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Ez 17, 22-24.Sal. 91, 2-3. 13-14. 15-16. 2Cor 5, 6-10. Mc 4, 26-34.

 

E’ molto importante comprendere il significato del termine «parabola», proprio perché Gesù parla in parabole per annunciare la Parola ai discepoli, e, al contrario, senza parabole non parlava loro. Anzi, si potrebbe dire, partendo dal testo del Vangelo, che le parabole diventano il mezzo di annuncio della Parola, come se questa non potesse essere intesa se non, appunto, in parabole.

Questa non sono, come potremmo supporre, dei semplici racconti, tratti dal mondo della natura, come le favole di Esopo o di La Fontaine, nei quali i protagonisti ricordano le vicende degli uomini per qualche rassomiglianza estrinseca o per una certa affinità: Gesù non parla con i suoi discepoli come se fossero dei bambini, e per questo non racconta loro delle favole. Non sono nemmeno un modo di esprimere semplicemente dei concetti difficili, come se il Signore si rivolgesse a dei sempliciotti, incapaci di giungere all’elaborazione di concetti più elevati, che potrebbero essere espressi con un linguaggio più perspicuo: di nuovo, Gesù non tratta i discepoli come degli stupidi, incapaci di comprendere. Al contrario, attiva la loro comprensione proprio per mezzo delle parabole, che sono un racconto che parla di loro stessi.

Ogni volta che ci troviamo di fronte a una parabola, e ne troviamo molte, sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo, non dobbiamo cioè interpretarla come se fosse un’allegoria o un racconto moraleggiante, ma come un racconto che parla di me stesso. Io sono la chiave di comprensione, il criterio ermeneutico, di ciò che è narrato. Così tutti ricordiamo la parabola che il profeta Natan racconta a Davide dopo che rubò la moglie di Uria l’Hittita. Possiamo rileggere il testo in 2 Sam 12, e ricordare la conclusione del profeta: Tu sei quell’uomo. Così in ogni parabola possiamo domandarci: dove sono io lì? In che senso quel racconta parla di me.

Ecco perché Gesù annuncia la Parola in parabole, perché la Parola di Dio, se non è riflessa nella nostra vita e a partire da essa, in un circolo virtuoso nel quale io capisco la mia vita con la Parola e la parola stessa a partire dalla mia vita, non è più la Parola di Dio, Parola vivente, ma una parola con la “p” minuscola, una tra le tante parole che ascolto, una parola che può galleggiare, per così dire , sopra la mia esistenza come tante altre. In altri termini: potrebbe essere un’informazione come un’altra, come tante che sono stipate nella mia mente, ma essere sterile e infruttuosa. Per questo, per un motivo direi quasi intrinseco alla natura della cosa, Gesù annuncia la Parola in parabole, assoggettandosi così alla stessa possibilità e gradualità di comprensione dei suoi ascoltatori. Così il Vangelo dice infatti, significativamente: «come potevano intenderne».

Ecco perché la prima lettura è una parabola che parla di Israele: il cedro è l’impero grande e potente dei Persiani, il ramoscello è Israele stesso, che altrove è definito «il più piccolo di tutti i popoli», tagliato via dall’albero grande e piantato sopra un monte alto, imponente, il monte di Sion, che non è affatto alto e imponente dal punto di vista fisico, ma lo è agli occhi di Dio. Così viene annunciato il ritorno di Israele nella sua terra dopo la deportazione e l’esilio. Anzi, lui stesso diventerà un albero alto e ombroso, alla cui ombra tutti i popoli troveranno riparo. Una prospettiva impensabile e senza senso, per coloro ai quali Ezechiele parlava, che erano in esilio senza alcuna speranza plausibile di ritorno.

Proprio come sembra assurdo e impensabile che il seme germogli in stelo, e questo fiorisca in spiga, per diventare poi chicco pieno. Non potremmo, per così dire, indovinarlo prima, ma soltanto dopo, vendendo il frutto, capiamo quante e quali fasi o momenti ha dovuto passare, senza che l’uno facesse pensare o presagire l’altro. In questo modo siamo invitati, noi adulti, a contemplare come il seme di Dio, la Parola che abbiamo accolto, è cresciuta, e come si è sviluppata, attraverso momenti così diversi: siamo inviati a contemplare la fedeltà di Dio attraverso le vicende così contorte delle nostre esistenze, che si sono svolte anche nel nostro «esilio», cioè in momenti e situazione nei quali non comprendevamo più quel che stava accadendo, ed eravamo confusi e disorientati sia per quanto accadeva fuori di noi che per quanto accedeva dentro di noi.

La «visione» di cui parla Paolo, cioè la comprensione di quanto ci è accaduto, non ci è data prima, ma dopo: nel dopo escatologico, certamente, quello al quale allude l’Apostolo, ma anche in quei numerosi «dopo» che il Signore ci riserva oltre ogni situazione e momento che viviamo. E così la Parola che sempre ascoltiamo, sempre ci accompagna, e apre una strada in mezzo alla semioscurità, il «camminare nella fede e non in visione», proprio perché la fede appare controfattuale, o i fatti sembrano smentirla. Ma c’è un «dopo», che si apre ogni giorno anche su questa terra, e si aprirà in modo pieno quando saremo davanti a Lui. E così «la tua Parola è lampada ai miei passi e luce alla mia strada». Con le parole di Montale: «il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello di un fiammifero». Se, come Maria, custodiremo la Parola nel bene e nel male, nell’esilio e nell’oscurità, la Parola custodirà noi, fino a togliere il velo che offusca i nostri occhi.

 

ODB