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DOMENICA XXXIV NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Dn 7, 13-14. Sal. 92, 1ab. 1c-2. 5. Ap 1, 5-8. Gv 18, 33b-37.

Con la celebrazione della festa di Cristo Re dell’Universo si chiude l’anno liturgico.

Il mistero di Cristo e del suo amore redentore, che nella liturgia si è dispiegato ed è divenuto luce nella storia vissuta lungo il corso dell’anno, trova in questa festa il suo culmine: Colui che non ritenne un privilegio la sua natura divina, ma umiliò se stesso assumendo la condizione di uno schiavo fino ad affrontare in silenzio il rifiuto degli uomini come un agnello condotto al sacrificio, ora riceve dal Padre il nome che è al di sopra di ogni altro nome: gli inferi sono sconfitti e i cieli e la terra si inchinano dinanzi a lui riconoscendo che lui solo è il Signore.

Questa è la professione di fede della Chiesa, che celebra i Misteri in attesa del ritorno del suo Re e Signore.

Oggi questo annunzio della regalità di Cristo sembra scontrarsi con una realtà che vorrebbe smentirla. Infatti gli eventi di Parigi che hanno sconvolto la fragile quiete di chi si sentiva al sicuro nel mondo e nella cultura Occidentali, anche agli occhi del credente gettano un’ombra di dubbio sulla signoria di Dio nella storia. L’odio scatenato contro il nostro modo di sentire, di pensare e di vivere; la furia indiscriminata verso persone innocenti e senza possibilità di difesa, fanno sentire la debolezze della nostra condizione, che affida solamente al diritto la propria sicurezza. Gli orrori del vicino Oriente hanno fatto irruzione nelle nostre città e non sono più riducibili a immagini raccapriccianti e per difendersi da essi non basta più volgere lo sguardo altrove fingendo che siano l’ultimo retaggio di un tempo inesorabilmente risucchiato da una storia ormai lontana secoli. No! Fanno parte della cronaca dei nostri giorni e alimentano la paura; il continuo rimbalzare sugli schermi della follia che ha abbattuto le frontiere della nostra illusoria sicurezza ci fa sentire non più al sicuro e anzi perduti, perché in qualunque momento uno può essere preso e l’altro lasciato, senza distinzione fra l’innocente e il colpevole. Agli occhi del folle e del fanatico scompare l’evidenza della ragione. Scompare il più elementare sentire umano e non resta più niente a fermare la violenza.

Sentiamo l’eco delle parole di Gesù: «Vi uccideranno credendo di dare gloria a Dio», esse darebbero almeno il sollievo di pensare a una nobile convinzione, se non ci trovassimo davanti all’evidenza di una lucida follia. Sembra restare spazio solamente per la resa rassegnata alla logica del male, dove il ricorso alla violenza o almeno alla minaccia sembrerebbe il solo modo rimasto per proteggersi dall’ingiusto aggressore. Ma le armi possono, al più, salvare la vita, non l’anima. E se l’odio e la furia si impadroniscono dell’uomo e ne fanno l’assassino del proprio fratello a che cosa servirà salvare la propria vita? E che vita potrà mai essere quella dominata dalla paura, dal sospetto e poi dall’odio omicida?

Eppure in questo mondo che ha perso la sua sicurezza e pretenderebbe di vivere la libertà (in una visione tanto ampia da sfiorare l’arbitrio, se non addirittura a confondersi con esso) senza pagarne il prezzo; in questo tratto di storia che sembra in balia di se stesso e perduto il Vangelo continua – scandalosamente – ad annunciare la regalità di Cristo crocifisso. Anche in questo momento in cui egli sembra esiliato dalla storia degli uomini, disposti piuttosto a ricorrere agli “imperatori” di questo mondo, capaci – loro sì – di imporre la pace riducendo la terra a deserto, la Chiesa proclama con voce umile e convinta che Gesù è il re capace di portare la pace agli uomini mutando i loro cuori. Egli è oggi più che mai il serpente trafitto elevato da Mosè nel deserto e solamente volgendosi di nuovo a lui si potrà avere salva la vita. L’Europa e il mondo potranno essere salvi solamente acclamando Gesù come Re e Signore e respirando la sua Parola di salvezza. L’Europa ha voluto rinnegare le proprie radici e ancora oggi pretenderebbe opporre all’errore e all’orrore la propria cultura e il proprio umanesimo; ma l’unica risposta efficace potrà essere solamente la fede dei propri padri, che quella cultura ha potuto produrre benché oggi essa si dimostri così contrastata, contraddittoria e fragile proprio perché ha voluto recidere le proprie radici.

Nella storia il re è colui che si afferma con la forza e si fa garante del diritto del debole e afferma il diritto contro il prepotente; è colui che interviene con potenza e libera i suoi che sono prigionieri; è il valoroso che guida il popolo alla guerra, le schiere alla battaglia. Il suo sguardo atterrisce il nemico, piega l’arrogante e innalza il misero. Dopo averne cantato le imprese guerriere, la bibbia guarda al re come a un pastore che guida il popolo come un gregge: conosce le pecore per nome e le sue pecore conoscono lui e rispondono alla sua voce; egli prende sulle sue spalle le pecore deboli e soccorre le ferite…

