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Is 55, 1-11; Is 12, 2-3. 4bcd. 5-6; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

La liturgia propone di contemplare il Mistero del Battesimo del Signore aiutati dal racconto di Marco. Si tratta di pochi versetti: la scena è estremamente sobria; l’attenzione è concentrata su Gesù, che si fa battezzare da Giovanni e riceve una rivelazione dal Padre. Tutto rimane come sospeso: lo spettatore di questa scena, straordinaria nella sua semplicità, ne intuisce la pregnanza e sente il bisogno di restare interiormente immobile per lasciarsi coprire dall’ombra delle figure che la occupano, aspettando che la vita che vi fa da sfondo si apra per lasciare intravvedere gli spazi sconfinati di Dio.

Forse l’opera artistica che meglio esprime questo momento di intensa sospensione interiore è quella di Piero della Francesca, alla National Gallery di Londra. In quel “Battesimo” tutto si concentra sulla figura di Gesù che sta coi piedi in un ruscello dalle acque cristalline; il Battista ha la mano levata sul suo capo per versare l’acqua. Attorno la vita sembra scorrere con il ritmo di sempre, ma tutto è come avvolto in un silenzio sospeso, in attesa di un suono.

L’evangelista Marco inizia il suo racconto proprio dal battesimo di Gesù, introdotto da poche note sul ministero di Giovanni Battista. Che cosa ha portato Gesù dalla Galilea ai guadi del Giordano? Che cosa ha vissuto fino a quel giorno? Il silenzio avvolge otre trent’anni di una vita. Una debole cornice e niente più per presentare al mondo un mistero insondabile. Una terra: la Galilea delle genti; Nazaret: un villaggio ai margini del mondo; una famiglia modesta di artigiani. Il mondo di Gesù è tutto addensato sul pendio di una collina; di qui usciva solamente per il pellegrinaggio che i pii israeliti facevano ogni anno fino a Gerusalemme. Queste poche note sono però una porta – stretta – per entrare in un mondo. Gesù appartiene a quel popolo di umili nei quali il desiderio del riscatto è più forte e più tenace l’attesa di un redentore; un popolo che alimenta la speranza raccontando, la sera a veglia, le opere grandi di Dio, le sue promesse al padre Abramo; un piccolo popolo che ogni sabato si nutriva delle Scritture, le ascoltava con orecchio teso e il cuore attento e meditava la parola dei Profeti, la conservava nel cuore, viatico per la fatica dei giorni; un resto fedele, che sapeva quanto piace al Signore la solidarietà e la difesa dei deboli, l’amore agli umili, e che esso riconcilia il peccato ben più degli olocausti e dei costosi sacrifici, un piccolo popolo che sapeva che l’invocazione e la lode del Nome santo è gradita soltanto se cantata dalle labbra di chi pratica la giustizia.

Gesù per trent’anni ha mangiato di questo pane. La parola dei Profeti dei quali si è nutrito il suo cuore e la sua preghiera rivive in lui con una forza magnifica e inarrestabile: è come se secoli di tradizioni cristallizzate in tante pratiche, frutto di usi umani, in lui fossero state spazzate dal vento impetuoso dello Spirito e la parola che aveva infiammato il cuore degli uomini di Dio divampasse in lui con una potenza inarrestabile emanando una luce capace di fendere la più nera delle notti.

Gesù mosso dallo Spirito di Dio scende ai guadi del Giordano, dove Giovanni battezza. È uno dei tanti, confuso con i peccatori accorsi al grido di questo Profeta uscito dal deserto e comparso d’improvviso in mezzo al popolo con un messaggio atteso e incredibile: il Messia sospirato da generazioni è vicino. Giovanni propone di rinnovare il cuore e di ricevere un battesimo di penitenza nel sacro Fiume che segna il confine tra il deserto e la terra degli uomini liberi. Il figlio del falegname di Nazaret aderisce a questo invito a tornare alla fedeltà antica e si immerge nelle acque del Giordano. E qui la lunga preparazione vissuta fin dalla sua infanzia in ascolto di Dio giunge a compimento. È, si potrebbe dire, lo svelamento della vocazione di Gesù: il Padre gli parla al cuore con le parole del Profeta: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (cf Is 42,1 e Sal 2,7). La missione finalmente incomincia e sarà luce per Israele e per tutti i popoli.

