale se non la vince anche in coloro che sono suoi.

Tutto il suo regno, cioè tutto il suo popolo, deve vincere la morte.

Solo quando tutti i suoi saranno partecipi della risurrezione egli avrà compiuto perfettamente la sua opera e Dio sarà tutto in tutti.

La festa di oggi, allora, ci insegna a sperare, a leggere la storia non soltanto per le sue brutture, ma per tutti i gesti di amore che le sofferenze umane continuamente suscitano.

Maria, immagine della Chiesa, è il raccolto di vita nuova ed eterna che la morte e la risurrezione di Cristo ha conquistato e riconsegnato nelle mani del Padre.

Magnifichiamo il Signore e rendiamo grazie alla sua misericordia, perché ci è dato, nonostante la lotta che ancora ci contraddistingue, di assaporare il premio promesso ai buoni operai del Vangelo.

MM