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Is 55,10-11; Sal 64,10abcd.10e-11.12-13.14; Rm 8,18-23, Mt 13,1-23

 

Gesù nella barca si pone a sedere, assumendo così l’atteggiamento del Maestro in atto di insegnare. L’insegnare è una semina e il seminatore è Gesù. L’immagine che si staglia nella mente e nel cuore di chi ascolta è quella di un contadino che con gesto largo sparge il seme in abbondanza, quasi uno spreco; il seme è gettato dappertutto, anche dove il terreno è più ostile.

Questa è una delle due parabole (l’altra è quella della zizzania, Mt 13,24-30.36.43) alle quali è unita la spiegazione.

I campi di grano erano spesso appezzamenti piuttosto piccoli, ottenuti da terreni il più delle volte irregolari e aspri; il contadino strappava le piante selvatiche che infestavano il terreno e toglieva continuamente le pietre che il tempo e la pioggia facevano affiorare, portandole ai margini del campo stesso sicché col tempo quelle pietre venivano a definirne i confini; tra quei sassi crescevano spine e si nascondevano serpi; insomma, benché il terreno da seminare fosse stato bonificato, presentava tuttavia le difficoltà illustrate dalla parabola; inoltre nei campi, a causa del passaggio delle persone e degli animali, si creavano dei sentieri, per cui il terreno in quel punto era più compatto e difficilmente lasciava penetrare nella terra il seme.

Le similitudini del racconto vengono direttamente dall’osservazione. La semina avveniva prima dell’aratura, che del resto era fatta con strumenti molto rudimentali, capaci di rimuovere solo lo strato più superficiale del terreno per coprire i semi gettati.

Il seminatore. In primo piano sta la figura del seminatore, nella quale Gesù ha voluto rappresentare se stesso. Egli è «uscito» dal Padre e, venuto nel mondo, getta con generosità il seme della parola, lasciando al «terreno» la libertà di accoglierlo.

Ed ecco i quattro «tipi» che rappresentano gli atteggiamenti di fronte alla buona notizia.

Sono definiti due estremi: la non comprensione e la comprensione della parola. Tra essi due aspetti intermedi, nei quali l’accoglienza della parola non dà frutto a causa dell’inconsistenza e del sopravvenire della «preoccupazione del mondo».

Strada: «uno che  ascolta la parola del regno e non la comprende».

Coloro che non comprendono la parola sono gli stessi per i quali Gesù cita l’oracolo di Isaia. Sono persone piene di sé, chiuse nella loro sapienza: sono indurite nelle loro convinzioni, perciò la parola su di essi ha lo stesso effetto dell’acqua sulla pietra: scorre senza penetrare. Le classi maggiormente rappresentative di questo atteggiamento sono forse gli scribi e i farisei. Essi, forti dell’osservanza formale della Legge e delle tradizioni, bastano a se stessi, si costruiscono la sé la salvezza. Rimangono perciò ermeticamente chiusi a tutto ciò che contrasta con le sicurezze acquisite.

Nel testo di Isaia citato, il Signore si esprime duramente verso il suo popolo. Quelle espressioni si spiegano perché nella Scrittura ogni cosa è riferita a Dio: la durezza del cuore, effetto della stessa malvagità, è compresa come il castigo inflitto da Dio.

Terreno sassoso: «è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante».

Questa classe di persone può forse essere rappresentata da quanti, pur avendo cominciato a seguire Gesù, quando viene meno il plauso e cominciano le opposizioni, come per esempio a Cafarnao (cf Gv 6,59-66), se ne vanno delusi. L’annuncio del Regno affascina ognuno, ma quando Gesù comincia a parlare di opposizioni e anzi di aperta persecuzione, chi immaginava un cambiamento miracolistico del mondo lascia il campo. L’esempio è fatto per gli illusi, che plaudono al successo, ma non vogliono pagarne il costo. Si potrebbero ricordare anche i figli di Zebedeo, i quali si erano candidati generosamente ai posti di maggiore responsabilità nel regno di Dio, ma, al momento della prova, erano fuggiti come tutti gli altri. La prova decisiva si presenta quando il desiderio di sollevare l’uomo dalla sua condizione di dolore deve scegliere tra due alternative: quella suggerita dalle ideologie e dai sistemi umani e quella invece che consiste nel prendere su di sé, da innocenti, il peccato del mondo e tutto il dolore che esso infligge all’uomo, portandolo.

La prima prospettiva, che si presenta come l’ipotesi «eroica» e molto spesso, individuando un «nemico», si risolve nel conflitto, si consuma in se stessa: al più si impone in una circostanza specifica, ma non intacca il male nella sua radice. Il risultato è la frustrazione.

