Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Gen 11,1-9; Sal 32; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39

 

La festa di Pentecoste già nella tradizione di Israele segnava il compimento della Pasqua; era la festa del dono della Legge fatta da Dio sul Sinai.

Se la Pasqua segnava la liberazione iniziale, la Pentecoste era la realizzazione della libertà nella relazione di alleanza con Dio.

È dunque la festa della maturità: non a caso inaugurava anche il tempo del raccolto, di ciò che era arrivato a maturazione e veniva offerto come primizia.

Luca negli Atti colloca l’avvento dello Spirito nel contesto di questa festa e così crea un collegamento tra il mistero della Pasqua di Gesù e il mistero della libertà interiore della Chiesa.

Nell’evento della Pentecoste la risurrezione di Gesù trova la sua efficacia nei confronti degli uomini.

A Pasqua è Gesù solo che risorge, ora il Risorto trasmette il suo Spirito alla Chiesa, per cui ciò che è stato di Gesù viene donato ai suoi.

La promessa del Padre si compie nel dono dello Spirito, cioè nella consegna ai suoi figli di ciò che anima, unisce e fonda nell’amore la Trinità stessa.

La Pasqua è la liberazione dell’umanità dalla morte, la vittoria di Gesù sul nostro peccato e su quella realtà che ferisce il nostro anelito di pienezza e di vita, mentre la Pentecoste è il dono di una alleanza nuova, di una nuova relazione con Dio.

Al dono della Legge subentra il dono dello Spirito, che è la Legge nuova non più scritta su tavole di pietra, ma nel cuore rinnovato dei credenti.

Lo Spirito plasma la nostra interiorità con i suoi doni, aprendoci infinitamente al bene e al buono, cioè a Dio; e trasformando il cuore indurito in un cuore di carne.

Dopo aver descritto l’intervento di Dio attraverso le immagini teofaniche che hanno accompagnato la manifestazione del Sinai (tuoni, vento impetuoso, lampi e fragori) Luca racconta la visione del fuoco che si divide in tante fiammelle e si posano su ciascuno dei presenti.

È anche questo un rinvio al Sinai; infatti secondo una tradizione la voce di Dio sul monte si sarebbe divisa in 70 lingue, cioè nel numero dei popoli della terra elencati dalla Genesi.

L’immagine che Luca vuole trasmettere è quella di una unità che si suddivide, cioè dell’unità nella diversità che caratterizza la Chiesa.

Lo Spirito crea una unione che non è appiattimento o semplice uniformità, ma sviluppo e armonia di tutti i carismi.

La Chiesa è animata dallo Spirito come una unità sinfonica, dove non c’è nessuno che emerga a scapito di un altro, ma ciascuno fa la propria parte mettendosi a servizio di tutto il corpo.

La diversità non è più un ostacolo ma una opportunità e una ricchezza: la nuova alleanza nello Spirito assume tutte le culture e crea armonia.

Quanto è avvenuto nel cenacolo continua a ripetersi anche nelle nostre comunità; e il frutto di questo dono è il magnificare la grandezza del Signore.

Nel discorso di addio del vangelo di Giovanni, Gesù rivela ai discepoli le contrarietà e le tribolazioni che dovranno affrontare nel mondo.

Ciò che li aiuterà, li sosterrà e li difenderà nella lotta sarà lo Spirito Paraclito.

La visione del libro degli Atti si specifica così come un dono che abilita il cristiano alla lotta spirituale, grazie alla quale viene preservata la fede, che si oppone alla sapienza del mondo.

Gesù promette la sua preghiera per i discepoli con lo scopo di ottenere il dono dello Spirito: l’intercessione di Gesù incontra così la preghiera di domanda essenziale e irrinunciabile del credente: la preghiera che chiede lo Spirito.

Il dono dello Spirito per noi è dunque chiesto da Cristo nella sua qualità di intercessore ed è la cosa buona per eccellenza e veramente imprescindibile che siamo chiamati a domandare nella nostra preghiera.

Questa preghiera viene esaudita perché è domanda nel nome di Cristo.

Lo Spirito infatti, è “l’altro Paraclito”, altro rispetto a Cristo stesso.

Se Cristo, in quanto Paraclito, è stato accanto ai suoi e con loro nel tempo della sua esistenza terrena, ora lo Spirito Paraclito sarà per sempre con noi, anzi sarà in noi.

Il compito dello Spirito è di condurci a un’assimilazione in profondità, un’interiorizzazione delle parole e dell’insegnamento di Gesù.

Il Signore elenca due funzioni particolari dello Spirito: insegnare e ricordare.

Sono dimensioni che orientano verso l’interiorità, cioè l’edificazione di una vita interiore.

Questa azione interiore dello Spirito è essenziale per una vita cristiana che voglia essere sacramento della presenza del Signore.

Senza vita interiore animata dallo Spirito, la sequela di Cristo resta su un piano di pura esteriorità, la fede rischia di ridursi a conoscenza, la speranza a ideologia, l’amore ad attivismo.

Lo Spirito è quella voce intima, profonda, dolce e forte allo stesso tempo che ci guida verso la verità, cioè verso la piena rivelazione di Cristo, fino a farci divenire testimoni della sua presenza nel mondo.

L’uomo spirituale che nasce dalla Parola deposta nel suo cuore e fecondata dallo Spirito è l’uomo capace di amore, l’uomo che ama il Signore e anche i fratelli.

È l’uomo fortificato interiormente, purificato dagli affetti disordinati, rinsaldato nelle dispersioni, consolato nel cuore.

Non possiamo incontrare lo Spirito di Dio nell’agitazione, nella confusione, nelle disgregazioni, nell’angoscia, nella paura, ma solo nell’attesa, nel silenzio, nella preghiera, nella disponibilità a fare ciò che Dio ci offre.

 

MM