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At 4, 32-35. Sal. 117, 2-4. 16ab e 17-18. 22-24. 1Gv 5, 1-6. Gv 20, 19-31.

Il testo sul quale si fermerà la nostra attenzione suppone la fede in Dio. Qui si tratta di credere che Dio è come lo ha presentato Gesù e che la via che egli ha aperto per giungere alla conoscenza di lui è quella giusta. Un’altra premessa importante è la seguente: la testimonianza fondamentale è quella offerta dalla Scrittura. Per il credente di Israele (ed è questo l’ambito nel quale ci si muove) non vi è prova più alta per certificare la verità dei fatti di quella offerta dalla Parola di Dio. I fatti sono constatabili da tutti; ma la loro interpretazione autentica è affidata alla Parola di Dio. L’itinerario pasquale dei discepoli li porterà a riconoscere che i fatti sconvolgenti della passione e morte del Signore sono da leggere e da comprendere alla luce della testimonianza profetica. Questo cambierà il loro lutto in gioia; la loro esperienza di Gesù dopo la sua morte, non è un’illusione, ma realtà perché è coerente con la parola dei Profeti. E questo a prescindere dalla possibilità di produrre “documenti” diversi dalla loro personale esperienza. È per questo che chi crede senza avere visto è «più beato»: non serve vedere con gli occhi perché c’è un’autorità più alta della propria capacità fisica di constatare i fatti ed è quella della Scrittura, che interpreta i fatti stessi e ne rivela l’intima verità.

La vicenda di Tommaso, in fondo, potrebbe essere presa come emblematica della condizione dell’uomo moderno, il quale è disposto a credere solo a ciò che può constatare con i propri sensi, mentre vi è una via di conoscenza non meno vera e certamente meno condizionabile, quella della relazione tra la storia e la Parola di Dio. Resta ancora da ricordare la pregnanza simbolica del linguaggio evangelico; vi sono allusioni, situazioni all’apparenza semplicissime e, di fatto, di singolare complessità: si tratta di entrare in una esperienza personale difficile e non priva di accenti drammatici. È in questione la fede in Dio che opera nella storia, il senso dell’agire dell’uomo alla ricerca della giustizia; è in questione la qualità dell’agire dell’uomo che persegua un ideale così alto. Coloro che avevano seguito Gesù erano tutti dei credenti con delle forti motivazioni spirituali e sociali: in Gesù avevano creduto di riconoscere il capo che li avrebbe condotti con sicurezza a una pratica della vita purificata da sovrastrutture e appesantimenti, derivanti dalla tradizione e che oscuravano la genuina tradizione di Israele. Con la purificazione del culto in quella società teocratica vi sarebbe stato anche il rinnovamento delle relazioni sociali e l’instaurazione della giustizia; del resto le istituzioni risentono sempre e dovunque in modo molto forte del senso della vita maturato nell’ambito “religioso”. Gesù rappresenta per i suoi discepoli, a causa della morte infamante che ha subito senza neppure difendersi, una delusione e una sconfitta cocente; non è eccessivo dire che si sono sentiti traditi da Gesù. La morte di Gesù sulla croce ha travolto anche le loro vite.

…disse: «Pace a voi!».

È la sera di Pasqua. Tra i discepoli domina la paura; non bastava ciò che era accaduto il giorno della parasceve: ad infittire il mistero e ad accrescere la paura si era aggiunto un sepolcro vuoto. È il terrore di quegli sconfitti ai quali non rimane neppure la consolazione di avere militato per una buona causa. Il Maestro è morto; il gruppo dei suoi è stato annientato e gli stessi Apostoli sono lacerati dal dubbio di essere stati i seguaci di uno sconfessato da Dio stesso con la morte di croce, se è vero che colui che pende dal legno è un maledetto (cf Dt 21,23). Si assommano pertanto i motivi di desolazione: fallimento e rabbia per l’«inganno» nel quale sono caduti, timore per la stessa vita: se hanno trattato così il Maestro, che ne sarà dei discepoli?

Gesù prende ancora una volta l’iniziativa e si presenta in mezzo ai suoi. Le porte sbarrate non sono appena delle barriere fisiche; sono soprattutto delle chiusure interiori ― opposte dalla paura della morte (le porte erano chiuse «per timore dei Giudei», gli uccisori del Maestro) ― che costringono i discepoli alla difesa e alla fuga e conforta il loro timore col dono della «pace». La parola di Dio è efficace e produce ciò che significa: agli apostoli che temevano per la loro vita, Gesù fa dono della vita piena. È un incontro del tutto inaspettato; nessuno infatti — eccetto forse il discepolo giunto con Pietro al sepolcro — aveva maturato una fede certa, cioè aveva compreso il senso vero delle parole che Gesù aveva detto loro, che cioè sarebbe risorto.

