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Es 16, 2-4. 12-15. Sal. 77, 3 e 4bc. 23-24. 25 e 54. Ef 4, 17. 20-24. Gv 6, 24-35.

 

Il testo che la liturgia propone per il nutrimento spirituale di questa settimana è e scandito da domande alle quali Gesù dà risposte che richiedono un forte assenso di fede. E mette in evidenza un equivoco nel quale è facile cadere anche per chi si mette generosamente al seguito del Signore. Infatti qui si tratta di purificare le proprie attese e l’idea stessa della salvezza che raggiunge l’uomo nella storia.

Tutti lo cercano, dopo il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci; ma Gesù mette subito allo scoperto il vero motivo che li spinge: è perché hanno mangiato i pani, non perché hanno colto il significato di quello che egli aveva fatto. Una vera doccia fredda. Un puntare il dito contro attese – e pretese – che travisano la sua missione. Perciò invita ciascuno in ogni tempo a cercare da lui prima di tutto non quello che serve a rispondere a necessità contingenti, quanto piuttosto quella vita che Dio vuole dare all’uomo attraverso l’opera del Figlio.

La vita piena e felice, come potevano concepirla quanti si erano messi in cerca di Gesù – e come istintivamente ognuno, in ogni tempo, può concepirla – ha le caratteristiche che tutti desiderano: salute, lunghezza di giorni, pace, prosperità … Doni di Dio che pensavano di dover meritare con opere adeguate.

Nella mentalità comune di Israele – ma è la stessa cosa per l’uomo comune –i doni del Signore bisogna ottenerli come un premio per l’osservanza delle pratiche di culto e l’obbedienza alla legge, cioè le opere meritorie, «le opere di Dio», appunto; perciò i suoi ascoltatori domandano: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù risponde che l’«opera» richiesta è la fede in lui, cioè fidarsi di Gesù, che parlando di «vita» propone qualcosa di diverso rispetto a quello che si è abituati a immaginare. Gesù infatti intende la vita di Dio, che è consolazione perfetta nella comunione.

Gli viene risposto con una domanda molto esigente: «Quale segno tu fai …», cioè: quali garanzie ci dai perché possiamo fidarci di te? E richiamano l’esempio di Mosé, il quale era stato accreditato da Dio mediante il prodigio della manna, che essi chiamano cibo «disceso dal cielo», perché era un dono di Dio (=Cielo) e veniva sull’accampamento di Israele come la rugiada.

Ancora una volta Gesù spiega che il pane del cielo, cioè ciò che è necessario per vivere veramente di una vita diversa, quella che non può essere aggredita e vinta dalla morte, non è la manna che i padri hanno mangiato e neppure il pane che egli aveva moltiplicato come “segno” per loro; è piuttosto «Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo», dunque è una persona – lui – che è venuto per comunicare all’umanità la vita di Dio.

Quelli che lo ascoltano a questo punto insistono: «Dacci sempre questo pane ».

Gesù risponde: «Io sono il pane della vita»; in questa risposta non a caso Gesù usa un’espressione – «Io sono» – che richiama il nome di Dio rivelato a Mosè; in questo modo allude alla sua origine divina, cioè al fatto che egli viene dal cielo, da Dio, e ha la missione di comunicare agli uomini quella vita per la quale sono stati creati, una vita che non si spegne mai; Dio infatti ha creato per la vita, non per la morte. Questo è il motivo per il quale non bisogna fermarsi a ciò che risponde alle esigenze immediate, ma occorre cercare quello che fa vivere sempre.

Qui risulta chiara la questione che definisce molte volte la crisi della fede: qual è il Dio che si vorrebbe? Quello al quale ci si rivolge con le domande suscitate dalle situazioni concrete di vita e dai desideri che zampillano nel cuore?

L’uomo si pone davanti a Dio con le domande suscitate dai problemi della vita quotidiana, talvolta anche molto gravi e angoscianti; dai più immediati come il pane, la salute, la sicurezza, gli affetti … ai più drammatici come l’aggressione alla vita innocente, la pace, la salvezza e si aspetta una risposta, nel senso che ritiene che sia giusto che Dio risponda ai suoi bisogni essenziali, soprattutto quando a impedire la felicità è l’ingiustizia o la strutturale incapacità della creatura a soddisfare l’ansia di bene che ha in cuore.

Inaspettatamente Gesù sembra voler deludere questa speranza, se essa si focalizza in cose materiali e in progetti strutturati: egli è venuto nel mondo per dare all’uomo qualcosa di diverso da quello che esso si aspetta. Egli è venuto a portare a compimento l’opera del Padre aprendo alle creature la possibilità di vivere con lui e in lui da figli la vita stessa di Dio. Nella storia le risposte giuste alle istanze della giustizia e ai bisogni di ciascuno potrà venire non per la via dei “prodigi” e dei “miracoli”, ma dal genio di uomini abitati dall’amore di Dio.

Il pane e i pesci con i quali aveva ristorato la fame di coloro che lo seguivano erano soltanto il segno di un cibo che, se mangiato, non da semplicemente sazietà al corpo – cioè una fragile sicurezza di vivere ancora un poco, fin quando non si farà di nuovo sentire il morso della fame – ma comunica la vita celeste, quella che nessun ladro può rubare e la tignola non consuma. Gesù propone di entrare con lui in una dimensione diversa, quella che definisce la sua relazione con il Padre. Gesù vuole condurre dalla condizione di servi a quella di amici e anzi di figli mediante l’adesione fiduciosa a lui.

Perciò chi si era messo a seguirlo con l’idea che egli sarebbe stato un buon re, che avrebbe fatto giustizia e avrebbe governato il popolo nella pace rimane deluso. Chi si aspetta da Gesù una risposta infrastorica alla intima tensione dell’uomo verso la vita è destinato a non capire. Gesù infatti indica la pienezza della vita non nella condizione in cui i bisogni – tutti – trovano soddisfazione; ma nella comunione alla vita di Dio, che è amore che si effonde senza calcolo.

Allora bisognerà rassegnarsi a una condizione di perpetua insufficienza e insoddisfazione dei bisogni propri di ogni creatura? Bisognerà tollerare le ingiustizie che generano dolore, ira, ribellione? Gesù non dice questo, ma indica la via per la quale l’uomo, con tutti i limiti che l’essere creatura chi impone, può vivere una vita bella, buona e felice: è l’avere in sé gli stessi sentimenti di Dio. Questo comporta il vivere la vita di tutti i giorni in modo diverso, perché la gioia della comunione con Dio non può portarla via nessuno e non è immediatamente legata all’avere. Quanto più in un gruppo e, allargando, in una società sono intimamente vissuti i sentimenti di Dio, il suo amore per la persona, tanto più si sviluppano la misericordia, la compassione, la carità fattiva e per ognuno cessa la solitudine: tutti sentono di avere una casa nel cuore del suo vicino e imparano a vivere nella consolazione di farsi servi della gioia del prossimo.

Un’utopia? No. Questo è quello che accade nella comunità dei discepoli.

Non vengono meno del tutto i difetti; il dolore in qualche modo farà sempre breccia, perché ciascuno porterà sempre con sé la propria umanità ferita. Ma la vita divina infusa nei cuori saprà sempre trovare le vie della comunione e dell’amore vicendevole.