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Sap 12,13.16-19; Sal 85,5-6.9-10.15-16a; Rm 8,26-27; Mt 13, 24 – 43

Leggendo il testo si indovina la domanda alla quale le parabole vogliono dare risposta: è quella che sorge spontanea constatando come anche nella comunità dei credenti trova posto il male, la malvagità, l’inganno, la corruzione. Vedendo che anche nella Comunità di Gesù vi sono queste cose, molti si chiedono costernati: «Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?». Basta andare con la memoria agli scandali che hanno colpito e colpiscono la Chiesa per cogliere la perenne attualità di questa pagina.

Le prime comunità constatavano – e oggi si potrebbe fare lo stesso – che l’annuncio della parola produceva frutti meravigliosi, assieme ad essi però crescevano anche situazioni che dapprincipio sembravano buone, poi degeneravano e diventavano riconoscibili per quello che erano veramente. Un’altra constatazione era che, anche dopo anni di predicazione, la Chiesa era sempre poca cosa: le comunità erano in fondo gruppi di persone di poca o nessuna influenza, dispersi in una società che sembrava impermeabile all’annuncio.

Il testo è molto ricco; noi limitiamo la riflessione alla sola parabola della zizzania.

È entrata nel linguaggio comune l’espressione “mettere zizzania” intendendo con essa il seminare divisione, suscitare sospetti, alimentare rivalità. È quello che succede quando in un gruppo cominciano a circolare voci che inducono alla disistima, allusioni che gettano ombre sulla onorabilità di qualcuno, chiacchiere che sottolineando un aspetto finiscono per alterare la realtà dell’insieme, situazioni che appaiono ingiuste e discriminatorie e generano ostilità. Insomma, l’espressione “mettere zizzania” mette in guardia i prudenti, che non si sentono più a loro agio.

Non si può negare che questi aspetti siano veri. Ma dall’insieme sembra che la parabola metta piuttosto in evidenza il pericolo dell’inquinamento dell’annuncio evangelico. Da questo punto di vista non si può negare che esso si sia presentato già molte volte nella storia della Chiesa. A volte è messa in questione la dottrina; a volte si tratta invece della pretesa di far passare una prassi di vita che confligge con la radicalità della Parola.

Può aiutare pertanto, per sentire e gustare più intimamente il testo proposto, pensare a una comunità cristiana nella quale qualcuno particolarmente accorto comincia a ravvisare elementi di errore. In ogni caso il segno che qualcosa non va è la divisione.

Spesso gli errori si presentano come esagerazione di qualche aspetto del Vangelo o come critica corrosiva in questioni controverse; talvolta è uno zelo particolarmente acceso che finisce per ferire e dividere; altre volte sono fughe perfezioniste che sfociano nel settarismo e fanno sentire giudicati coloro che la pensano diversamente.

Le prime comunità cristiane sentivano questo problema; basta pensare alle comunità in cui Paolo aveva speso tante delle sue forse apostoliche e nelle quali giungono quelli che egli chiama “superapostoli” (Cf 2Cor 11,5), i quali cominciano a sentenziare su tutto levando la pace ai fratelli; o a quei casi – sempre nelle chiede si Paolo – nei quali alcuni sostenevano che per essere dei veri discepoli del Signore bisognava essere prima degli osservanti della legge antica (Gal 3,1); chi li ascoltava restava turbato e alcuni anche lasciavano la comunità. I giudaizzanti, portando a loro sostegno la Bibbia, difendevano le tradizioni degli antichi e volevano imporle anche a coloro al quali era stata annunciata la libertà del Vangelo. Come fare a distinguere con sicurezza la spiga del grano buono da quella della zizzania, il vero dal falso, la ragione dal torto?

Anche oggi nella Comunità convivono molte anime e talvolta capita che si scontrino. Ma la diversità non comporta necessariamente l’errore. La zizzania è ciò che avvelena gli animi e trasforma la diversità in opposizione o usa il fascino di un’idea (meglio: ideologia) per proporre un’immagine settaria del Vangelo o, viceversa, per annacquarne la radicalità e perfino per giustificare, sotto l’apparenza della misericordia, ciò che nella pratica della vita lo contraddice o, infine, chi vorrebbe ridurre il Vangelo a una lodevole umana solidarietà.

