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Lv 13, 1-2. 44-46; sal. 31, 1-2. 5. 11; L: 1Cor 10, 31 – 11, 1; Mc 1, 40-45

 

Il testo proposto alla meditazione in questa sesta domenica durante l’anno mette in evidenza il punto debole della Legge. Essa aveva lo scopo di difendere l’uomo e il popolo dal male che umilia la persona, rinnovando in qualche modo la condizione di schiavitù vissuta in Egitto, e da ogni contaminazione di culti pagani, perciò escludeva drasticamente coloro che la trasgredivano; allo stesso modo, come nel caso riportato dal Vangelo,, emarginava quanti erano affetti da gravi malformità o da malattie ritenute contagiose e castigo per una grave colpa.

 

Quando Mosè si presentò al Faraone per chiedergli di lasciare andare il popolo disse: «Ci sia permesso di andare nel deserto, a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio» (Es 3,18). Israele era un popolo di uomini liberi costituito per dare lode a Dio per tutte le sue grandi opere; perciò doveva essere un popolo di santi, cioè di persone degne di comparire davanti a Dio; questo stato di “purità” si otteneva mediante l’osservanza della Legge. Gli esperti della Legge e i sacerdoti, pertanto, avevano il compito di definire ciò che costituiva “puri” o “immondi” e di vigilare sull’integrità del popolo. E per non contaminare un popolo di “puri” dovevano essere esclusi quanti erano “immondi”. Ed era quello che accadeva ai lebbrosi.

 

Da questa prospettiva, benché molto schematica, appare il valore della Legge: essa ha la capacità di indicare la via del bene e di proteggere dal male alzando barriere. Ma se ne vede anche il limite: la Legge ha il potere di escludere, ma non la capacità di “purificare”, che nel caso estremo del lebbroso significherebbe guarirlo. La Legge protegge il popolo, riconoscendo il male e separando chi se ne è reso responsabile o ne è portatore nella sua persona. Di qui si alimenta una religiosità dell’esclusione: solo i santi possono avvicinarsi al Santo.

 

I rituali complessi che essa prevedeva per le molte situazioni in cui veniva contratta un’impurità non erano efficaci per un lebbroso. Pertanto la condizione dell’uomo che si rivolge a Gesù con quella straordinaria professione di fede – «Se tu vuoi, tu puoi …» -, sottolinea l’impotenza della Legge e della religione di Israele, che è bensì capace di tenere l’uomo lontano dal male, ma non di sostenerlo e di guarirlo quando ne è stato colpito. La Legge è fatta per i sani, non per i malati.

 

La lebbra è una morte lenta. Quell’uomo, escluso dalla comunità degli uomini e dall’assemblea di coloro che lodano Dio, va da Gesù, come aveva fatto Naamàn il siro con il profeta Ezechiele (cf 2Re 5,1ss; Lc 4,27). Egli crede che egli è l’uomo di Dio e che in lui agisce la potenza dell’Altissimo. La Legge non può salvarlo, anzi lo ha emarginato e abbandonato a se stesso; la Legge non potrà reintegrarlo nella comunità che a condizioni impossibili: chi può guarire dalla lebbra?

 

In Gesù Dio si manifesta più grande della Legge, che condanna ed esclude; Gesù guarisce e reintegra nella comunione. E il lebbroso, una volta guarito – “purificato” – proclamerà a tutti ciò che gli è accaduto; proclamerà che non la Legge, ma la compassione gli ha restituito la vita.

 

Siamo dunque in presenza di un fatto che mette a fuoco la novità introdotta da Gesù nel mondo. Egli, da ebreo osservante, non si mette in contrasto con la Legge, infatti comanda al lebbroso guarito di andare dai Sacerdoti e compiere le opere previste in casi come il suo. Ma sarà proprio constatando la sua guarigione essi dovranno riconoscere che Gesù ha fatto ciò che la Legge non aveva potuto.

 

Quello che impone un cambiamento radicale alla situazione è il sentimento di Gesù: egli fu «Mosso a compassione», al punto che, superando il divieto severissimo della Legge, si avvicina al lebbroso e addirittura lo tocca. Secondo le norme, un gesto simile lo costringeva nella condizione stessa del lebbroso: avere toccato un malato faceva di lui un possibile portatore di contagio, perciò era costretto a una quarantena e all’osservanza di una quantità norme igieniche. Benché fosse un osservante, Gesù varca la soglia della Legge e si avvicina all’uomo che grida la sua disperazione e confessa la sua fede nel Dio predicato dai Profeti, un Dio compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore e con questa fede in Dio che salva si rivolge a Gesù con parole ferme, abbandonandosi alla sua volontà: «Se vuoi, puoi guarirmi!». E Dio vuole, perché è compassionevole e vuole Gesù, perché è il Figlio del quale il Padre si compiace e si svela l’icona della misericordia di Dio che col suo tocco comunica la vita.

