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1Sam 3, 3b-10. 19; Sal 39, 2 e 4ab. 7-8a. 8b-9. 10; 1Cor 6, 13c-15a. 17-20; Gv 1, 35-42

Al battesimo Gesù incomincia la sua missione. Giovanni il battista lo indica come colui che doveva venire. ora a ognuno è rivolta la proposta di farsi suoi discepoli. In questo testo vi è l’esempio di due che, udito Giovanni, subito iniziano a seguire Gesù ed entrano in familiarità con lui; ne sono entusiasti e invitano altri a conoscerlo. Gesù viene indicato con nomi diversi, ciascuno dei quali qualifica la sua missione. Anche Gesù dà un nome a uno dei discepoli, quello destinato a diventare il capo del gruppo; gli dice: «Ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)»; i nomi sono la sintesi di una chiamata: Pietro sarà la pietra sulla quale Gesù fonderà la sua Chiesa. Chi si mette a seguire il Signore impara a conoscerlo e quell’esperienza fonderà la testimonianza che esso gli darà. I nomi che in questo testo sono riferiti a Gesù sintetizzano la fede di coloro che lo hanno conosciuto; riprendono richiami biblici: «Agnello di Dio», attese del popolo: «Messia», ed esperienza personale: «Rabbì».

Giovanni indica Gesù come l’agnello di Dio; un nome che evoca l’agnello pasquale (Es 12,5), l’agnello sacrificale del giorno dell’espiazione (Lv 16), infine l’agnello di cui parla Isaia nel canto del servo sofferente (Is 53). I discepoli ― qui il termine indica coloro che si sono messi alla scuola di Gesù ― lo chiamano «Rabbì», lo riconoscono, cioè, quale Maestro della sapienza di Dio: Gesù è il Maestro che essi cominciano ad andargli dietro così come prima avevano fatto con Giovanni. Segue l’esperienza della convivenza con Gesù, quindi il riconoscimento di Gesù come «Messia». Dunque l’«Agnello di Dio» è il «Messia» o, reciprocamente, il «Messia» è l’«Agnello di Dio», la cui missione è di togliere il peccato del mondo assumendone il peso, benché innocente. Infine Gesù è il Maestro che insegna la sapienza che dà vita all’anima; chi vorrà apprenderla accoglierà la sua parola e la sua persona: Gesù infatti conosce i segreti di Dio e ne è la rivelazione perfetta.

Nel testo sono citati cinque personaggi: Giovanni il battista, due discepoli, uno dei quali è Andrea, Gesù e, infine, Simone, che però non prende parte alla vicenda, ma è colui che riceve per primo l’annuncio della comunità che ha fatto esperienza di Gesù e lo ha conosciuto nella fede. Il discepolo di cui non si conosce il nome e che sarà il testimone delle cose accadute, è figura del credente di ogni tempo. È uno che riceve la «buona notizia» dalla bocca di Giovanni il Precursore e accoglie il suo invito a mettersi alla scuola di Gesù, andando a vivere con lui nella sua casa; è, infine, colui che avendo fatto esperienza diretta di Gesù ― entrare nella casa è indicativo della condivisione di vita, di conoscenza profonda, di confidenza… ― giunge ad una professione di fede convinta e personale, che diviene a sua volta «buona notizia» per coloro ai quali annuncia ciò che ha vissuto e le conclusioni alle quali è giunto.

È indicativo che Andrea, incontrando il fratello Simone, gli annuncia la certezza che ha maturato nell’esperienza con Gesù; non ripete, infatti, le parole di Giovanni il battista, ma dice: «Abbiamo trovato il Messia», lasciando intendere la fine di una lunga e appassionata ricerca, il successo di una speranza che sosteneva tutta una vita. E Andrea, annunciando di avere trovato il Messia, lascia intuire un animo felice, come chi ha trovato la salvezza. In lui c’è la gioia di chi ha trovato la perla di grande valore. Sta a dire che la ricerca della salvezza è un’avventura fortunata. Dice ancora che la parola di Giovanni lo ha messo sulla strada giusta: mettersi a seguire l’«Agnello di Dio» anziché il «leone di Giuda», mettersi, cioè, alla sequela di uno costituito in debolezza davanti agli uomini, gli ha fatto scoprire la salvezza di Israele.

Nell’annuncio gioioso di Andrea a Simone ci sono certamente tanti aspetti da purificare, ma resta l’intuizione fondamentale: il Messia è venuto ed è nel mondo ed egli lo ha incontrato laddove nessuno lo immaginava, cioè lungo la pista che l’«Agnello di Dio» percorre per essere condotto al macello, come pecora muta davanti a chi lo tosa (cf Is 53,7).

Si potrebbe dire che la scoperta del Messia avviene attraverso la «conversione» dall’immagine del Messia trionfante, tanto simile a quella dei sovrani terreni, a quella sconvolgente dell’«Agnello immolato». Si intravede la contemplazione del crocifisso glorioso; Gesù inchiodato alla croce vi appare come seduto sul suo trono regale avvolto nel manto scarlatto del suo stesso sangue: egli è il re vittorioso che ha salvato il suo popolo e ne riceve la lode esultante. In questo consiste la sapienza: non nella forza che schiaccia, ma nella mansuetudine dell’agnello; non nella vendetta sui nemici, ma nel portare il peso del peccato continuando ad amare i peccatori. E tutto questo nasce dal fermarsi presso il Signore nella sua «casa».

