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Am 7, 12-15. Sal. 84, 9ab e 10. 11-12. 13-14. Ef 1, 3-14 (oppure breve 3-10). Mc 6, 7-13.

La descrizione del discepolo inviato da Gesù ricalca quella dei poveri ai quali egli rivolgeva la sua cura e dei quali condivide la condizione: è il ritratto dei “poveri della terra”, che vivevano alla giornata, come testimonia la parabola degli operai della vigna, e non sempre trovava lavoro; costoro non godevano di alcuna garanzia e non avevano che il Signore dalla loro parte. Si trattava spesso di gente sulla soglia della miseria, che non aveva che un solo vestito e non disponeva di denaro né di altri beni; quella che Gesù vuole per i Dodici è la condizione di chi ha dovuto partire in fretta e ricorda chi deve continuamente fuggire da un luogo a un altro. Questa fu infatti la condizione dei cristiani delle prime comunità perseguitate; questa è ancora da molte parti la condizione di vita di chi ha accolto il Vangelo.

Gesù vuole che i suoi annuncino la Buona Notizia in debolezza: non devono avere altra risorsa che la forza che il Signore ha loro comunicato, perché sia chiaro a tutti che per mezzo di loro e in loro è il Signore stesso che si prende cura di ognuno. Egli vuole che i suoi discepoli si muovano e operino come lui, che non ha nulla per il viaggio e viaggia senza denaro. La forza del discepolo infatti viene da colui che lo ha inviato e quanto più gli sono conformi, tanto più porteranno frutto. Gli inviati da Gesù non hanno alcun mezzo per difendersi dai nemici, ma sono in loro balia, perché appaia chiaro che sono mandati a portare vita, non morte. Questa situazione di assoluta povertà favorisce il Vangelo, perché coloro che ne sono i portatori non si trovano appesantiti da alcunché e possono muoversi agevolmente. Ma soprattutto aiuta il Vangelo perché porta in sé la testimonianza di cosa sia nei fatti la conversione alla quale esso chiama con forza, e fa toccare con mano la fedeltà di Dio, che provvede agli uccelli del cielo e ai gigli del campo. Il discepolo itinerante, infatti, è del tutto affidato alla provvidenza. La risposta alle sue necessità verrà come il frutto della Parola accolta da coloro ai quali l’avrà portata: la condivisione della casa e del pane sarà il primo frutto della conversione prodotta dall’annuncio.

Col loro essere pellegrini, i Dodici ricordano, inoltre, la condizione permanente del cristiano, che è “nel” mondo, ma non “del” mondo, riconoscendo la sua patria solo nei cieli.

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Questa pagina del Vangelo ricorda inoltre la prima stagione dell’evangelizzazione, quando vi erano degli itineranti che raggiungevano le comunità giudaiche della diaspora per dare loro la buona notizia.

Questo «ritratto» dell’apostolo itinerante rimanda ai primi tempi della Chiesa, quando veramente il Vangelo si muoveva sulle gambe di quanti, lasciando tutto e tutti, si facevano pellegrini della Parola nel nome del Signore. come, ad esempio, Paolo e Barnaba. Essi andavano portando con sé tre consegne ben chiare: predicare la Buona Notizia, cacciare i demoni e curare i malati. Infatti la missione era ridare vita piena all’uomo. Essi erano consapevoli di essere portatori di una novità dalla quale dipende la vita; di qui l’invito a tutti ad accoglierla, cominciando col cambiare il proprio modo di pensare e soprattutto il proprio atteggiamento interiore versi il Signore, assumendo ciò che Gesù ha insegnato riguardo al Padre.

Allo stesso modo, era loro evidente che il nemico che si oppone all’annuncio del Vangelo è lo spirito immondo, una creatura spirituale che circuisce l’uomo paralizzandolo e condizionando la sua visione di Dio e della realtà. Nel tempo sono diverse le forme che esso assume per raggiungere il suo scopo. Oggi questo demone immondo può essere ravvisato anche nel dogmatismo scientifico o in una visione della realtà che concede ben poco spazio alla dimensione spirituale e al destino eterno dell’uomo.

Infine la cura dei malati. Il Vangelo parla dell’unzione con l’olio. Si tratta della cura integrale della persona, che perciò abbraccia la malattia e la solleva aiutando chi vive questa prova a trasformarla nella partecipazione perfetta al sacrificio della croce, ponendola allo stesso tempo nella luce della risurrezione mediante la ricerca di quello che può giovare alla salute.

Gesù insegna ai discepoli ad incontrare le persone “nella casa”, dunque in un luogo nel quale ognuno è più disponibile e aperto; il discepolo deve entrare nella casa da ospite, perciò con tutto il rispetto e la gratitudine per la generosità con la quale viene ricevuto, e dare l’annuncio della buona notizia. Gesù insegna ai discepoli la cura della relazione personale, nella quale il discepolo si propone come un fratello disposto ad aiutare ognuno a portare i propri pesi, come il Maestro, che si è caricato del “peccato del mondo”: la buona notizia diviene credibile quando qualcuno si fa prossimo e amico. È la solidarietà dei fratelli che alimenta la speranza e dà la capacità di resistere. La buona notizia passa attraverso l’umanità matura e solidale.

Pertanto colui che va nel nome del Signore è un portatore di speranza; ogni sua azione porta in sé la triplice valenza del suo ministero. L’incontro col discepolo del Signore è inizio di un tempo di vita, perché per il suo ministero è il Signore che fa irruzione nella storia personale di ognuno: il regno si fa vicino e celebra i segni della salvezza.