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Gen 9, 8-15; sal. 24, 4bc-5ab. 6-7bc. 8-9; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

Il testo del Vangelo proposto per la meditazione in questa prima domenica di Quaresima si colloca immediatamente dopo il racconto del battesimo di Gesù al Giordano per opera di Giovanni il battista.

Con un’espressione particolarmente incisiva, Marco dice che Gesù fu “spinto” nel deserto dal medesimo Spirito che Giovanni aveva veduto discendere su di lui durante il battesimo, mentre il Padre faceva sentire la sua voce dicendo: «Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Marco non insiste sulle tentazioni, come fanno invece Matteo e Luca; egli riferirà ben presto lo scontro di Gesù con Satana, ma qui ha un intento diverso; egli intende piuttosto evocare il deserto nel quale si dipanò il lungo cammino di Israele dopo l’uscita dall’Egitto, prima di fare il suo ingresso nella terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza: nel deserto Israele restò per 40 anni e imparò a conoscere Dio in mezzo a molte prove.

Per l’uomo della Bibbia, il deserto rimane un luogo misterioso e affascinante, abitato dai demoni i quali attaccano duramente chi vi si avventura; ma è anche il luogo lontano dalle città, dominato dal silenzio misterioso nel quale Dio ha posto la sua dimora: fu nel deserto che Mosè, salito sul monte, vide il roveto che ardeva senza consumarsi, si avvicinò, udì la voce del Signore e conobbe il nome di Dio. Il deserto è un luogo nel quale tace il clamore degli uomini e ognuno può ascoltare il fruscio dei pensieri che si agitano nella sua mente e i sentimenti che pulsano col battito del cuore. Nei primi secoli coloro che cercavano Dio lasciavano le città e andavano a vivere nel deserto. Perché è là che vive il Signore. Nel deserto fuggì Elia inseguito dalla collera dell’empia regina Gezabele; egli cercava rifugio nel Signore; si inoltrò in quelle lande aride e camminando per quaranta giorni giunse al Monte di Dio, l’Oreb, dove confessò il suo zelo per il Signore e ricevette la missione di tornare nella sua terra per compiere l’opera che gli era stata affidata radunando un popolo fedele (1Re 19,1-18). Ma particolarmente illuminante è il richiamo al profeta Osea, che proclamava a Israele il disegno di Dio, sposo geloso: «Io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16): nel deserto il peccatore si nutre della dolcezza della fedeltà del Signore.

Il deserto è ogni luogo in cui l’uomo misura le proprie capacità scoprendo di non poter bastare a se stesso. Nel deserto non ci sono strade segnate, non vi sono fonti se non rare e nascoste. Il deserto è silenzio, è solitudine nella quale il cuore e la mente possono perdersi. In quello spazio fascinoso e inquietante non c’è posto per la tracotanza; là ognuno ritrova la verità di se stesso: la stupenda fragilità della creatura è messa a nudo e quando raggiunge l’estremo limite della sua debolezza gli si svela Dio amante degli uomini, benché non siano che polvere e cenere. Ecco perché coloro che cercavano Dio si inoltravano nel deserto, dove tutto è portato allo stremo e dove, superata la tentazione, in una quiete mai conosciuta prima potevano sentire la dolce presenza di Colui che ama la compagnia degli uomini.

