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1Re 19, 4-8. Sal. 33, 2-3. 4-5. 6-7. 8-9. Ef 4, 30 – 5, 2. Gv 6, 41-51.

Continua il lungo e complesso discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Egli si rivolge ai molti che lo avevano raggiunti pieni di entusiasmo perché avevano mangiato i pani che egli aveva moltiplicato senza però comprendere il significato di quel segno. Gesù aveva iniziato l’esodo verso una vita nuova e diversa, col sapore della vita di Dio e aveva moltiplicato i pani e i pesci come segno per rafforzare la fede di quanti erano andati a lui e per indicare che soltanto Dio può dare la capacità di procedere nel cammino.

A Cafarnao Gesù dice esplicitamente «Io sono il pane disceso dal cielo», suscitando nei suoi ascoltatori meraviglia e sconcerto, che sfoceranno nella polemica. Infatti questa espressione, molto cara a Israele, indicava ad un tempo la manna che aveva assicurato la vita al popolo durante la lunga traversata del deserto, e la Legge, dono di Dio (=Cielo) al suo popolo, secondo quanto si legge nel libro dei Proverbi in riferimento alla Sapienza: «Venite, mangiate del mio pane» (Prov 9,5). I rabbini farisei insegnavano che quanti avrebbero osservato la legge sarebbero stati benedetti da Dio con una vita fortunata e felice e sarebbero risorti alla fine dei tempi.

Gesù, applicando a sé quell’espressione – più avanti dirà: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» – si poneva in alternativa all’insegnamento comune e veniva a dire: chi vuole essere gradito a Dio, ricevere i suoi doni e vivere la vita stessa di Dio, deve assimilare il mio insegnamento, offerto con la parola e con le scelte della vita. Dicendo poi di essere disceso dal cielo, Gesù affermava la sua origine da Dio, cielo infatti è un modo per indicare il mondo divino.

I suoi ascoltatori, a partire da ciò che vedono di lui, obiettano che egli non è che un uomo come tutti gli altri: è noto suo padre – Giuseppe – e sono ben conosciuti i suoi familiari. Quelli che reagiscono così sono quelli che hanno visto i “segni”, ma non ne hanno compreso il significato.

Chi infatti presume di conoscerlo rimane scandalizzato da quanto Gesù va dicendo. Per i suoi ascoltatori la sapienza di Dio era tutta contenuta nella legge, che i maestri insegnavano al popolo.

Molti però avevano fatto questa esperienza: mentre la legge, con la sua durezza, metteva a dura prova ed era scostante, Gesù attraeva per la sua misericordia verso gli umili e i diseredati, per la compassione che dimostrava a tutti prendendosene cura. Attraverso l’insegnamento e la prospettiva proposti da Gesù, si sentivano attirati da Dio nel profondo del cuore con legami di bontà (cf Os 11,4); perciò Gesù risponde: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me». In questo modo Gesù ricordava una promessa che Dio aveva fatto per mezzo del Profeta Geremia: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (Ger 31,31-33). Sapevano dalla lettura dei Profeti e sentivano intimamente che la sapienza di Dio che dà sapore alla vita e la legge che da essa emana non è fatta in primo luogo di precetti: il cuore della legge è la compassione; Dio stesso si presenta come colui che ha udito il grido del popolo di Israele e ha preso la decisione di andare in suo soccorso (cf Es 3,7); la legge donata attraverso Mosè aveva lo scopo di custodire la libertà conquistata proteggendola dai molti egoismi coi quali ognuno la aggredisce. Perciò l’osservanza formale, così come la pratica religiosa distaccata dalla vita risulta vana.

Gesù, nella sua azione rivolta soprattutto ai piccoli, ai poveri e agli esclusi, ha incarnato gli stessi sentimenti di Dio; perciò chi ha imparato a “sentire” con Dio è attratto da Gesù. La compassione, infatti, è un maestro interiore che apre il cammino verso Colui che ama la vita. E la compassione vera per l’uomo può insegnarla veramente soltanto Gesù, perché egli conosce il Padre perché viene da lui.

Perciò Gesù conclude: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Ora si possono comprendere le sue parole: lui, la sua persona – la sua carne – è la sapienza che viene da Dio stesso, chi se ne nutre, chi l’assimila e vive guidato da essa partecipa alla vita di Dio, che è una vita diversa, piena di consolazione; ed è anche una vita che la morte non potrà spegnere; infatti nel compimento della creazione quanti si saranno fatti solidali con il Padre condividendo il pensiero e l’azione di Gesù saranno viventi in Dio per sempre.

Chi lascia educare il proprio cuore alla compassione, calcando le orme che Gesù ha lasciato con la sua vita umana, costui si nutre della vita stessa di Dio e vivrà per sempre.