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Mc 11, 1-10

Nella domenica delle Palme si ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e l’inizio della Passione.

Il racconto è denso di reminiscenze bibliche e di segni il cui scopo è fare capire che Gesù è veramente il Messia che deve venire. L’evangelista concentra tutta l’attenzione su Gesù sicché l’ingresso in Gerusalemme assume l’andamento di una marcia trionfale tra ali di folla festante. Indubbiamente non devono essere mancate dimostrazioni di consenso e di giubilo verso di lui e il gruppo che lo accompagnava. Ma chi va alla ricerca della verità storica – sempre che sia possibile tracciare un quadro sufficientemente approssimativo – potrà notare che gli elementi offerti dal testo non consentono di pensare a una sorta di parata; più concretamente Gesù è accompagnato e seguito da un gruppo di discepoli, che gli fanno festa con un particolare slancio, e viene accolto con il saluto con il quale si dava il benvenuto ai pellegrini che giungevano nella Città santa per la festa. È piuttosto il contesto generale, con l’insistenza sull’asino, che aiuta a capire come Gesù abbia inteso compiere l’oracolo di Zaccaria presentandosi come il re messia che porta la pace.

Secondo il racconto di Marco, è Gesù stesso che prende l’iniziativa, perché il suo tempo è compiuto e deve manifestarsi al mondo. Gesù sceglie di compiere un “segno” che rimanda alla incoronazione del re. Manda gli apostoli a prendere in prestito un asino. Questo animale era la cavalcatura umile. In questo modo viene richiamata la profezia di Zaccaria, che dice: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zac 9,9). Gesù inizia il suo viaggio verso Gerusalemme da Betfage, che si trova sulla collina a est a brevissima distanza – circa tre chilometri – dalla Città santa, proprio dirimpetto alle mura del Tempio, per ricordare che la salvezza di Israele, secondo la profezia di Ezechiele (cf Ez 43,2.4), viene da oriente come il sole che sorge; poi scende nella valle del Cedron e la percorre fino alla piscina di Siloe, dove affluiscono le acque della sorgente di Ghihon presso la quale Salomone fu unto re; da lì ha inizio la via sacra che sale fino al Tempio percorrendo la dorsale della collina di Sion; questo era il percorso processionale dei pellegrini che giungevano a Gerusalemme per le feste di pellegrinaggio, ma era soprattutto – ed è ciò che interessa per la ricorrenza odierna – l’itinerario percorso dal re per la sua proclamazione e intronizzazione, come si può leggere nel racconto della incoronazione di Salomone (cf 1Re 1,28-40). Al suo passaggio, riferisce Marco, vi era chi agitava fronde, come per salutare e fare ombra al passaggio del re, alcuni stendevano i mantelli perché egli vi passasse sopra, in segno di sottomissione (cf 2Re 9,13). Il popolo lo acclama: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Sal 118,25-26): era il saluto con il quale si accoglievano i pellegrini che giungevano nella Città di Dio per la festa. Con questo saluto gioioso – che nel quadro generale assume un peso speciale – viene accolto anche Gesù, che fino a quel momento aveva severamente sgridato coloro che lo indicavano come Messia, e ora invece accetta l’omaggio di coloro che lo acclamano re di pace.

È interessante notare che l’evangelista parla di coloro che accompagnavano e seguivano Gesù; si tratta di suoi discepoli: quello che entra a Gerusalemme è dunque un gruppo di gente festante, che attira l’attenzione della gente. Giunto alla porta del Tempio, Gesù lascia la cavalcatura ed entra negli atri guardando tutto intorno quei luoghi pieni di pellegrini. È lo sguardo del sovrano che prende possesso della sua casa. Poi significativamente la lascia per uscire di nuovo da Gerusalemme e ritirarsi a Betania.

Nel racconto di Marco, pochi giorni dopo Gesù ritornerà al tempio per scacciarne i venditori e i cambiavalute che vi tenevano mercato. E qui si scontrerà con i Capi che gli contesteranno il suo gesto; essi non riconoscono in lui l’uomo di Dio che con quell’azione porta un messaggio nel suo nome, ma lo giudicano un ciarlatano che agita la folla.

