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1Re 19,9a.11-13a; Sal 84,9ab-10. 11-12. 13-14; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33

Il cap. 14 di Matteo è introdotto dalla domanda che gli abitanti di Nazaret si fanno su Gesù: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere?…» (Mt 13,54-55). Erode si è dato una risposta, cinica: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; perciò la potenza dei miracoli opera in lui» (Mt 14,2). Anche la Comunità sarà chiamata ben presto a dichiararsi su Gesù (cf Mt 16,18).

La domanda però rimane e attende da ognuno la risposta; essa è sollecitata dalle molte situazioni nella quali sia il singolo cristiano che la Comunità impaurita dalla persecuzione – che, secondo i tempi e le età, prende forme diverse – e timorosa di soccombere, si sente tentata dall’«assenza» di Dio. Infatti per la sua fragilità l’uomo è sempre timoroso di ciò che non conosce e non può controllare; la paura (che, alla fine, è sempre paura della morte) rappresenta la grande tentazione: essa è capace di appannare lo sguardo rendendo irriconoscibile Dio stesso e la sua opera nel mondo.

Matteo ha narrato l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci per sfamare «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt 14,21); un’allusione alla vita della Comunità radunata attorno alla Parola e all’Eucaristia e nutrita da Gesù stesso, che serve ognuno per mezzo degli apostoli. È a questo punto si inserisce il racconto dell’apparizione sul mare. Tutti i segni presenti nel racconto rimandano all’avventura della Chiesa pellegrina nel tempo, specialmente quando si presentano gravi difficoltà e la persecuzione: nella barca in balia delle onde si può riconoscere l’immagine della Chiesa che affronta una storia che le è contraria; nella fatica degli apostoli è rappresentata quella della Comunità. Allo stesso modo, la loro difficoltà a riconoscere la presenza di Gesù nel mezzo della bufera e la paura che provano, esprime il disagio dei cristiani a riconoscere la presenza di Gesù salvatore dell’uomo in mezzo a eventi difficili, dove il timore può indurre a confondere la stessa presenza di Dio con un pericolo mortale.

«Verso la fine della notte», cioè all’alba: è l’ora della resurrezione, quella stessa in cui gli apostoli, pieni di timore, se ne stavano rinchiusi nel Cenacolo, mentre su di essi incombeva la minaccia di fare la stessa fine del loro Maestro; ma l’immagine allude anche al tempo in cui vive la Chiesa.

«Egli (Gesù) venne verso di loro camminando sul mare»: soltanto Dio domina il mare e pone un limite alla sua furia (cf Gen 1,2; Sal 76,20; Gb 9,8-11 e 38,16; Sir 24,5); dunque l’immagine evoca Gesù, vincitore della morte, che presto i discepoli professeranno «Figlio di Dio».

«Furono turbati e dissero: “È un fantasma”»: la luce ancora incerta, il mare agitato, una figura che cammina sulle onde, tutto concorre a suscitare la paura in una comunità che si sente in pericolo (il Risorto viene preso per un fantasma, cf Lc 24,37). La figura che cammina sul mare viene subito inquadrata secondo le categorie della paura: i fantasmi sono i morti che riemergono dalle tenebre. Il fantasma infatti era l’immagine diafana del morto: «un essere divino che sale dalla terra» (2Sam 28,13), come dice la negromante di Endor a Saul che le aveva chiesto di evocargli Samuele.

La presenza di Dio, in un contesto in cui la vita non sa più sperare, viene scambiata come una minaccia. Sono i momenti in cui si prega Dio perché venga a salvare, ma quando egli appare non viene riconosciuto e sgomenta: Dio viene scambiato per un portatore di morte, mentre è un portatore di vita. L’aspetto più sconcertante è che la Comunità, che pure celebra i Misteri e professa la sua fede nella liturgia – cf il prodigio dei pani (cf Mt 14,13-21) – nella vita non sa riconoscere il Signore.

Nel racconto evangelico, a rincuorare i discepoli sbigottiti interviene Gesù stesso, che rivolge loro la parola: «Coraggio, sono io, non abbiate paura»; è l’espressione ricorrente nella Bibbia ogni volta che si assiste a una manifestazione di Dio.

