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Ger 23, 1-6. Sal. 22, 1-3a. 3b-4. 5. 6. Ef 2, 13-18. Mc 6, 30-34

Mentre Giovanni è prigioniero nella casa di Erode in attesa che si compia la sua sorte, Gesù percorre la Galilea insegnando e compiendo segni. Egli ha raccolto attorno a sé dei discepoli, che associa alla sua missione e invia a due a due col potere di cacciare i demoni e guarire i malati: sono i segni che confermano la vittoria della vita sulla morte e sostengono l’invito a convertirsi e a credere. La Buona Notizia non può restare nascosta e l’invito a convertirsi dalla rassegnazione alla speranza aderendo a Gesù deve raggiungere tutti.

I Dodici tornano pieni di entusiasmo, perché la gente al loro invito ha risposto in modo inatteso: gli umili hanno rialzato il capo: nel popolo è rinata la speranza e tutti vogliono vedere colui che ha inviato i suoi discepoli col potere di comandare agli spiriti immondi e di guarire i malati; hanno intuito infatti che egli è portatore di vita. Marco propone una scena che fa pensare a un movimento di popolo che si è messo in cammino per cercare Gesù: «Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare». La sua presenza cambia le cose, perché parla di Dio in modo diverso presentandolo come un Padre misericordioso al quale sta a cuore la sorte dei piccoli.

Il consenso attorno a Gesù è sorprendente, ma può nascondere la tentazione; infatti spesso ha le colorazioni irredentiste del messianismo popolare, un equivoco dal quale Gesù si difende in modo deciso. Gli Apostoli potrebbero cedere all’entusiasmo, perciò occorre prendere le distanze, riposare un poco con il Signore: «Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte».

Cessano i clamori e nel «luogo solitario» si può udire finalmente solamente il “silenzio” del Signore. Lo stare un poco con Dio nel deserto è essenziale per il ministero dell’Apostolo. Non si tratta di un’esperienza intellettuale, ma interiore e coinvolge tutta la persona. Ricorda Osea, che parla di Dio che ama il suo popolo come una sposa e vuole riconquistarla dopo la sua infedeltà e dice: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.» (Os 2,16). È nel deserto che Dio si è manifestato al suo popolo ed è, insieme, il luogo nel quale Israele ha conosciuto se stesso e la misericordia di Dio; qui ha sentito il peso della propria impotenza e la ribellione dell’animo, ma ha anche sperimentato la benevolenza e la pazienza del Signore. Il deserto è il luogo in cui Elia è andato a cercare Dio quando era inseguito dall’Ira di Gezabele; è ancora la regione nella quale il Battista si è formato e preparato alla sua missione; infine Gesù stesso è stato a lungo nella solitudine prima di manifestarsi a Israele. Il deserto è la patria dello spirito; tornarvi e come immergersi di nuovo nelle origini e tornare a conoscere il Signore; andare nel deserto è entrare nella dimora del silenzio nel quale soltanto la Parola di Dio risuona sovrana e smaschera le menzogne delle molte parole ingannevoli che compongono il clamore della vita quotidiana. Il silenzio si svela composto di infiniti suoni che compongono un’armonia che affascina il cuore i illumina la mente: chi vi si avventura e tende l’orecchio con amore viene condotto alla sua sorgente e con meraviglia scopre che i suoni che hanno destato il suo cuore nascono dal pulsare del cuore di Dio. Bisogna saper tornare nella solitudine abitata da Dio e in lui trovare riposo, rinfrancandosi alla sua presenza. Se questo non avviene, rapidamente anche le cose sante diventano mestiere. L’emergenza continua spinge a consumare le energie fino allo stremo – questa è la tentazione – lasciando l’apostolo generoso sfinito e spento. Ad essa è necessario opporre resistenza, se si vuole essere in grado di dare ancora alla folla il buon pane della Parola e non rischiare di diventare dei ripetitori annoiati. Perciò è così importante non lasciarsi distrarre dal successo, tornare al Signore da cui viene ogni bene e riconoscere che la capacità di ogni impresa è dono suo.

Alla fine, nel racconto evangelico, il tempo trascorso con Gesù solo sarà appena quello trascorso sulla barca. Quella traversata rimanda allo scorrere della storia: la comunità non è mai da sola, ma ha sempre Gesù con sé. Per l’Apostolo, l’immagine evangelica è figura di quello che dovrebbe essere la costante della sua vita: deve imparare ad attraversare il mare sempre incerto degli avvenimenti mantenendo una profonda comunione con il Maestro, così da conservare il distacco da tutto quello che potrebbe afferrare il cuore e deviare dalla missione affidata, che è portare gli uomini a Dio, non accettando mai di prendere il posto che appartiene soltanto a lui. L’Apostolo è un “povero”, che non ha null’altro che il messaggio di cui è portatore e la potenza del Maestro che opera attraverso di lui. L’annuncio dell’Apostolo inciderà se egli sarà stato il primo a nutrirsi della Parola di cui è stato costituito portatore gustandola nel suo cuore e se egli avrà imparato a cercare e a trovare il Signore in tutte le cose per poterne indicare ai piccoli la presenza rassicurante nella povera storia quotidiana della gente.

Il desiderio delle folle incontra la compassione di Gesù, che è venuto per prendersi cura delle «pecore senza pastore», in balia dei lupi rapaci. E lui, che è il vero Pastore di Israele, pasce il suo gregge offrendo in abbondanza il pane della sapienza consolante di Dio, perché l’uomo di quella ha bisogno più che del pane. Poi la Parola si farà anche pane per soccorrere la debolezza.