…mostrò loro le mani e il costato

Quella portata da Gesù è una pace accompagnata dalla visione: «Detto questo, mostrò loro le mani e il costato», cioè i segni di quella passione che li aveva lasciati inorriditi e sgomenti. I discepoli non avevano resistito alla Passione del Maestro: la vista di quelle piaghe li aveva fatti fuggire e li aveva indotti a nascondersi. Ed ecco, la paura si muta in gioia, il loro cuore che era pieno di morte ora è pieno di vita: è la resurrezione del cuore dei discepoli!

21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! 22Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».23a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Il dono della pace, il dono dello Spirito santo e il conferimento della missione sono tutt’uno. La pace che inonda il cuore dei discepoli è la vita stessa di Gesù, è la forza che, uscita da lui, ha operato prodigi, rinnovando, come in una nuova creazione, coloro che gli si presentavano per essere guariti. Lo Spirito santo li inonderà di vita e li farà uscire dal luogo in cui si sono rinchiusi per riprendere il cammino in cerca degli uomini, per continuare la missione di Gesù, cioè rimettere i peccati. Continua, attraverso di loro, il mistero per il quale il Figlio è venuto il mezzo agli uomini: rimettere i peccati, cioè riconciliare gli uomini con Dio e dare loro così pienezza di Vita.

Il «potere» regale ricevuto dal Padre, Gesù lo trasmette agli Apostoli. I cieli nuovi e la terra nuova cominciano col perdono, che restituisce a Dio ciò che è suo e facendolo entrare nella corrente della sua Vita. Se col peccato trionfa la morte e la paura che essa induce, col perdono dei peccati la morte perde ogni potere e la Vita che nessuno può rapire prende posto nel cuore degli uomini.

Il perdono dei peccati con la novità di vita che esso produce, nell’azione di Gesù era sottolineato dai miracoli: la guarigione delle malattie, la resurrezione dei morti erano «segni» di ciò che avveniva negli uomini per opera dello Spirito. Ora ciò che era significato continua nel mondo per l’azione della Comunità di Gesù animata dallo Spirito santo.

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Ma come avviene nella Comunità cristiana questa esperienza di Gesù vivo?

La risposta rimanda sempre alla Parola. La Comunità che medita la Parola pian piano ne sente il conforto e vede riaccendersi la speranza, e viene portata dallo Spirito a riconoscere che il Signore è presente, vivo e operante nella storia.

Nell’esperienza spirituale accade di trovarsi come gli Apostoli, stretti nella morsa dell’angoscia e della paura. Avviene quando si avverte la vita minacciata dal fallimento, quando non si riesce più a scorgere un orizzonte verso cui muoversi. Allora è la morte che lentamente afferra e rende aggressivi, alterando radicalmente la qualità dei rapporti col mondo e con le persone e rendendo difficile, quando non impossibile, una visione serena delle cose.

Si può pensare che Gesù raggiunga i suoi in una situazione spirituale di questo genere. Egli penetra attraverso le porte sprangate della paura dei «nemici» (quelli che hanno schiacciato le nostre «ragioni» — non importa come — sono sempre dei nemici). Gesù non bussa per entrare, ma appare «in mezzo a loro», come uno che non se ne è mai andato e solo ora si rende visibile; rialza la loro fronte, scioglie le loro braccia, strette nella difesa, e le apre all’abbraccio con un amico che credevano li avesse abbandonati alla loro sorte. Il suo «apparire» e il dono dello Spirito santo sono tutt’uno: appena gli Apostoli si accorgono che Gesù è vivo ed è con loro, nei cuori rifluisce la vita. È forse ciò che accade al credente al quale, dopo avere vissuto momenti di grave difficoltà, si aprono gli occhi, come ai due di Emmaus; si tratta dunque della capacità di comprendere che gli eventi non sono riducibili alla capacità dell’intelligenza, ma è l’opera dello Spirito che conduce alla conoscenza della verità tutta intera. Accorgersi, sentire, che il Signore è vivo e vicino riscatta dal timore. Non è una sorta di rivincita sui nemici, portatori di morte, ma è esperienza di vita piena; una vita così incontenibile da divenire «parresìa», annuncio coraggioso di realtà nascoste e amore dei nemici. I timorosi chiusi nella prigione della paura si mutano in «pazzi di Dio».

