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2Re 4, 42-44. Sal. 144, 10-11. 15-16. 17-18. Ef 4, 1-6. Vg: Gv 6, 1-15

L’episodio narrato dal vangelo avviene nel particolare contesto della Pasqua: «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei». Era la festa della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, la festa del “passaggio” del Mar Rosso per raggiungere la terra di Dio, dove scorre latte e miele. E proprio in questa occasione così densa di significato Gesù compie un «segno» particolarmente importante, destinato a dischiudere sempre di più il cuore dei discepoli alla fede; un «segno» che sottolinea la differenza e la distanza tra la «Pasqua dei Giudei» e la nuova Pasqua che sarà compiuta nel sacrificio della croce.

Il vangelo pone il credente dinanzi ad un affresco grandioso: Gesù cammina come un pastore alla guida di un gregge immenso e apre la strada verso la libertà; il pensiero va subito all’immagine del cap. 10, dove Gesù annuncerà che il gregge da lui condotto uscirà dal recinto del tempio per raggiungere pascoli abbondanti, cioè una nuova patria dello spirito. È l’immagine della Chiesa, che percorre la traversata della storia per giungere alla Patria definitiva. Ma il popolo di Dio radunato nella Chiesa rischia di disperdersi a causa delle necessità materiali, che ingigantiscono quanto più cresce il numero dei salvati. Il problema si pone ed esige una risposta pronta: è sera, la folla è grande e continua a venire gente; bisogna che la folla mangi, perché non venga meno. Il filigrana si percepisce la grande tentazione che sorprese Israele pellegrino nel deserto: non avevano nulla da mangiare e ognuno tornava nostalgico al cibo della schiavitù e si pentiva di avere iniziato il lungo cammino verso la libertà; finché il Signore non mandò la mamma dal cielo.

Come fare? Emergono due posizioni diverse: Filippo fa un rapido calcolo e conclude che «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo»; la conclusione, non dichiarata, ma evidente, è che bisogna ammettere il fallimento: non si può radunare un popolo se non vi sono risorse, perché lo si ingannerebbe. Andrea va in cerca di quello che c’è e trova «un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Ancora una volta è provata l’insufficienza dell’uomo a completare l’impresa. Coloro che seguono Gesù – tutti – devono constatare di trovarsi di fronte a un progetto che supera le capacità umane.

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Quelli che seguono Gesù sono persone afferrate dal mistero: «una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi». Gesù aveva colpito ognuno perché la sua azione toccava direttamente la vita con i suoi problemi; la sua era una parola efficace come può esserlo la parola del Signore: «comanda e tutto esiste» (Sal 33,9). A questa stessa folla Gesù sta per donare un altro «segno», che rimanda alla grande epopea di Israele, al tempo in cui era pellegrino nel deserto e andava formandosi come popolo, per indicare che chi segue Gesù compie un “esodo”, cioè un’uscita dalla condizione di schiavitù verso la libertà. Questo avviene nel tempo e richiede il coinvolgimento attivo dell’uomo. Nello stesso tempo in ciò che sta per fare Gesù ricorda l’oracolo del Profeta Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.…» (Is 25,6) e ancora: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte.» (Is 55,1).

Gesù non chiude gli occhi sulle difficoltà, ma è proprio lui che indica agli apostoli (i responsabili della Comunità) il pericolo che minaccia l’unità della sua Chiesa; esso è legato ai bisogni fondamentali dell’uomo: quello rappresentato dalle necessità materiali e che, alla fine, è riconducibile al suo bisogno di vita piena, La vita “umana” è continuamente minacciata di disumanizzazione: le cause sono la necessità di cose materiali, la mancanza di salute, la difficoltà nelle relazioni, i ritmi di vita forzati, le storie difficili…

Con la sua domanda diretta, Gesù mette alla prova Filippo, che qui rappresenta il tipo del discepolo generoso: Filippo è colui che, pieno di entusiasmo, aveva annunciato al suo amico Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret» (Gv 1,45) e si era sentito rispondere: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). E Filippo per tutta risposta lo aveva invitato a conoscerlo di persona: «Vieni e vedi» (ivi). Ora, alla prova dei fatti, doveva verificare egli stesso la propria incapacità e la potenza di Dio che opera in mezzo al suo popolo. È l’evidenza delle cose che impone di guardare in faccia al problema. Filippo, così come gli altri discepoli, non sa da che parte voltarsi, Gesù invece «sapeva bene quello che stava per fare». È un monito per il discepolo di ogni tempo: Gesù sa bene che cosa fare per la sua Chiesa.

Filippo era stato chiamato da Gesù a seguirlo proprio all’inizio (Gv 1,43) e lui aveva accolto l’invito con entusiasmo. Filippo è uno che, come Mosè, vuole vedere la gloria di Dio («Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”» Gv 12,8; cf Es 33,18). Messo alla prova, dichiara la propria impotenza.

Gesù istruisce i suoi attraverso un tirocinio pratico, cioè mettendoli all’opera in una situazione concreta e chiedendo loro che si attivino per risolverla. Qui si tratterà di sfamare – cioè di mantenere in vita – tanta gente (= il popolo) che sta seguendo Gesù, come gli Ebrei seguivano Mosè, nell’esodo dalla schiavitù dell’Egitto alla terra che Dio aveva promesso ad Abramo. Chi si avvia lungo il cammino verso la libertà, all’inizio può sentirsi sostenuto dall’ideale, ma presto si scontra con i problemi pratici, con le necessità quotidiane, con avversità impreviste e allora può essere tentato di tornare sui propri passi, abbandonando l’impresa. Era stato così per gli Ebrei che avevano seguito Mosè ed è così per i discepolo del Signore. Qui la necessità di cibo (è il primo bisogno dell’uomo!) può disperdere la gente che, riunendosi attorno a Gesù, nel quale trovava la risposta al proprio bisogno di vita piena, aveva cominciato a costituire il popolo di Dio, in cammino verso la Vita definitiva. Insomma è una situazione in cui, realisticamente, appare impossibile incominciare quella nuova realtà che è la Chiesa, la quale è qualcosa di diverso dalla comunità di questo mondo, benché il discepolo sia completamente immerso nella storia (cf Gv 15,19; 17,14-17).