È l’esperienza di ognuno che si sia avviato nella ricerca del Signore: all’inizio è sostenuto dal proposito, dalla volontà e dall’entusiasmo. Avendo abbandonato la confusione degli uomini, gusta il silenzio ristoratore, ma ben presto viene assalito da altri rumori, voci e immagini che sorgono dall’anima e dalle membra e gli vengono riproposti dalla memoria vivi e, a volte, violenti sì scuotono e turbano l’anima affannata ad attraversare quella sorta di terra di mezzo dalla quale non si vede più dove iniziò il cammino e ancora non si vede la meta sospirata. È un tempo che nessuno può stabilire; poi la fedeltà viene premiata: quel brusio si stempera, le voci tediose e i ricordi restano più lontani e stinti e finalmente, come folate di vento leggero, dolcissima e fatta di silenzio, eppure così chiara alla mente e al cuore, affiora dalle profondità il sussurro pacificante dell’Amato. S. Agostino pregava: «Che io conosca me stesso e che possa conoscere te, o Signore!» e i Santi, davanti al mistero della grandezza di Dio, avvertita nel profondo della propria povera condizione, esclamavano: «Chi sono io e chi sei Tu, Signore!»: l’accoglienza umile della debolezza è l’ingresso nella conoscenza di Dio.

Lo Spirito spinge nel deserto ogni volta che l’uomo si trova davanti a una situazione imprevista e deve compiere una scelta difficile o quando deve affrontare una malattia, una circostanza difficile … sarà spinto nel deserto quando dovrà affrontare il buon combattimento della fede restando fedele; lo Spirito che spinge resterà sempre al fianco.

È istintivo fuggire quello che ferisce, i limiti, la debolezza… molti si lamentano per quello che li porta a misurare la propria incapacità. Eppure quella è la via – l’unica – per giungere alla conoscenza della verità di se stessi. Ed è dalla verità del proprio essere povera creatura che si può parlare a Dio e ascoltarne la risposta. Paradossalmente è proprio nell’estrema debolezza dello stato di peccato che si conosce veramente se stessi e si resta sbigottiti dalla visione dell’infinito amore di Dio, che parla col silenzio. È il silenzio di un abbraccio, che dice a chi ne è avvolto una pienezza di sentimenti che non si può ridire con le parole, ma lascia a chi sperimenta un amore così grande di intendere la risposta a tutte le domande che custodiva.

E vi è ancora un accenno importante. Marco parla di fiere che stanno con Gesù evocando Is 11,6-9, un testo abitualmente riferito al Messia nel quale è dato un quadro della pace e dell’armonia che il Signore vuole ristabilire: come un nuovo paradiso! Allora Gesù, il Figlio prediletto sul quale si posa e rimane lo Spirito è veramente colui che guiderà il popolo verso una terra in cui avrà stabile dimora la pace.

«Dopo che Giovanni fu arrestato»

Occorre ascoltare la voce di Dio nel deserto per diventare profeti del Signore. Chi l’ha udita ne ha il cuore pieno e la saprà sempre distinguere nel clamore degli uomini. Lo spirito ha spinto Gesù nel deserto perché si compisse in lui l’esperienza degli uomini di Dio, i profeti. Perciò riprendendo il ministero di Giovanni, ormai prigioniero di Erode, Gesù fa risuonare l’annuncio in Galilea, la terra del profeta Elia. Gesù comincia quando Giovanni è costretto a tacere perché è stato incarcerato: la Parola risuona quando il profeta è costretto al silenzio. Ma il suo messaggio è diverso. Egli proclama che il tempo è giunto, la storia ha raggiunto il suo vertice e Dio viene incontro agli uomini perché ha deciso di farsi conoscere non più per immagini, ma nella realtà: il regno di Dio, cioè Dio, è vicino!, perciò Gesù aggiunge con sicurezza: “Convertitevi!”. Il suo appello non suona come una minaccia; è piuttosto una esortazione, un invito irresistibile a fare rinascere la speranza. Gesù parla di un Dio che si è fatto vicino agli uomini, perché il suo cuore è pieno di compassione. La stessa espressione “Dio è vicino”, evoca colui che si prende cura, come fu per gli israeliti schiacciati dalla prigionia dell’Egitto. Come allora la prossimità di Dio rende capace anche il debole di alzare il capo, di cingersi i fianchi e di incominciare il santo viaggio. Il cammino verso la libertà sarà il frutto dell’ascolto fiducioso e della volontà concorde di un popolo.