Nelle intenzioni della liturgia si vuole sottolineare questo nuovo “titolo” dato a Gesù. Il tempo di avvento e poi il Natale avevano preparato la manifestazione del Figlio: nell’annunciazione l’angelo Gabriele ne aveva parlato come del Santo e Figlio di Dio. Gli angeli ne avevano annunziato la nascita ai pastori con parole simili: Salvatore, Cristo e Signore. Al tempio Simeone aveva parlato di lui come salvezza della luce per le genti e gloria del popolo e ancora come rovina e risurrezione e segno di contraddizione. Il Battista lo aveva annunciato come uno più grande dei Profeti, come lo Sposo di Israele e dispensatore dello Spirito di Dio. Ora non è più l’angelo, ma è il Padre che parla: Gesù è il prediletto del quale egli si compiace, l’Adamo secondo il suo cuore, il vero israelita, il vero figlio di Abramo per il quale sono la terra e la discendenza.

Ma ci interessa anche, e forse di più, scoprire come questa chiarezza sia giunta lentamente lungo il trascorrere quieto di giorni in una storia umana fatta di speranze e fatiche, tessuta di delusioni e di entusiasmi; una storia nella quale al cadere di ogni sera iniziava di nuovo l’attesa di un’alba diversa e l’orecchio si tendeva in attesa di un annuncio.

Contemplando il mondo piccolo e immenso di Gesù si intuisce che la storia, ogni storia, anche la più modesta, è il libro che Dio scrive con pazienza infinita per parlare di sé all’anima, per manifestarsi al più umile non meno che al più grande. La storia è il luogo in cui la superbia deve chinare il capo all’impotenza che si impone con silenziosa spietata fermezza a causa dei limiti che ogni povera umanità si porta fin dalla sua origine; è il luogo in cui il cuore, se ne trova il coraggio, può scoprire che ciò che ha di più forte è proprio ciò di cui più si vergogna: quei sentimenti che lo fanno essere nobile o meschino e che lo fanno sentire vulnerabile a un semplice sguardo. La povera storia di ognuno è il tino in cui fermenta il vino maturato nella fatica e sotto il sole inesorabile dell’età che avanza; è il mosto che manda già il profumo di una giustizia che si vuole piena e per tutti e lo sdegno che erompere dal cuore e grida con un ardimento che non si immaginava verso ciò che ora umiliare un’anima dal destino immortale. La storia di un uomo, sia essa grande o modesta, è il grembo in cui cresce la tenerezza e svela quanto può essere grande un cuore. La storia, specie quando e tribolata, fa maturare nel petto dei figli i sentimenti che fin dal principio sono del Padre creatore di tutte le cose.

Proprio la storia che ha vissuto, il villaggio in cui è nato, le persone che ebbero familiarità con lui hanno condotto Gesù a conoscere da vero uomo il Padre che sta nei cieli e a scegliere di essergli fedele ben oltre le tradizioni, le consuetudini e le leggi: Gesù ha scelto di essere fedele al Padre in quell’amore in cui fu educato e che egli seppe vivere in modo unico, un amore senza misura e senza condizioni. E il Padre lo ha proclamato figlio diletto nel quale il suo cuore trova riposo.

Questo è il fermento che fa crescere una vita e la indirizza verso la vie della gioia piena, della libertà perfetta, della signoria sulle cose create; è quello che chiamiamo vocazione.

Questa perciò è la via da percorrere per imparare a conoscere Dio e per comprendere come si vuole spendere i propri giorni. Chi giungerà a questo traguardo si scoprirà solo. Ma non avrà paura perché avvertirà vivere in sé una vita nuova e vera, piena e traboccante come acqua viva. Soprattutto sentirà intimamente di essere in Compagnia.