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Ez 33,7-9; Sal 94,1-2.6-7.8-0; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo

Il testo proposto alla meditazione in questa domenica fa parte di un più vasto discorso che l’evangelista Matteo propone alla Comunità. Qui in particolare, più che della correzione del singolo che ha sbagliato nei confronti di un altro, si tratta dell’urgenza di fare tutto il possibile perché un fratello non si allontani dalla Comunità a causa di errori nella professione della fede e nella condotta della vita.

Dunque l’attenzione non va posta in primo luogo sull’esclusione dalla Comunità, quanto piuttosto sull’impegno di ognuno ad intervenire per aiutare il fratello che rischia di escludersi da se stesso a causa dei suoi errori.

La Comunità deve affrontare continuamente situazioni nuove; nella ricerca delle risposte si può cadere in errore. È allora che bisogna intervenire per aiutare la persona a comprendere che la prospettiva su cui si muove è sbagliata.

Evidentemente il pericolo era presente in una comunità che cercava faticosamente di muoversi in un mondo pagano nel quale molte cose – dalla cultura allo stile di vita a tante situazioni pratiche – erano manifestamente lontane della purezza e dalla radicalità del Vangelo. Nella Scrittura non mancano esempi di difficoltà e dispute. Nelle lettere di Paolo, ad esempio nella Lettera ai Galati, si può leggere come egli interviene con forza verso quei fratelli che seminano divisione sostenendo una dottrina diversa da quella che egli aveva predicato. Si trattava di missionari itineranti di indirizzo giudaizzante, i quali sostenevano che, col Vangelo, bisognava anche accogliere gli usi del giudaismo, a partire dalla circoncisione. C’è pure il caso della Chiesa di Corinto, che Paolo rimprovera di essere stata debole nei confronti di chi manteneva una condotta disonorevole anche per dei pagani. Egli agisce con risolutezza, perché ne va di mezzo la purezza del Vangelo e la sua forza di salvezza. Non era questione di una facile misericordia verso delle persone singole, che avrebbe procurato danno alla Comunità; era necessario piuttosto far comprendere che l’adesione al Vangelo richiedeva coerenza. L’esclusione temporanea dalla Comunità per Paolo ha infatti uno scopo medicinale: egli vuole che chi è in errore e non accoglie il richiamo della Comunità provi che cosa significhi essersene estraniati a motivo una professione di fede o una condotta incoerenti.

tutto quello che legherete…

Nel racconto della “confessione di Cesarea” Matteo aveva già proposto una sentenza simile in riferimento a Pietro; qui la responsabilità di legare e sciogliere è affidata a tutta la Chiesa. Essa anzi è vista in una comunione perfetta con Dio, al punto che ciò che viene deciso dalla Comunità che vive nella storia è assunto come proprio da Dio stesso.

Il testo diviene uno specchio e uno stimolo per la Comunità cristiana dove ciascuno deve sentirsi responsabile dell’altro e del suo destino di salvezza. La comunione tra i credenti e come quella delle membra del corpo: se un membro soffre, tutto il corpo soffre. Questo spinge alla ricerca di una comprensione sempre maggiore della Parola di Dio per poterla vivere nella sua radicalità salvifica. Perciò, nella pazienza premurosa verso chi è più debole, bisogna sostenere tutti con vigore affinché nessuno si fermi lungo il cammino e la Comunità proceda e si purifichi in modo da mostrare al mondo il volto luminoso di Cristo.

Il testo di Matteo suggerisce una prassi in vigore presso molte comunità e gruppi dell’ambiente semita: c’è una progressione nella forza di intervento e persuasione. Dapprima, quando qualcuno si accorge di qualche errore da parte di un fratello, si deve ricorrere al consiglio e all’aiuto per approfondire la riflessione fino a comprendere meglio le cose e distogliersi dall’errore. Ma talvolta questo non basta; allora occorre chiedere l’aiuto di persone sagge e autorevoli, nella speranza che chi sbaglia si fidi del loro giudizio e comprenda che la sua posizione non è conforme al Vangelo e alla fede professata dalla Comunità. Anche questo tentativo però può andare deluso. Allora bisogna riferire alla Comunità, con chiarezza ma nella carità, che un suo membro è malato, che il fratello è caduto in errore e che non cammina più nella verità di Cristo.

Quest’ultimo è un passo grave con il quale la Chiesa non intende abbandonare l’errante al suo destino, ma piuttosto proteggere la fede dei piccoli dallo scandalo derivante da ciò che, magari sotto l’apparenza del bene, di fatto allontana dal Vangelo.

In un contesto in cui ognuno rivendica il proprio diritto ad affermare la propria opinione e al rispetto di essa capita non è raro che si sostengano “verità” soggettive tra loro in contrasto finendo per dividere la Chiesa o trasformarla in una sorta di contenitore nel quale può starci tutto.

È una realtà ben nota alla Chiesa, perché, sia pure con diversa intensità, è stata sempre presente. Del resto, per stare all’attualità, vengono proposte continuamente situazioni nuove, che urtano anche duramente con certezze consolidate e che richiedono risposte ponderate, frutto di una ricerca serena, approfondita, rigorosa. Spesso occorrono competenze specifiche perché le questioni proposte sono complesse e non si possono risolvere con giudizi sommari e disinformati.

È sempre necessario cercare di interpretare positivamente le affermazioni altrui o quegli atteggiamenti che possono apparire oscuri o contenere ambiguità, ma senza peccare di ingenuità. Infatti, allo stesso modo, occorre considerare che mentre si offre con convinzione misericordia alla persona, le questioni in se stesse vanno affrontate con rigore e oggettività a partire da quell’orizzonte di valore che per il cristiano è rappresentato dall’insegnamento dell’unico Maestro. Il politicamente corretto può evitare il conflitto aperto, ma fa torto alla verità, che deve essere sempre indagata e dalla quale occorre lasciarsi interpellare.

Si comprende allora come il testo evangelico sia particolarmente attuale in un contesto nel quale i cristiani, vivendo in una società che aderisce con molta facilità al dogma affermato dalla scienza, in campo etico – per fare un esempio – rischia di confondere il possibile col lecito e, sul piano intellettuale, di ritenere vero acriticamente tutto quello che viene affermato in modo persuasivo.

dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

Ma come definire il criterio per riconoscere ciò che è conforme al Vangelo e che cosa no?

La Comunità credente forma un solo corpo di cui Cristo è il Capo; egli ha assicurato la presenza del suo Spirito e a Pietro ha affidato il compito di confermare i fratelli nella fede. Dunque il criterio di verità si alimenta nella comunione dei fratelli fra di loro e con coloro che nella Chiesa sono stati costituiti Pastori. Chi ama veramente la verità è umile, sa ascoltare, sa fidarsi, sa accettare di non comprendere e vive la sua fede anche come fiducia a ciò che la Chiesa propone con fondamento. E, da ultimo, sa riconoscere che la comunione passa innanzi a tutto, perché in essa abita Cristo e la salvezza sperata. La vera sapienza è dono dello Spirito santo.

Un passo di Luce dice: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11,13), dunque occorre cercare con tutta l’intelligenza della propria mente e pregare con tutta la fiducia del proprio cuore. Si giungerà allora riconoscere il vero e il buono, anche se magari non subito e non senza fatica.

Dante ha condensato tutto ciò in una famosa terzina, che poi riprende S. Paolo, dice:

 

                           Avete l’antico et il novo Testamento

                           e il pastori della Chiesa che vi guida

                           tanto vi basti a vostro salvamento.