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Dt 18, 15-20; Sal. 94, 1-2. 6-7. 8-9; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

L’episodio accaduto nella sinagoga di Cafarnao apre il ministero di Gesù in Galilea.

L’evangelista non riferisce quello che il Signore ha insegnato in quella precisa occasione, ma soltanto la reazione di uno che, avendolo ascoltato, sbotta violentemente contro di lui. Perciò l’episodio al quale assistiamo è indicativo delle reazioni che possono essere suscitate anche all’interno della comunità credente dalla radicalità proposta da Gesù. L’episodio infatti parla di una persona pia, che frequentava la sinagoga ed era dedita allo studio delle Scritture e alla lode del Signore. Perché, dunque, reagisce in questo modo all’intervento di Gesù?

Egli si era alzato a commentare la Parola di Dio, come poteva fare ogni uomo presente in Sinagoga, ma era soltanto il figlio del carpentiere di Nazaret e il suo insegnamento non ripeteva quello dei maestri della legge e dei rabbini ai quali di preferenza si affidava il commento della Scrittura quando il popolo si radunava.

Al tempo dell’episodio di Cafarnao egli era già conosciuto, almeno nei villaggi attorno al lago di Galilea a motivo della sua predicazione itinerante. Non si presentava però con i titoli che accreditavano i maestri del suo tempo. In poco tempo egli diventerà un Maestro riconosciuto, ma di stampo diverso: non viene da una scuola famosa; è cresciuto a Nazaret ed è stato formato dalla vita del villaggio, nelle sue parole riemergono le immagini della vita contadina e domestica, la sua sensibilità si è affinata alla scuola dei poveri. La gente però coglie in lui un’autorevolezza particolare: il testo dice che gli «Parlava con autorità, non come gli scribi». Significa che andava dritto al cuore e che l’intelligenza era subito sollecitata dalle sue immagini semplici e vibranti; alla sua parola non si poteva restare indifferenti perché era come una spada a doppio taglio, che smascherava le contraddizioni di tanta sapienza ufficiale. Insomma, usciva dagli schemi; leggendo il Vangelo, lo si nota subito.

Infatti Gesù non interviene su questioni spicciole, se non quando vi è costretto è solo raramente, al contrario dei maestri del tempo. Egli piuttosto, riprendendo quando avevano detto prima di lui i Profeti del tempo antico, invitava a cambiare il cuore, perché, senza una profonda conversione erano inutili i sacrifici e anche tutta la complessa osservanza delle leggi e dei precetti, su cui invece insistevano i dottori della legge e gli scribi. In più, Gesù aveva introdotto una novità; egli invitava con forza a riprendere la speranza, perché il tempo di Dio era finalmente arrivato.: «Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino», diceva. E invitava a cambiare la tristezza in gioia e ad abbandonare la rassegnazione. Anche il modo di dare culto a Dio doveva cambiare: via il volto triste e il cuore stanco di chi aspetta qualcosa che non arriva mai!, perché il Signore è vicino e combatte a fianco del suo popolo. Gesù mostrava con i segni che accompagnavano la sua predicazione che nel mondo degli uomini era accaduto qualcosa di nuovo: era finita l’attesa e ognuno doveva rimboccarsi le maniche – proprio come avevano fatto i padri, in Egitto – e alzarsi da una condizione rassegnata perché era venuto il momento di mettersi in cammino verso la terra promessa da Dio; che non è un luogo particolare, ma quello che l’uomo sa costruire illuminato e sostenuto dallo Spirito di Gesù.

Questo è il punto: l’uomo può costruire un mondo e una storia diversi, se accoglie in sé lo spirito del Signore assimilandone l’insegnamento.

In questa prospettiva si comprende la furia dell’uomo della sinagoga, il quale non si ritrova in questo cambiamento radicale che propone di passare da una religiosità del miracolo a una fede dell’impegno. La parola di Gesù manda in briciole certezza tranquilla nella quale l’uomo pio doveva pregare e aspettare, cantare inni, vivere nell’ossequio ai precetti e, in premio, Dio avrebbe compiuto il prodigio e il mondo sarebbe cambiato. Quell’attesa illusoria viene smascherata nella sua falsità dall’insegnamento di Gesù, che nella linea dei profeti del tempo antico, esorta a diventare autori della storia, con la forza e la creatività dello Spirito di Dio.

L’uomo della sinagoga inveisce contro Gesù perché non si pone nel solco degli altri maestri che il sabato spiegavano e commentavano la Scrittura nella sinagoga, ma dice cose diverse, mai sentite prima, e si spinge a dire che il regno di Dio, cioè Dio, è vicino all’uomo adesso, nella condizione in cui si trova, con i suoi limiti e anche con i suoi peccati, e lo spinge ad alzarsi e a mettersi in cammino. Quello, dice il Vangelo, era posseduto da uno spirito «non puro», cioè torbido, come lo è ogni compromesso. Perciò poteva mettere insieme il culto di Dio, scandito dall’osservanza alla Legge, e tutti quei compromessi dettati dal realismo al servizio del quale si era sviluppata la complessa casistica alla quale Gesù riserva critiche severe.

Non c’è da attendere miracoli. Il Signore farà cose meravigliose, ma con l’uomo: il prodigio atteso sarà opera dell’uomo sostenuto dallo Spirito di Gesù. E sarà un cambiamento diverso da quello che molti si attendono; cioè non sarà in primo luogo il trionfo di quello che agli uomini appare giusto, bello e desiderabile. Questo potrà avvenire man mano che tutti gli uomini accoglieranno lo Spirito. Quello che avverrà sarà piuttosto che l’amore, la benevolenza e la misericordia lentamente si faranno strada tra gli uomini, perché coloro in cui vive lo spirito del Signore ne vivranno i sentimenti e daranno loro vita; non renderanno o mai male per male, ma risponderanno alle ingiurie con la benedizione; essi non prenderanno decisioni a proprio vantaggio, ma pensando piuttosto al bene comune; non cercheranno il potere, che è la radice di tutti i mali, ma si metteranno a servire. La storia degli uomini comincerà a cambiare quando il culto di Dio sarà celebrato nell’amore reciproco e nell’attuazione della giustizia.

Al vedere ciò che era accaduto, la gente fu presa da stupore. Per la prima volta sentivano che quella parola toccava il loro cuore: Gesù parlava il linguaggio della vita è faceva apparire la bellezza dell’adesione a un Dio che ama la vita e la libertà nella giustizia. Ascoltando il suo insegnamento, anche i semplici potevano sentire nascere in sé la gioia e la forza dei loro padri, che non disperavano nonostante fossero oppressi da ogni parte e costretti a difendersi dai nemici: sapevano di essere pochi e deboli, ma quando nel campo giungeva l’Arca del Signore portata dai sacerdoti, in tutti si moltiplicavano le forze e la vittoria era assicurata.

Fin che si aspetta un aiuto dall’esterno, si vive schiacciati dalla propria impotenza. Ma quando si scopre che la piccolezza e le debolezze della Comunità sono gravide della potenza del Signore – perché egli si è fatto uomo e ha infuso il suo Spirito in tutti coloro che credono in lui -, allora trova la capacità di fissare lo sguardo sull’orizzonte e può vedere la via di salvezza che il Signore gli ha aperto.