 

Allora questo testo potrebbe sollecitare la riflessione: praticare una religione dell’esclusione o una religione dell’integrazione? Infatti sono a confronto la Legge, con le sue esigenze, e la misericordia, che è l’opera di Dio. Chi è capace di compassione, il misericordioso è uno toccato da Dio. La condizione del lebbroso è quella dell’uomo con la morte addosso e immagine particolarmente forte dell’uomo nella condizione di peccato, cioè di colui che si è allontanato volontariamente da Dio e dalla comunità; è figura dell’escluso.

 

(Per lebbra si intendeva qualunque male della pelle, dalla semplice irritazione, all’eczema, al morbo di Hansen propriamente detto. La lebbra era considerata come la peggiore delle maledizioni in quanto suscitava il ricordo della decomposizione della morte, a causa delle degenerazioni cutanee. Il lebbroso non poteva vivere tra i suoi simili, ma era costretto a starsene in disparte, in luoghi deserti e generalmente trovava riparo nelle caverne usate come sepolcri. Non poteva avvicinarsi a nessuno a meno di un tiro di sasso, se non voleva rischiare di venire lapidato da coloro che temevano di essere contagiati. E vedendo qualcuno avvicinarsi, il lebbroso era costretto a gridare la sua condizione, in modo da impedire agli altri di contrarre un’impurità rituale o addirittura il morbo, venendo anche involontariamente a contatto con lui. La gravità di questo male e le conseguenze sul piano sociale portavano a ritenere che il lebbroso fosse un maledetto da Dio a causa di un peccato suo o della sua stirpe; di qui il disprezzo: nessuna compassione per il peccatore).

 

La legge può constatare il male oggettivo e la responsabilità morale, ma non può fare nulla per risolverlo. Al più potrà tentare di evitarne il contagio. La Legge manifesta la sua impotenza radicale così come quella dell’uomo dinanzi a ciò che colpisce mortalmente. Resta solamente la misericordia come via di salvezza. Il misericordioso non pensa a difendere se stesso dal pericolo costituito dal male, ma si lascia toccare il cuore dalla sofferenza dell’uomo colpito a morte e corre in suo soccorso. Quando il male afferra l’uomo, se esso viene guardato come fosse una cosa sola col male che ha fatto, in forza della Legge viene emarginato e così il male è cacciato lontano assieme a lui; ma se la compassione sa vedere l’uomo nonostante il male, allora rimane un canale attraverso il quale la vita può raggiungerlo e guarirlo. Il medico trova il coraggio di intervenire, anche rischiando, perché prima della malattia vede l’uomo malato.

 

È facile anche per la comunità cristiana cedere alla tentazione di chiudersi e diventare un club di gente per bene. In un contesto culturale nel quale tutto viene messo in discussione, anche le cose più sacre, può nascere la tendenza a difendersi e ad alzare l’asticella per rendere più severa la selezione. Benché si legga nel Vangelo che la comunità è formata da gente raccolta ai crocicchi delle strade e lungo le siepi – gente “costretta” ad entrare a una festa alla quale neppure pensava – è facile trovare situazioni nelle quali per l’appartenenza alla comunità è richiesto il pagamento del dazio costituito dall’accettazione della norma.

 

Il criterio suggerito da Gesù, però, non è la Legge – che egli non è venuto ad abolire, ma a portare a compimento (cf Mt 5,17) – ma il suo compimento, cioè la radicalità dell’amore, che ha la sua espressione nella misericordia. La comunità di Gesù non è formata da gente perfetta, ma da persone che hanno deciso di mettere a rischio anche la propria vita per farsi fratelli e prossimo di ognuno. Perché la perfezione pretesa da Gesù, non è quella della norma, ma dell’amore che mette in gioco la vita.

La riflessione su questa pagina di Marco, può illuminare la complessa ricerca della “verità” circa la posizione di quei cristiani che per la loro condizione sono “irregolari” rispetto alla Legge; sono spesso persone buone e sinceramente impegnate a vivere secondo il Vangelo e che però sono in dissonanza con alcuni aspetti della prassi morale e della dottrina. A tutti deve essere chiara l’urgenza assoluta della carità accogliente, perché non si può invocare il Vangelo per escludere nessuno; e se diversa può essere la distanza rispetto alla piena maturità della fede e della sua pratica, a tutti urge in ogni caso l’amore sincero per la persona. Si potrebbe dire che la vita che scaturisce dalla comunione con Cristo che il credente maturo attinge dalla partecipazione all’Eucaristia, può raggiungere tutti, anche chi non è ancora pronto a ricevere il Pane eucaristico, attraverso la sincera comunione dei fratelli. E la severità con la quale la comunità può decidere di affrontare questioni rilevanti capaci di minare la comunione – basti ricordare l’esempio di Paolo con la Chiesa di Corinto – può avere solamente uno scopo educativo: l’estremo tentativo per risvegliare l’individuo alla propria responsabilità, mentre rimane alla comunità la premura perché nessuno si perda.