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Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Dt 8,2-3. 14b-16°; Sal 147,12-13.14-15.19-20; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

 

Nella solennità del Corpus Domini la Chiesa professa solennemente e celebra la presenza reale di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia.

La festa nacque a Liegi in Belgio nel 1247 e il papa Urbano IV la estese in tutta la Chiesa con la bolla Transiturus de hoc mundo dell’11 agosto 1264, sollecitato dal miracolo accaduto a Bolsena, dove, durante la messa, dall’ostia era sgorgato sangue vivo che aveva macchiato il corporale, che ancora si conserva a Orvieto.

Oggi tutta l’attenzione si concentra sul Mistero eucaristico, fonte e culmine della vita della Comunità. L’Eucaristia, che celebra il memoriale della morte e della risurrezione del Signore in attesa della sua venuta, unisce i credenti e ne fa in Cristo un solo corpo e un solo spirito, come recita la preghiera eucaristica.

La liturgia della Festa propone di meditare su un brano preso dal capitolo sesto del Vangelo di Giovanni. Tutto il capitolo ha al centro la riflessione sull’Eucaristia, il cui racconto istitutivo è assente nel quarto evangelista. Il discorso di Gesù rimanda al segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci con il quale egli aveva voluto sostenere l’«esodo» dalla Pasqua antica alla Pasqua nuova di coloro che, avendo accolto la sua parola, avevano cominciato a seguirlo.

Nel discorso lungo e articolato che svolge nella sinagoga di Cafarnao, Gesù, riprendendo il segno dei pani, ha usato parole che colpiscono e inquietano. Infatti il loro significato immediato è senz’altro molto duro e per certi versi brutale. In realtà con quell’immagine egli vuole rimandare alla sua passione interpretandola come un vero sacrificio, che il discepolo deve accettare e assimilare – mangiare e bere – se vuole stabilire un rapporto autentico con Dio e con gli uomini.

L’orizzonte ideale sul quale porre le immagini suggerite da Gesù è quello dell’esodo; a quell’epopea fondamentale della storia d’Israele appartengono il richiamo alla manna (il pane “dal cielo”, cioè donato da Dio, per sfamare il popolo) e all’agnello il cui sangue aveva salvato le case degli israeliti dalla furia dell’angelo sterminatore.

Qui Gesù insite sulla carne e sul sangue, una separazione che rimanda alla morte violenta e al sacrificio: separare la carne dal sangue significava separarla dalla vita; con questo linguaggio, perciò egli annuncia la passione e la morte violenta, che non sarebbe tardata, e dichiarando la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue per avere la vita intende affermare la necessità di aderire alla sua passione e di accoglierla nella sua cruda realtà e perenne attualità storica come la via per realizzare la salvezza e come il luogo in cui si rivela Dio nel suo amore per il mondo.

Gesù afferma che chi cerca una relazione autentica con Dio, chi, cioè, vuole essere “giusto” e “santo”, deve accettare di cuore (cioè deve credere) il mistero della sua passione morte e risurrezione. Deve assumerlo volontariamente, assimilarlo e viverlo come asse portante di ogni scelta. Questa è la sola via per attraversare il deserto, per giungere al monte di Dio e per udirne la voce; questa è la sola via per quella comunione con Dio che assicura la vita.

Questo è ben di più dell’esigenza di una vita conforme alla legge. Qui Gesù pretende l’adesione a una prospettiva di vita che dai giusti di Israele fu tacciata di empietà e dai non credenti fu ed è giudicata stolta e perdente. È, se vogliamo, il dramma dinanzi al quale si trovarono i discepoli e che Tommaso visse in modo particolarmente forte e provocatorio. È lo snodo decisivo per ogni cristiano e si rinnova ogni volta che nei casi della vita si presenta l’alternativa tra la sapienza umana e la stoltezza della croce. Gesù pretende un cambio radicale di mentalità: non basta più essere irreprensibili quanto alla legge e non basta neppure la generosità nel dedicarsi a una nobile impresa; Gesù chiede ai suoi di essere ben più che gente dabbene; egli vuole persone che professano un Dio buono anche con i peccatori e con coloro che lo combattono; uomini che guardano con amore anche i nemici e sono disposti a dare la vita, perché sono certi che Dio è fedele e non lascerà perire gli amici del Figlio. Questo è molto di più di una religiosità perfetta fino allo scrupolo, ma che non cambia il cuore. Questa è la discriminante che definisce l’essere dei cristiani. Gesù vuole che chi lo segue gli sia amico sincero, pur con tutte le sue debolezze e i suoi peccati. Perché l’amico sincero, per la sua debolezza, potrà anche essere grande nel peccato, ma sarà certamente grande nell’amore.

Allora mangiare la carne e bere il sangue del Signore vuol dire interiorizzare la sua prospettiva di vita, che – per riprendere le parole del Vangelo – porta ad amare tanto il mondo da mettersi consapevolmente e volontariamente nelle mani degli uomini, come ha fatto il Maestro, e testimoniare che l’amore acceso da Dio nel cuore degli amici del Figlio non può soccombere neppure alla morte.

Qui dunque non si tratta di sostare – sia pure con sincero interesse – su alte questioni di dottrina; è in gioco piuttosto l’autenticità del rapporto con Dio, che non si dà se non si è scelto con serietà e vera decisione di condividere nel tempo la morte del Signore in vista della pienezza di vita nella risurrezione. Chi desidera la vita non perda dunque il tempo a cercare il cibo che acquieta la fame solo per un momento – e questo vale anche per il cibo che la provvidenza del Signore può procurare inaspettatamente – e non si illuda di esaurire l’impegno che gli deriva dalla fede nella lotta per una giustizia umana; bisogna piuttosto “mangiare” l’amore fedele di Gesù per il Padre e per gli uomini; bisogna nutrirsi di quella Sapienza (cf Ez 2,8-3,3; Ap 10,8-11) e lasciarsene plasmare. E tanto più si mangia del Corpo e del Sangue di Cristo quanto più ci si lascia consumare dalla compassione per gli uomini. La compassione – che è il sentimento di Dio – sarà la bussola nella vita quotidiana.

Allora partecipare all’Eucaristia e cibarsene è una scelta di vita. Partecipare alla Messa è una decisione, una scelta di campo. È una scelta personale ed è insieme la scelta consapevole di una Comunità che ha deciso di presentarsi al mondo come segno e luogo dell’incontro con Dio. Il rito, con la sua ricchezza simbolica assolve a questa funzione realmente trasformante perché è opera congiunta dello Spirito santo e di coloro che, per il Battesimo, sono divenuti figli nel Figlio: i molti divengono uno e si muovono all’unisono, parlano e acclamano come uno solo corpo: si fondono anche visibilmente in un’unità di cui Cristo è il capo e con lui chiedono che il Nome sia santificato, che il Regno venga presto e che la vita si affermi in tutto e in tutti e sia felice nel Signore e cresca a lode di Dio Padre. E il desiderio che li spinge a chiedere è tanto grande che sono disposti a mettere in gioco la propria carne.

L’adorazione eucaristica è un prolungamento della messa; mediante essa si vive misticamente il destino eterno dei salvati, chiamati a contemplare la meraviglia del Signore e a intercedere per la salvezza del mondo.