L’Evangelista costruisce sapientemente il suo racconto; egli deve raccontare lo scatenarsi dell’odio verso Gesù. Uno snodarsi di eventi nel quale il Maestro viene umiliato, deriso, giudicato e condannato a una morte infame. Giovanni però è attento a mostrare come quegli eventi sottendono la manifestazione di Gesù come il vero Re e Signore. Egli è l’imputato nel processo intentatogli dalla storia degli uomini, ma è lui che pone le domande che impongono di andare a fondo nella ricerca della verità. Su di lui è pronunciata una sentenza di condanna, ma rimane al centro dell’azione e attorno a lui si muovono Pilato, i servi, i soldati, come una corte che, volendolo umiliare, però ripete i gesti rituali dell’omaggio al sovrano. Infine egli viene confitto alla croce ed elevato al pubblico disprezzo, ma il patibolo è il trono di gloria sul quale risplende l’amore fedele di Dio, misericordioso anche verso coloro che lo hanno cacciato fuori della città come un essere immondo. L’albero della Vita è piantato per sempre in mezzo a un mondo desertificato dall’odio: dal fianco trafitto del Crocifisso scaturisce la sorgente che irriga il deserto. Chi va in cerca della Verità ora può cibarsi del frutto della conoscenza, perché dal legno pende il documento del nostro riscatto: ecco chi è il Dio che l’uomo ha giudicato e condannato come colui che aveva ingannato illudendo gli uomini! È il fedele e pietoso che risponde all’odio con la misericordia e il perdono. E quando gli occhi dei malvagi e violenti si fisseranno sullo sguardo buono di Dio, allora sarà fatta giustizia perché essi potranno comprendere chi è Dio e chi è l’uomo.

Il testo del Vangelo di Giovanni isola l’incontro tra Gesù e Pilato all’interno del Pretorio.

Non c’è nessun altro… È l’immagine dell’incontro di ogni uomo con Gesù Re e Salvatore.

Un incontro che si può concludere solamente con una presa di posizione netta: o con il Re dei Giudei o con l’Imperatore di questo mondo; con lui o contro di lui.

Gesù appare nella condizione della più grande debolezza: solo, legato, accusato di lesa maestà per avere osato contendere con l’illusione della forza. Accusato di avere ingannato gli uomini, di averli infatuati con discorsi mirabolanti di giustizia, spesso fraintesi, quasi preludio di una rivalsa spietata. Gesù è accusato di avere messo a rischio una Nazione e la sua già precaria sicurezza, di avere attentato alla pace agitando l’animo dei suoi più vicini. Che adesso si trovano a mezzo del guado, votati a una sconfitta certa.

Davanti a Gesù c’è Pilato, un uomo concreto e cinico, attento a verificare che l’accusato che gli sta davanti non sia una minaccia al potere e all’ordinamento di cui egli è parte integrante e di cui porta la responsabilità. Pilato è anche l’uomo disilluso, l’uomo con i piedi per terra, che conta sulla forza a sua disposizione, che sovrasta a dismisura quella dei suoi avversari, ed è pronto a scatenarne tutta la potenza a al primo segno di pericolo. Eppure quella potenza non è capace di difendere un innocente e anzi si fa complice dell’ingiustizia. E una forza che non è sostenuta dalla verità, perciò appare un gigante accecato, che batte l’aria e alla fine ferirà a morte se stesso.

Oggi Pilato incarna ogni uomo che ha da rinfacciare a Dio di averlo lasciato da solo nella storia in balia di bestie feroci e sanguinarie. Per di più con la consegna di amare i nemici e di non difendersi dal malvagio se non con la fuga, inducendo il sospetto che l’amore, alla fine, serva soltanto a fare scudo alla vigliaccheria. Ma Dio accetta la sfida e si propone alla creatura nella verità dell’amore. Dio è così. Non assicura la ricchezza e neppure la prosperità; non viene a fermare il violento e confondere il malvagio. Dio è debole come l’uomo e delude chi sarebbe stato disposto a dare il proprio ossequio e anche a rimettere la stessa libertà a un “padrino” in grado di garantirgli la vita. Perché Dio è Amore e l’amore è vulnerabile. Ma l’amore non perisce nella tomba… l’amore ridà vita alle ossa aride. È davanti all’«impotenza» di Dio che si decide la fede.

«Tu sei il re?». è una domanda col sapore del sarcasmo. Il re è il forte che si fa temere. Gesù invece è un uomo solo, legato, umiliato. Può almeno contare su una potenza ai suoi ordini? Ha qualche motivo per il quale dovrebbe essere temuto da chi volesse fare offesa alla sua persona?

«Dici questo da te oppure te l’hanno detto altri …?». Gesù vuole, anzi: pretende che Pilato – e con lui ogni uomo – non si fermi a quello che si dice e si è detto di lui, ma arrivi a riconoscere da sé chi egli è veramente a partire dal suo insegnamento.

Non è possibile prendere le distanze – «Sono io forse Giudeo?» – o ridurre la questione a ciò che l’uomo pretenderebbe di imputargli – «che cosa hai fatto?».

Gesù risponde che per capire occorre ascoltare la sua voce. Come fanno le pecore, che conoscono la voce del pastore (cf Gv 10,4): esse solamente riconoscono che egli è veramente il Re pastore, che non si pone al di sopra per dominare, ma condivide la fatica del gregge e lo guida lungo la storia sul sentiero della vita, perché lui solo lo conosce, lui che non è di questo mondo, ma viene dal cielo e dal cielo scruta il destino di ogni uomo. Coloro che, per la fede, sono cittadini del regno possiedono la forza che vince il mondo e la sua empietà.