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Sap 1, 13-15; 2, 23-24. sal. 29, 2 e 4. 5-6. 11 e 12a e 13b. 2Cor 8, 7. 9. 13-15. Mc 5,21-43.

Potremmo intitolare il Vangelo di oggi: un miracolo nel miracolo. La pericope infatti inserisce il racconto della guarigione della donna tra i due tempi di un altro miracolo, il restituire la vita alla bambina morta. E’ interessante osservare che i due soggetti della misericordia del Signore sono due donne: nella donna, portatrice di vita per eccellenza, la morte o i suoi segni diventa ancora più crudele. La bambina è dodicenne: il tempo nel quale già legalmente si poteva contrarre matrimonio e concepire. La donna perde sangue, come in un mestruo prolungato, una perpetua mancata maternità. Nelle due storie, che in realtà sono una storia sola, viene narrato lo scandalo di una vita fatta per germinare e che in realtà non matura, abortisce, degenera in morte.

Potremmo cinicamente dire che appunto questa è la vita: il fiore appassisce, e in fondo poco importa se non ha fruttificato. Non pare infatti evidente quel che dice l’Autore del libro della Sapienza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi […] le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra». Al contrario, la terra sembra vedere molte anticipazioni della morte, le malattie e il dolore, e la stessa morte è parte della vita, un orizzonte certo e più definitivo della vita stessa. Il dialogo tra la natura e un islandese, di Leopardi, è molto significativo.

Il primo miracolo è particolarmente denso: Gesù vince tre tabù, la donna, il sesso, il sangue, molto ben radicati nella legge di Mosè. Un rabbi non poteva essere avvicinato da una donna: ecco perché la donna furtivamente si accosta a lui toccandone la vesta da dietro, per non essere vista. Ma non solo essa è impura perché donna, ma anche per il sangue, quanto di più impuro si potesse pensare: è per non toccare il sangue che il sacerdote ed il levita non si accostano all’uomo percosso e lasciato mezzo morto e che soltanto un «buon» samaritano, cioè un impuro, poté avvicinarsi e toccare. E il sangue è quello di un mestruo continuo, sfiancante e della durata di dodici anni: numero simbolico, le dodici tribù di Israele, la legge che sfianca ma non fiorisce mai in fecondità di figli. Questo chiarisce perché la donna, scoperta, venne da lui «impaurita e tremante», per la triplice violazione della legge. Qui si nasconde qualcosa di paradossale: è soltanto violando la legge che scopri che Dio non è legge, ma è amore, una compassione inattesa per chi vive solo di precetti, asservito alla logica del dovere. La donna osa violare la legge perché crede all’amore: «La tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male».

Le tue ferite sanguinano, e continueranno a sanguinare fino a quando non conoscerai Colui dalle cui piaghe siamo stati guariti; ma non potrai conoscere le sue piaghe fino a quando lo confinerai nel cielo della legge, del dovere, della perfezione morale, in altri termini di un’idea umana. In realtà, Dio nessuno lo ha mai visto: solo il Figlio lo ha rivelato. Noi possiamo rivolgerci a molti medici, agli psichiatri, ai maestri di molte discipline, e spendere tutti i nostri averi senza trarne alcun vantaggio: siamo come le mosche che girano sotto un bicchiere. Qui il bicchiere è il nostro orizzonte intramondano, che ci rimanda continuamente a noi stessi, e in ultima analisi a una vita inevitabilmente segnata dalla morte. La fede, o fiducia, è come una fiocina sparata oltre la nebbia: oltre questa non c’è una natura muta o indifferente ma Dio, che «non ha creato la morte e non gode per la rovina dei mortali». E Dio lo conosciamo solo giocandoci, avendo il coraggio di andare oltre la folla che preme intorno a Gesù, e lo nasconde; andando oltre ciò che ci ostacola nello stendere la mano verso di Lui.

Forse, come Giairo, siamo tentati di non disturbare ancora il Maestro: forse perché pensiamo di essere un disturbo per Dio, o, più sottilmente, che tanto Lui non si disturba per noi. Ci sentiamo derisi se crediamo, se preghiamo: del resto, la gente derideva Gesù. E non perché fosse cattiva, ma solo perché era disperata: dopo tutto, ci sono ottime ragioni per non sperare più, e questa pareva proprio una di quelle. Di nuovo: «Non temere, soltanto abbi fede». La paura blocca, la fiducia libera. E così «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1). Nella fede si matura l’incontro con Cristo, che accade solo «cacciati tutti fuori». Oggi ci sono perfino programmi televisivi o rotocalchi dedicati esplicitamente ai miracoli: essi stanno alla fede come la pornografia sta all’amore. Cacciamo anche noi dunque tutti fuori, e restiamo con Cristo nella stanza del nostro cuore: quella bambina, siamo noi.

ODB