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Tommaso non era con loro quando venne Gesù

Il racconto potrebbe finire qui. Invece a questo punto l’evangelista colloca l’episodio di Tommaso, il discepolo che non è presente ai fatti narrati e che perciò è figura di ogni discepolo che verrà dopo e potrà contare solo sulla testimonianza degli Apostoli. Egli presenta i tratti caratteristici di chi si trova dinanzi al kerigma: lo rifiuta come un vaneggiamento, poi pretende delle prove, quindi fa egli stesso esperienza del Risorto in seno alla comunità riunita nel giorno del Signore e chiude con la professione di fede. Tutto si svolge nello spazio sacro di otto giorni: in seno alla comunità credente Tommaso riceve l’annuncio ed è ancora in seno ad essa che fa la sua professione di fede. Il racconto ha come epilogo il detto di Gesù sulla beatitudine di chi crede (=vede col cuore) senza avere visto (=con gli occhi) e un’appendice nella quale l’evangelista dichiara che la testimonianza resa dal Libro (Vangelo) è per suscitare la fede e dare vita.

Tommaso non crede all’annuncio e dichiara che esso non può essere vero perché il fallimenti di Gesù è stato sancito da Dio stesso, che maledice chi pende dal legno (cf Dt 21,23).

Gesù si mostra ai suoi nel giorno ottavo, il primo giorno della settimana, quello in cui si celebra la resurrezione; è il giorno in cui la comunità si raduna per il Memoriale, cioè la cena nella quale Gesù si è fatto cibo e bevanda per i suoi. Tommaso riceve l’annuncio ma non crede perché non ha visto. E lancia la sfida: egli crederà se potrà vedere e toccare.

La resurrezione è un fatto che supera le sue capacità di comprendere, sia perché non appartiene alla sua esperienza, sia perché la sua comprensione delle Scritture è limitata; infatti non si è ancora aperto alla lettura della Bibbia proposta da Gesù; una lettura nella quale risulta chiaro che Dio stesso si fa garante della sorte del Giusto che si è addossato il peccato di molti (cf Is 53,4ss).

Ciò che è accaduto a Gesù ha riportato Tommaso all’inizio, quando le sue certezze si basavano sulla tradizione degli antichi e non risentivano delle «novità» introdotte da Gesù. Quello che gli era parso così bello e portatore di speranza, con la morte di Gesù, si era dimostrato effimero. Si trattava allora di prenderne atto e di ricominciare da dove si era lasciato.

Tommaso rappresenta qui il discepolo che ha verificato nei fatti come la prospettiva di vita proposta da Gesù (cioè l’amore fedele) porta alla sconfitta e alla morte chi la vuole praticare. E conclude che è illusoria e fuorviante. È molto più realistica quella tracciata dal Dio conosciuto nell’Antico Testamento, che colpisce il malvagio e premia il giusto; il Dio dei Padri conosce la vendetta e la giusta ira. Negare la resurrezione, come fa Tommaso, è lo stesso che dire: la prospettiva di Gesù è sbagliata, perciò è fallita e produce solo morte.

Tommaso pretende di vedere e di toccare.

La risurrezione di Gesù ― se si fosse dimostrata vera ― avrebbe rimesso tutto in discussione. Ma soprattutto essa avrebbe accreditato la via aperta e percorsa da Gesù, cioè la via della croce, la più ignobile delle sconfitte. E questo avrebbe significato, infine, che il discepolo non solo non avrebbe dovuto vergognarsi della sorte del suo Maestro, quanto piuttosto darne testimonianza fino a condividerla completamente. La resurrezione del Signore irrompeva nella vita del credente come uno «scandalo» in quanto accreditava la via che ha portato Gesù alla sconfitta presso gli uomini: lo «scandalo» della croce. Per questo Tommaso vuole vederci chiaro. Non gli basta ciò che gli amici attestano. Infatti aderire alla resurrezione del Signore comporta aprirsi a una visione di Dio e della storia del tutto nuova e diversa. Tommaso dunque pretende di constatare che colui che gli altri dicono di avere visto risorto è lo stesso che è stato crocifisso: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Se agli altri si erano fermati al vedere, egli vuole anche toccare con mano, per non essere preda di un’illusione. E Gesù stesso risponderà alla sua domanda invitandolo a toccate le sue mani e il costato aperto dalla lancia.

Quella dell’esperienza di Dio compiuta a partire dalle esigenze e dal modo di conoscere concreto e pratico è una questione cara a Giovanni, il quale nella sua prima lettera dice: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1-3); l’annuncio si fonda su un’esperienza profonda e indubitabile. Al “vedere per credere” degli altri apostoli, Tommaso oppone il “toccare per cedere”: più che ai propri occhi, ancora turbati dalla visione del crocifisso, egli crede alle proprie mani.