Filippo valuta la situazione e conclude che neppure il salario di 200 giornate di lavoro possono saziare tanta gente (un denaro era la paga diaria per i lavoratori giornalieri); sarà dunque un’impresa impossibile tenere insieme il popolo che si è radunato per seguire il Signore? L’insufficienza economica disperderà questo popolo che Dio si è radunato?

Ora entra in campo Andrea, che si è dato da fare e alla fine mostra quello che ha trovato e però manifesta lo stesso disagio dinanzi al problema: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Il numero cinque dei pani e il numero due dei pesci, assommati, danno sette, che è il numero della perfezione. Dunque, Andrea ha messo insieme tutte le risorse disponibili, che tuttavia appaiono subito inadeguate al bisogno. L’impotenza degli apostoli è dimostrata: essi non possono dare una risposta al bisogno di tanta gente. La Chiesa è in pericolo, assediata dalla necessità materiali, che la spingono ad essere “realista”, cioè a tornare a casa, abbandonando l’«esodo» verso la libertà e la Vita. Ma è gente che ha intrapreso il suo esodo seguendo Gesù: non la si può rimandare a casa in nome dei bisogni materiali perché sarebbe la fine dell’«esodo» e il fallimento della missione.

Eppure quei pani e quei pesci, che rappresentato tutto ciò che l’uomo ha e pone nelle mani del Signore, sono proprio ciò che mette in gioco la potenza di Dio. Quel poco avrebbe potuto spingere chi lo possedeva a difenderlo gelosamente; il poco e la paura che venga meno genera la contesa tra i poveri. Se la Comunità resiste alla tentazione di dividersi per sopravvivere, mettendo ciascuno a disposizione di tutti il poco che ha, Dio entrerà nel gioco della storia e lo renderà sufficiente per tutti e anzi abbondante. Prendendo tutto quello che c’era, nelle sue mani, Gesù sazia «tanta gente» e ne rimane in gran quantità. Nel deserto Dio aveva impedito la dispersione e la rovina del suo popolo dando da mangiare manna e quaglie; sulle rive del lago il nuovo popolo di Dio riceve in cibo pani e pesci.

Dinanzi agli occhi di tutti vi è un “segno” da comprendere: l’esodo iniziato da Gesù, e che si concluderà con la «nuova» Pasqua ormai vicina, è inarrestabile: non dovrà essere la necessità di cibo, ossia i bisogni materiali, a disperdere la comunità! Il problema era terribilmente concreto per le prime comunità cristiane, e non solo, né è prova l’episodio della guarigione del cieco nato (cf Gv 9,1-41), i cui genitori si mostrano reticenti per timore di essere cacciati dalla sinagoga (9,20-22.34-35). La risposta ai problemi si troverà dunque nella comunione tra i discepoli, i quali non si limiteranno a mettere insieme dei buoni sentimenti, ma tradurranno la loro adesione al Signore in concreta condivisione del poco che hanno. E quel poco basterà per tutti. Così l’esodo potrà continuare e la comunità non cederà al ricatto della necessità materiale.

La folla vive ora la grande tentazione che aveva travolto l’antico Israele. Come gli Ebrei avevano voluto dare un’immagine al Dio che li aveva salvati fabbricando un vitello d’oro, segno della potenza – pensavano infatti alla potenza di Dio come a qualcosa di simile a quella degli dei egiziani -, allo stesso modo coloro che seguono Gesù, avendo mangiato i pani e i pesci, riconoscendo il suo “potere” vogliono farlo re. E come Mosè (cf Es 34,39, anche Gesù sale di nuovo sul monte, presso Dio, allusione a quella montagna – il Calvario – nella quale sarà il Padre a costituirlo Re e a conferirgli il potere su tutte le cose, perché egli si è fatto Servo obbediente caricandosi il peccato di tutti.

 

 

 

Nella necessità materiale ― e comunque dinanzi a tutto quello che minaccia la comunità ― è forte per il discepolo la tentazione di pretendere un segno dal cielo, che cioè Dio mostri la sua gloria risolvendo i problemi dell’uomo con dei «miracoli». Ma Gesù rimanda il discepolo preoccupato alla sua umanità ― incarnazione della divinità ― e alla sua Parola, che è efficace ed ha la forza di rispondere alle esigenze reali delle persone, ma richiede di essere “incarnata”, cioè assunta con tutta la fede della mente e del cuore.

Mentre Filippo faceva valutazioni disarmanti, Andrea andava alla ricerca del poco che si poteva mettere a disposizione, cioè si è dato carico del problema concreto facendo ricorso alle scarse risorse che era riuscito a trovare, mettendo poi tutto nelle mani di Gesù. Dalla condivisione dei beni, sulla Parola di Gesù, nasce la risposta al problema concreto e là dove sembrava non ve ne fosse per nessuno, l’abbondanza è celebrata nelle ceste dei pezzi avanzati (cf Gv 6,13).

Dunque la comunità ha in se stessa le risorse di cui ha bisogno, solo deve imparare a credere e a condividere, allora ce ne sarà per tutti. Quello compiuto da Gesù, infatti, è un «segno» che ha lo scopo di aprire i cuori. Il discepolo farà cose anche maggiori, se crederà alla parola con tutto il cuore e la metterà in pratica.