Ma il testo di Matteo, più che dare un’indicazione cogente in riferimento a situazioni specifiche, vuole offrire una prospettiva: invita a una lettura realistica e serena del Mistero del Regno di Dio e della Chiesa, lasciando a Dio il giudizio su ciò che lascia perplessi.

La parabola della zizzania viene spiegata, similmente a quella del seminatore.

Il testo parla in particolare a quella parte della Chiesa che vorrebbe una comunità perfetta, granitica e compatta, senza ombre e soprattutto senza differenze. Si sa che nella comunità cristiana sono sempre stati presenti dei gruppi di “puri” in lotta per l’affermazione di un impossibile monolitismo dottrinale ed etico. Gruppi che in certe stagioni della storia sono divenuti intolleranti e violenti. Bisogna dire che il testo lascia delusi coloro che difendono questa posizione. Un simile modo di pensare e di sentire finisce per avere la pretesa di imprigionare lo Spirito e la sua ricchezza testimoniata dalla multiformità dei carismi. Perché “nuovo” e “originale” non significa “sbagliato”, benché possa lasciare perplessi.

Perciò questo insegnamento di Gesù è particolarmente importante. In esso viene definito in modo molto chiaro ciò che Dio riserva a sé e quello che invece è proprio della Comunità. Il fatto che alla parabola segua la spiegazione sottolinea l’importanza di comprendere bene l’insegnamento di Gesù e salva dalla tentazione di manipolarlo.

Dunque la parabola è una risposta a quelli che, nella Chiesa, si meravigliano della presenza di fratelli che hanno tralignato e vorrebbero strappare l’errore anche a costo di fare danno. Ma la Chiesa non è una società di persone perfette né dal punto di vista delle virtù, né per quanto attiene la comprensione e la professione della fede. È piuttosto una Comunità di persone che non distolgono mai lo sguardo al Signore, né l’orecchio dall’ascolto della sua parola; una Comunità di fratelli, diversi tra loro, ma uniti nel desiderio che il Regno di Dio si affermi presto; la perfezione che Gesù propone ai suoi consiste nella misericordia, che è la virtù di Dio, e che i credenti sono invitati a vivere verso tutti, anche verso sé stessi. Perciò la Chiesa si presenta al mondo come una comunità nella quale si sa vedere anche in colui che è in errore un fratello; la Chiesa è una comunità di persone che coltivano la speranza, perciò sono forti nella pazienza, cioè sanno sopportare il peso delle situazioni difficili (e anche incomprensibili) e guardano al futuro con fiducia; la Chiesa è fatta di gente che non si appropria del diritto di giudicare, perché questo compete a Dio soltanto; la Chiesa è e deve essere una Comunità di credenti che confidano nella fedeltà del Signore, il quale un giorno separerà il buon grano dalla zizzania.

Gesù, come fa di solito, prende l’esempio dal mondo dei contadini (evidentemente i suoi ascoltatori erano gente dei campi, ai quali le immagini risultavano immediatamente comprensibile): l’osservazione attenta della realtà aiuta a cogliere la ricchezza della parola.

Il seme è sparso dappertutto, anche dove il terreno non è buono. Il nemico semina la zizzania di notte, quando tutti dormono: Gesù invita i discepoli a vegliare nella notte (cf Mt 26,41), perché basta poco per perdere la sfida. Il buon seme deve crescere in un campo sul quale cresce di tutto.

