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Es 24, 3-8. Sal. 115, 12-13. 15 e 16bc. 17-18. Eb 9, 11-15. Mc 14, 12-16. 22-26.

La festa del Corpus Domini nacque a Liegi, in Belgio, nel 1247 per rispondere alle affermazioni di Berengario di Tours, il quale sosteneva che la presenza di Cristo nelle Specie Eucaristiche è solamente simbolica. Dopo il Miracolo di Bolsena (1263) il Papa la istituì nella Chiesa universale. Questa solenne manifestazione liturgica in onore dell’Eucaristia intende affermare la fede della Chiesa nella presenza reale del Signore Gesù nelle Specie eucaristiche e assumere con responsabilità la missione di annunciare la sua morte e proclamare con la vita e le opere la sua risurrezione in attesa della sua venuta nella gloria alla fine dei tempi.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo il Vaticano II e ad altre fonti importanti dice: «L’Eucaristia è “fonte e culmine di tutta la vita cristiana”. “Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua”.

“La comunione della vita divina e l’unità del popolo di Dio, su cui si fonda la Chiesa, sono adeguatamente espresse e mirabilmente prodotte dall’Eucaristia. In essa abbiamo il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono a Cristo e per lui al Padre nello Spirito Santo”. Infine, mediante la celebrazione eucaristica, ci uniamo già alla liturgia del cielo e anticipiamo la vita eterna, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15,28). In breve, l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare” (S. Ireneo)» (CCC 1324-1327).

Il racconto evangelico che illumina la contemplazione di questo Mistero riporta ciò che avvenne nella Pasqua che vide raccolti Gesù e i discepoli nel cenacolo di Gerusalemme. Egli sapeva che la sua ora era prossima e in quel banchetto rituale – nel quale si ricordava il passaggio dalla schiavitù alla libertà e come Dio, grazie al sangue dell’agnello col quale erano state segnate le porte degli ebrei, aveva preservato il suo popolo dalla furia dell’angelo sterminatore – volle unire delle parole ai gesti tradizionali, cambiandone così il senso e istituendo in quel modo il Segno sacramentale nel quale la sua passione e la sua morte venivano interpretati come il sacrificio che stabilisce tra Dio e gli uomini un’alleanza eterna e il perdono dei peccati. Disse infatti: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,26-28). Nei sacrifici, la vittima veniva immolata e con le carni s’imbandiva un pasto sacro con il quale si celebrava un’amicizia o un’alleanza ritrovata. La consumazione della vittima, resa sacra dal sacrificio, metteva in comunione con Dio. Nel contesto del banchetto rituale di Pasqua, Gesù sostituisce all’antico, attraverso l’assunzione dei simboli del pane e del vino, la celebrazione di un nuovo sacrificio di alleanza. Questa volta la vittima nella quale è siglato il patto è lui stesso. Volle perciò che ognuno prendesse del pane e del vino che egli aveva fatto passare così che, comunicando col pane e col vino, indicati come il Sacramento del Corpo e Sangue di Gesù – cioè come il “segno” vivo e vero della sua stessa persona immolata come gli agnelli sacrificali -, fossero associati a lui in una comunione di vita e di sorte per la quale la vita quotidiana diviene nella fede reale partecipazione alla sua passione e morte per risorgere, alla fine, con lui e vivere per sempre della vita di Dio.

Nel lungo discorso di Cafarnao riportato da Giovanni Gesù è ancora più esplicito; dice infatti: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete. (…) Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne. (…) In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,35.51.53-54)

Perciò discepoli che mangiano del pane e bevono al calice accolgono la benevolenza di Dio, che li “giustifica”, cioè li rende degni di sé, stabilendo con essi un’alleanza in cui egli, che è fedele nell’amore, si impegna a riconciliare sempre chi grida a lui e gli si affida con umiltà. Nell’Eucaristia dunque si celebra l’Alleanza perenne e irrevocabile tra Dio e gli uomini.

Colui che si ciba delle specie eucaristiche viene misticamente assimilato a Gesù, il Figlio gradito a Dio per la sua obbedienza amorosa fino alla morte infamante sulla croce: se col peccato l’uomo rifiuta Dio e se ne allontana in cerca di una libertà e di un’autonomia illusorie, mangiando del corpo e sangue del Signore ne assimila la vita, ne fa proprie le scelte, sicché nell’amico del Figlio il Padre vede Colui nel quale si è compiaciuto. Mangiando del Corpo e Sangue di Cristo l’uomo assume in sé l’eterna Sapienza di Dio, che era presso di lui quando fu fatto il mondo, torna sui suoi passi e riprende il cammino di casa.

Nella partecipazione al banchetto eucaristico l’uomo diviene familiare di Dio; egli infatti ama la creatura senza condizioni perché il Figlio ne ha assunto la debolezza e in se stesso l’ha offerta al Padre come sacrificio di soave odore. Mangiando della carne e bevendo del sangue di Gesù, l’uomo accetta di lasciarsi coinvolgere vitalmente da questo mistero.