Nel nostro testo è Pietro che, in risposta all’esortazione a non avere paura, prende la parola a nome anche degli altri e, come prova che quello che essi intravedono nella luce del mattino è proprio il Maestro che ha chiamato ognuno a seguirlo, gli chiede di rivolgergli ancora quella chiamata con la quale lo aveva fatto suo discepolo; qui si tratterà di andare a lui camminando sul mare, cioè dominando gli eventi, in particolare quello decisivo e più spaventoso di tutti, cioè la morte, dinanzi ad essa infatti tutte le paure che si annidano nel cuore vengono allo scoperto (cf Mt 26,30-35.69-75).

La scena ricorda da vicino l’episodio del rinnegamento di Pietro. Seguendo Gesù fin nel cortile del Sommo Sacerdote, veramente Pietro si è avventurato camminando sulle onde di un mare in tempesta e alle domande incalzanti di una serva querula è affondato miseramente.

Alla Comunità – così come ad ognuno – è facile riconoscere le situazioni nelle quali la fede è stata messa alla prova. Ma è nella prova che mette a nudo l’incapacità e l’insufficienza dell’uomo che bisogna saper riconoscere l’azione di Dio, che apre una via nel mare e fa camminare il suo popolo come sull’asciutto. La difficoltà allora non va fuggita, perché è anch’essa un luogo della manifestazione di Dio.

Gesù lo chiama e Pietro, sceso dalla barca cammina sulle acque come il Maestro ― e Pietro non è certo un fantasma ―, ma subito la sua fede viene meno e comincia ad affondare: non sa concepire come l’uomo, avendo fede nella Parola, possa essere capace dell’impossibile possa fare ciò che fa il Maestro. Questa volta il grido di Pietro non è più l’espressione indistinta dello sgomento, né una generica invocazione a Dio per essere liberato dal pericolo; è una vera professione di fede rivolta a Colui che cammina sul mare e di cui tutti hanno udito la voce, lo chiama infatti con il Nome che è al di sopra di ogni altro nome e dinanzi al quale si piega ogni ginocchio (cf Fil 2,10), e grida: «Signore, salvami!». Pietro grida la sua incapacità, confessa la sua debolezza e il Signore lo soccorre prontamente. Nell’esperienza che una volta di più gli fa sentire la sua distanza dal Signore, benché gli sia tanto vicino, Pietro nel Maestro riconosce il Signore della vita.

Colui che cammina sul mare non è l’angelo della morte, né un’illusione diafana e fugace: la sua mano afferra saldamente il discepolo che sta per essere divorato dalle onde, così come già era stato inghiottito dalla paura «per la violenza del vento»: egli è il primo dei salvati, cioè di coloro che fanno l’esperienza di essere «tratti fuori», liberati dalla morte. L’immagine di Gesù che afferra Pietro e lo trae dalle acque, nell’esperienza della Chiesa, ricorda quella del battesimo, dove il Vescovo trae dalle acque il battezzato, dopo che vi era stato immerso, a rappresentare la risurrezione dalla morte.

Dunque Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Gesù rimprovera a Pietro la sua poca fede, ma non lo lascia perire.

Il testo termina con questa espressione: «Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”». È la professione di fede di «Quelli che erano sulla barca», cioè della Chiesa: è nella Chiesa che l’esperienza della salvezza riceve il suo sigillo e diviene fondamento della fede professata. Così avviene per coloro che, tratti dalle acque del Battesimo, sono fatti entrare nella Comunità che celebra i Misteri e dà testimonianza con la vita. Costoro siamo noi.

L’episodio evangelico ha la forza di evocare tutta l’avventura del credente, che, come Pietro, segue il Signore con generosità ma anche presumendo di sé; ha le sue idee alle quali difficilmente rinuncia; arriva a sfidare le circostanze per poi dover constatare di essere piccolo, debole, incapace… Eppure il Maestro, pur conoscendone la fede debole – è la fede e la sola vera forza del discepolo – lo ha scelto per amico e intende affidargli la sua propria missione. E lo stesso si può dire delle Comunità cristiane.

La fede in Gesù rende capaci dell’impossibile.