Qui Gesù parla espressamente della zizzania, che rappresenta il pericolo più grosso. A quel tempo l’esperienza aveva insegnato che la farina contaminata dalla zizzania provocava dolore al capo e senso di ubriachezza. (Oggi si sa che la zizzania è una pianta infestante che facilmente si confonde col grano; nei suoi semi essa sviluppa delle muffe che rendono tossica la farina). Il paragone risulta pertanto particolarmente efficace perché illustra la situazione di quelle Comunità nelle quali vi sono degli elementi che appaiono come buoni cristiani e magari sono pure gente sincera e onesta, ma professano una dottrina lacunosa o eterodossa e creano turbamento perché introducono una “follia” – magari dai toni consolatori oppure col fascino dell’ardore rivoluzionario – che distoglie dalla realtà dell’umile lavoro quotidiano per rendere bella, buona e felice la vita degli uomini così che benedicano Colui che li ha creati. Si tratta talvolta di persone che con la loro condotta pongono problemi seri, nonostante si dicano credenti. Ma la risposta è la chiarezza nella pazienza.

Vi erano – e vi sono – delle persone (anche il Nuovo Testamento ne fa menzione) attorno alle quali si radunavano dei gruppi affascinati dal loro carisma, che però col tempo risultava falso e deviante. Come distinguere i doni dello spirito dalle contraffazioni generate dalla presunzione e, da ultimo, attizzate dal Maligno? Il Vangelo dice che l’albero lo si riconosce dai frutti, dunque occorre armarsi di pazienza e attendere. Paolo darà alle sue comunità dei criteri puntuali per discernere le opere di Dio da quelle del cattivo Spirito (cf Gal 5). Ma ancora una volta ci vuole tempo, preghiera assidua e riflessione attenta. Qui il Padrone risponde ai servi che la pulizia che essi vorrebbero fare drasticamente, mentre le piante sono ancora sul campo, si farà, ma alla fine dei tempi e se ne prenderà cura lui stesso.

La posizione assunta dai servi, che domandano al Padrone del Campo di poter intervenire per strappare la zizzania è largamente testimoniata in Israele; basta ricordare il lamento dei Profeti a causa degli errori seminati da quanti predicavano falsamente in nome di Dio o ai farisei, al tempo di Gesù: essi che sospiravano un popolo virtuoso e perfetto nell’osservanza; si pensi poi allo stesso Giovanni il battista, che annunciava la venuta di un Messia armato di scure per abbattere l’albero alla radice o di ventilabro per separare la paglia dal grano, ossia i giusti dagli iniqui. In fondo essi non facevano che esprimere la posizione degli onesti, i quali volevano – e vorrebbero – con tutto il cuore levare il male dal mondo. Salvo che il male c’è perché vi sono degli uomini che lo compiono, talvolta perfino con sincera convinzione. … Il male, infine, in qualche misura è presente in tutti, non fosse altro per le passioni che talvolta possono sfuggire al controllo e portare danno.

È sorprendente osservare come Gesù, scegliendo i discepoli, compone una comunità che ricorda da vicino la situazione del campo della parabola; tra i Dodici si trova anche Giuda; quanto agli altri, nessuno brilla per particolari virtù.

Bisogna che il buon grano e la zizzania crescano insieme. Se le piante possono confondersi durante il tempo della crescita, si paleseranno per quello che sono nel momento in cui la spiga maturerà. Allora si potrà discernere con sicurezza e separare il buon grano dalla zizzania.

La conclusione è che nel Regno, accanto al buon seme, talvolta fiorisce anche l’errore, che nasce da presunzione mancanza di docilità e ignoranza, e che inquina e crea turbamento. Ma questo non deve levare la pace, perché un giorno ogni cosa troverà la necessaria chiarezza. E sarà il Padrone del Campo a fare giustizia.

 

NOTA:

Il loglio ubriacante (Lolium temulentum), più conosciuto come zizzania, è una specie botanica annua del genere Lolium, spontanea e infestante fra le messi, con fiori a spiga rossa.

La pericolosità di questa pianta infestante è ben nota fin dai tempi antichi, soprattutto per l’alto potere intossicante. Infatti, il termine temulentum (ubriacante) è riferito agli effetti derivanti dall’ingestione di farine contaminate da funghi del genere Claviceps, produttori di alcaloidi tossici, che possono provocare forti emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista. Tali effetti sono dovuti alla presenza di un micelio fungino che invade la pianta durante lo sviluppo. L’eliminazione della zizzania dai campi di cereali è resa difficoltosa dal fatto che le sue cariossidi sono simili a quelle del frumento.