In fondo Tommaso chiede di fare la stessa esperienza toccata agli altri apostoli e in più vuole accertarsi che l’affetto e il desiderio di “rivedere” il Signore non li abbia fatti precipitare nell’illusione.

Il rifiuto di Tommaso è la difesa della visione realistica, concreta delle cose, contro quella che appare idealistica, illusoria e perdente, rappresentata dall’annuncio degli Apostoli. È come se Tommaso rispondesse agli Apostoli-comunità credente: svegliatevi dal vostro sonno! Continuando a nutrire queste illusioni sarete travolti anche voi, così come lo è stato Gesù. Mostratemi con in fatti che avete ragione voi, perché i fatti come li ho constatati io, e come li possono constatare tutti, dicono che a seguire Gesù si cade nella rovina.

Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro…

La risposta alla sfida angosciata di Tommaso viene da Gesù stesso. È l’ottavo giorno, la comunità è riunita per celebrare il memoriale: proclamazione della Parola e celebrazione della Santa Cena (sono i segni, assieme alla comunione tra i convenuti, nei quali la presenza di Gesù si può vedere e toccare). Tommaso si rende conto che quella di Gesù non era un’utopia: si può vivere come lui ha vissuto, cioè mantenendo per gli uomini un amore fedele: la comunità di Gesù è veramente un luogo di accoglienza e di perdono, un luogo nel quale le piaghe inflitte della malvagità non si trasformano in atti d’accusa per il colpevole, ma divengono sorgenti di misericordia: la misericordia è essere toccati dall’amore di colui che abbiamo ferito. E se è così, allora c’è una vita nuova che nasce dal morire in quel modo.

«Mio Signore e mio Dio!»

Nella comunità riunita, nella comunità in cui vive la carità di Cristo (=l’amore fedele) Tommaso vede le piaghe e le tocca col dito: sono piaghe in un corpo vivo! Sono le piaghe del Corpo del Signore, che è la Chiesa, sono ancora le piaghe degli uomini vittime di altri uomini ed è la piaga che si apre nel cuore di chi si sente amato nonostante la sua durezza e il tradimento. Le tocca con la compassione che sgorga da un cuore che si lascia ferire … è questa intima partecipazione al dolore che apre alla fede. Egli finalmente può credere perché ha udito l’annuncio, si è lasciato travolgere e avvolgere dal mistero dell’amore di Dio fedele agli amici e ne ha fatto concretamente l’esperienza attraverso l’accoglienza e il perdono.

«Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»

Il rimprovero di Gesù a Tommaso richiama il primato della Parola: né il vedere né il toccare sono più importanti della testimonianza che Dio stesso rende al suo Giusto attraverso i Profeti. Oggi il discepolo del Signore è invitato a «vedere» con gli orecchi: è ascoltando infatti che si aprono gli occhi della fede. Illuminate dalla Parola, appaiono con chiarezza le piaghe del Signore, quelle perennemente beanti nel suo corpo santo, che è la Chiesa; sono piaghe che feriscono in molti modi la sensibilità e spingono spesso a volgere altrove lo sguardo, ma sono allo stesso tempo le piaghe dalle quali l’uomo è stato ed è guarito. Sarà il mettere il dito nel posto dei chiodi e la mano nel costato aperto, cioè la pratica della carità, ad aprire alla visione del risorto.

Questi segni sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Segni, non prove. Allusioni, non evidenze. Perché sia mantenuta all’uomo la sua libertà. La relazione tra Dio e la creatura è segnata dall’amore e l’amore postula la libertà. I segni non obbligano a credere: sono un invito.

La Comunità ha però il compito di accompagnare l’annuncio della fede con i segni della carità, in primo luogo il perdono. Se viene meno a questo falsifica l’annuncio.

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Nei primi Vespri della Domenica in Albis o della divina Misericordia il Papa pubblicherà la bolla di indizione di questo speciale giubileo. Mentre tanta parte del mondo infierisce contro la Chiesa, il Signore risponde con la misericordia. Si rinnova misticamente la preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!». E al mondo viene offerto ancora una volta il «segno» della Misericordia che svela il vero volto di Dio che ama la vita, anche quella di chi uccide i suoi figli.

Questo Giubileo inatteso è la Parola di Dio alla storia di questo nostro tempo. È una parola che vanifica ogni irrisione, ogni rifiuto, ogni espressione di odio. Ai discepoli del Signore è chiesto di rivestire i sentimenti di misericordia del nostro Dio e Padre perché quando giungerà la persecuzione ognuno possa annunciare al proprio carnefice l’amore fedele di Dio