Al credente che ascolta l’annuncio del Vangelo rimane la domanda che i due fecero a Gesù: «Dove abiti?». E la risposta è sempre: «Vieni e vedrai». Non una risposta teorica, ma la proposta di un’esperienza diretta. Quale sarà, dunque, la casa del Signore? La risposta è offerta dal Vangelo: l’unica casa del Signore è l’obbedienza al Padre; anche materialmente Gesù, lasciata Nazaret, non ebbe mai una casa propria, perché fu sempre ospite degli amici che lo accoglievano nella loro casa. Il solo luogo che fu tutto e solo per lui fu il sepolcro: lì la sua obbedienza al Padre fino alla morte di croce ebbe il suo compimento; perciò Dio «gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome…» (Fil 2,9).

Allora chi si mette a seguire il Signore si troverà necessariamente nella necessità di entrare nella sua casa, cioè in quella perfetta comunione di cuori che noi chiamiamo obbedienza, dove l’amore unisce e fonde le volontà. È una realtà che esalta e sconvolge perché unisce in sé l’esperienza della desiderata pienezza di vita e quella dell’annientamento di sé nell’annullamento del proprio volere che penetrando nel volere dell’altro in esso si perde; per un istante infinito perfino la propria identità sembra perduta – e certamente non sarà più la stessa – e attraversa l’angoscia della morte ma subito rivive sicura, serena, ardente nella circolarità della comunione. È questa l’esperienza della Vita ritrovata nella perfetta abnegazione di sé di cui parlano gli autori spirituali.

 

Al termine del Vangelo di Giovanni si trova un episodio nel quale è adombrata per il discepolo senza nome vive un’esperienza simile. Egli la vive in coppia con Simon Pietro, il fratello di Andrea, discepolo della prima ora. Essa mostra come ognuno colga e viva in maniera diversa ciò che si propone a tutti. È l’esperienza nella quale i due corrono al Sepolcro di Gesù, che Maria di Magdala aveva trovato vuoto. Anche qui vanno a vedere il luogo in cui Gesù aveva era stato messo, dove aveva … “abitato”. Il discepolo senza nome entra assieme a Simone. Questi guarda ogni cosa e resta perplesso. Lui, invece, guarda, vede e crede. Entrambi hanno fatto la stessa esperienza, ma con risonanze diverse: la tomba vuota è un elemento nuovo e inatteso che Maria – che non era entrata e non aveva guardato con attenzione le bende – ha spiegato ricorrendo alla più immediata delle ipotesi, cioè che qualcuno aveva portato via il corpo di Gesù; Pietro entra, vede e non sa cosa pensare, dopo avere constatato, oltre alla mancanza del corpo, il segno delle bende e del sudario; l’altro discepolo giunge alla fede in Gesù vivo, perché vede e ricorda le parole di Gesù e le cose vissute con lui.

La chiave è tutta nell’interpretazione della morte di Gesù: se è Maestro un maestro di impostura, la sua sapienza non può resistere al tempo; se è soltanto uno dei numerosi falsi Messia, che è stato giustiziato, allora il corpo può essere stato sottratto e deve essere da qualche parte; se Gesù è l’«agnello di Dio», quello che viene sacrificato nel grande giorno dell’espiazione per la riconciliazione di tutto il popolo, allora è presso Dio. Infatti, la Scrittura dice: «… al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. / Quando offrirà se stesso in espiazione, / vedrà una discendenza, vivrà a lungo, / si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà la loro iniquità. / Perciò io gli darò in premio le moltitudini, / dei potenti egli farà bottino, / perché ha consegnato se stesso alla morte / ed è stato annoverato fra gli empi, / mentre egli portava il peccato di molti / e intercedeva per i peccatori» (Is 53,10-12).

L’annuncio festoso di Andrea a suo fratello Simone: «Abbiamo trovato il Messia!», risuona come l’«Amen» alle parole di Giovanni il battista, che aveva presentato Gesù come l’Agnello del sacrificio che riconcilia Israele. Andrea, dopo essere stato con Gesù «quel giorno» e avere visto «dove abitava», ha accettato la prospettiva aperta da Giovanni e ha cambiato il suo modo di concepire il Messia, non più un vendicatore del diritto di Dio, ma uno che riconcilia tutto il popolo con Dio.

Al sepolcro vuoto, invece, Simone-Pietro, benché scosso dal dubbio, rimane fermo sulle sue attese, duro come pietra; è ancora legato alla prima prospettiva di Giovanni quando invitava alla conversione sotto la minaccia di un Messia inflessibile nel purificare con un fuoco, che non è ancora quello dello Spirito, ma quello del castigo. Si scioglierà più tardi, quando incontrerà il Signore, che gli chiederà quanto lo ama veramente.

Allora in questo testo viene offerta una prospettiva, anzi la partecipazione a un’avventura che cambia la vita. Il bambino nato a Betlemme è il Messia, il Maestro, l’Agnello che porta il peccato del mondo intero. Lui ha parole di vita eterna e ha una casa nella quale accoglie che cerca la Sapienza. Si tratterà di lasciarsi portare dallo Spirito; egli, prima ancora della comprensione intellettuale delle cose, introdurrà in un’esperienza trasformante. Essa toccherà le corde più profonde della sensibilità e le metterà alla prova anche duramente. Il coraggio di superare la paura del vuoto per entrare nel mondo di Dio potrà venire dalla stima e dall’affetto per la persona di Gesù.