Gesù usa il linguaggio delle immagini e dei gesti, che comunicano in modo immediato e generano delle forti emozioni. La città era piena di pellegrini giunti in occasione della pasqua, perciò quel gesto ebbe una eco significativa, capace di mettere in allarme le autorità giudaiche per le conseguenze che avrebbe potuto avere un movimento di popolo attorno a Gesù. In questa sorda ostilità si avverte l’eco del Salmo 23: quando l’Arca giunge dinanzi al tempio pagano e i portatori intimano di aprire al Signore, il “Re della gloria”, i sacerdoti riserrati al suo interno lanciano la sfida irridente ed esclamano: «Chi è mai questo “re della gloria”?» (v 8). Così i Capi, contrariamente al popolo che riconosce il Signore, fanno muro contro di lui.

L’ingresso solenne a Gerusalemme segna una svolta nel ministero del Signore.

Quel segno susciterà entusiasmi, ma sarà frainteso. Gli apostoli e quelli che attendevano la sua manifestazione gioiscono perché vedono che la Città Santa lo acclama e che finalmente Gesù sembra accettare il consenso popolare. Essi pensano che presto avverrà il riconoscimento anche da parte dei Capi e sarà l’inizio del regno di giustizia e di pace annunciato dai profeti. I Capi invece, dinanzi a queste manifestazioni temono che la situazione degeneri diventando ingovernabile fino a provocare una reazione violenta da parte delle forze romane di occupazione.

Gesù però prosegue nella sua linea di obbedienza al Padre; con il gesto da lui compiuto intende affermare che lui è il Messia e che è venuto a prendere possesso della sua casa, non però secondo le attese popolari che generavano tanti timori nei Capi, ma secondo Dio, che dà il suo Figlio per la salvezza del mondo. Ma prevarrà l’ostilità: non passeranno molti giorni e le trame contro di lui prenderanno corpo nella sua cattura, nella passione e morte di croce.

Davanti alla realtà che si propone allo sguardo e alla comprensione degli uomini, le risposte possono essere diverse, ma fondamentalmente si possono riassumere in una accettazione o in un rifiuto. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme circondato dai discepoli festanti può essere considerato – come di fatto avviene per i Capi – una pericolosa provocazione di facinorosi incapaci di valutare le conseguenze politichi del loro gesto o – sapendo cogliere il significato dei segni compiuti – accolto come una manifestazione del Signore. A fare la differenza è, come sempre, l’apertura della fede. Qui si può vedere da una parte la fede dei Capi, che difende il “dogma” sintetizzato dalla tradizione, di chiara di attendere il Messia, ma è prigioniero di una visione miope e chiusa della realtà: in sostanza è una fede rassegnata che non attende più nulla e cerca di barcamenarsi nella storia evitando di ferirsi; dall’altra parte c’è l’apertura di fede nella venuta di Dio nella storia degli uomini, sa cogliere i “segni” profetici e ne riconosce il compimento, perciò gioisce e saluta colui che viene nel nome del Signore. Si potrebbe forse riprendere questa distinzione mettendo a confronto chi vive il presente celebrando con solennità il passato e chi nel presente gioisce perché vede in esso il segno della vita di cui il passato gli parla. Gli eventi della cronaca quotidiana possono generare spavento e chiudere in una inutile difesa o possono essere compresi come il segno di quel parto doloroso di cui parla Paolo (cf Rm 8,18-23), dal quale sta per nascere un mondo nuovo.

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è l’annuncio di una Pasqua di liberazione offerta agli uomini; è l’invito ad entrare con coraggio nel corte dei discepoli fedeli che accompagnano il Maestro nella “passione” della vita quotidiana insieme al Benedetto che è venuto nel nome del Signore per aprire agli uomini la via della vita. L’ingresso a Gerusalemme è anche la figura del continuo entrare del Signore nella storia difficile, tormentata e contraddittoria degli uomini per aprire dinanzi ad essi, nonostante tutto, un cammino per la vita che dura.