L’altra prospettiva, quella che appare come passiva e perdente – che consiste nel fare proprio l’atteggiamento di Gesù nei riguardi del «male oggettivo» – nel tempo ha la capacità di smascherare la falsità di quei beni apparenti che si alimentano dell’ingiustizia e dell’oppressione dell’uomo, aprendo così prospettive di verità alle coscienze.

È solo a partire dal cambiamento del cuore dell’uomo che la storia comincia a cambiare. In conclusione, si potrebbe dire che il terreno sassoso è l’immagine di un cuore che ha conservato molte durezze, rimane attaccato ai proprio modo di pensare e non si abbandona alla novità … della croce. Il terreno sassoso rappresenta colui che davanti alla prospettiva della croce si tira indietro.

Terreno invaso dalle spine: «è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola».

Le spine richiamano la storia del giovane ricco (Mt 19,16-22), che se ne va triste a causa dei suoi molti beni, e anche Giuda, che vende Gesù per trenta denari. Ancora una volta è nel momento della prova che si svelano i pensieri dei cuori, i loro veri desideri e le inconsistenze. Le spine impediscono il cammino a chi percorre il sentiero stretto, perché si attaccano ai vestiti e li strappano. Le spine trattengono. Le spine graffiano: chi attraversa un campo di spine ne esce ferito e insanguinato. Le spine della vita scoraggiano. E non c’è vita che non conosca le spine. Ebbene, tra tutte le spine vi sono quelle preoccupazioni e quei desideri – come il vano onore del mondo –, che possono distogliere dalla meta; e vi sono le ricchezze, che rappresentano l’illusione di risolvere ciò che preoccupa e avvelena i giorni. La parola seminata tra le spine germoglia presto: mescola speranza e illusione, ma subito si spegne perché la ricchezza appare la risposta più immediata e concreta agli immancabili assilli della vita quotidiana.

Terra buona: «è colui che ascolta la parola e la comprende».

Qui l’esempio compiuto è Maria, la Madre del Signore, che custodiva la parola «meditandola nel suo cuore» (cf Lc,1).

Non si tratta in primo luogo di una comprensione intellettuale dei contenuti della Parola, quanto piuttosto di abbracciarla, di farne la propria sapienza. Si tratta dell’accoglienza fiduciosa della sapienza di Dio che è più grande di qualunque sapienza dell’uomo. In una parola la parola da accogliere è la Buona Notizia di Gesù che ha dato la vita per noi ed è risorto perché anche noi risorgiamo; sicché ciò che il cuore deve accogliere, se vuole essere salvato, è la forza e la sapienza della croce. Un mistero schiacciante, che Maria ha accolto nel suo cuore, fidandosi di Colui che ha mandatoli Figlio nel mondo affinché il mondo viva per lui.

Il ministero del Signore continua nella missione della Chiesa, che deve seguitare a spargere l’annuncio del Regno di Dio senza fare calcoli. Questo annuncio, prima ancora che di formule dottrinali, consiste nel proporre a tutti, mediante le proprie scelte e la sincera comunione, quel particolare senso della vita – con tutte le difficoltà e anche con le sofferenze e i dubbi che ogni vita reca in sé – che nasce dal sapersi e dal sentirsi profondamente amati da Dio. È un annuncio che mantiene il suo vertice nel professare un Dio buono, misericordioso e pietoso, amante delle sue creature e solidale con chi è nell’angustia e viene verificato dalla solidarietà autentica e dalla carità pratica della comunità di cui si viene a far parte, la quale ha la premura di non lasciare mai solo nessuno.

Il bisogno di spiegare il mistero della sofferenza ha portato e porta a vedervi un castigo che Dio infligge a chi non gli è sottomesso: di qui una religione della paura e del giudizio per chi è provato.

Gesù indica invece nella fatica di fidarsi della via di Dio, che è sempre una via stretta, una via di conversione e di rinascita, la ragione dell’infelicità. Perché il superficiale e chi ha il cuore chiuso non è capace di fidarsi della sapienza della croce.

Del resto, anche quando si comprende che la sofferenza è “necessaria” (in qualche misura la fatica e la sofferenza accompagnano il cammino verso qualunque impresa), solamente una brama fortissima … o l’amore sincero può indurre ad assumerla.

La fiducia nel Signore e nel suo insegnamento può venire da un sincero amore per la sua persona. Chi vuole bene a un amico non lo lascia… Chi è capace di compassione, quantunque pieno di difetti, può diventare un buon discepolo. Chi non ne è capace, benché virtuoso e perfetto, rimane sterile. Chi sa voler bene sinceramente è quel terreno buono nel quale il seme attecchisce e porta molto frutto.