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Is 56,1.6-7; Sal 66,2-3.5.6 et 8; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Gesù esce dai confini della Palestina e si inoltra in territorio pagano; la regione di Tiro e di Sidone è la terra dalla quale veniva la moglie del re Acab, la regina Gezabele, crudele persecutrice di Elia e dei profeti del Signore (cf 1Re), i quali contrastavano duramente il culto delle divinità cananee che essa aveva introdotto.

La regione nella quale avviene l’episodio è la stessa nella quale la Bibbia pone i miracoli compiuti da Elia ed Eliseo. Tutto il contesto, dunque, prepara un evento importante. L’Evangelista, inoltre, narra l’episodio accentuando i toni così che il lettore rimane stupito dall’inconsueta durezza di Gesù; ma questo prepara il finale, in cui si rivela l’intento di Gesù stesso e dell’evangelista: abbattere la barriera tra il popolo di Israele e i popoli pagani; infatti ormai è la fede e non l’appartenenza fisica alla discendenza di Abramo la via della salvezza. Nella Comunità di Matteo la questione era calda e dibattuta e l’Evangelista ha dovuto introdurre un episodio dai toni marcati; anche l’apostolo Paolo se ne occuperà con vigore; di fatto la questione esigeva una vera rivoluzione interiore e una nuova comprensione della salvezza e della vocazione del popolo eletto. L’episodio narrato da Matteo si conclude con un’affermazione di Gesù che rovescia i luoghi comuni: nella terra dei pagani vi è una fede più grande che in Israele. La conclusione è che l’atteggiamento gradito a Dio si trova spesso tra persone ritenute lontane.

La donna Cananea è il simbolo dei pagani. Essa non si rivolge ai propri dei, per ottenere la salvezza della figlia, ma a Gesù, che per lei è uno straniero sconosciuto, ma del quale ha sentito raccontare la misericordia verso i deboli e gli afflitti e la forza con la quale ha liberato gli oppressi dal demonio. Il Vangelo pone sulle sue labbra un titolo che è una professione di fede; rivolgendosi a Gesù, infatti, lo chiama «Signore, Figlio di Davide». È il segno della fede in Gesù riconosciuto Messia e Salvatore, una fede così esplicita che si è trovato raramente in Israele.

Concretamente questa donna chiede che la figlia sia liberata da un demonio, che la tormenta crudelmente. La liberazione dai demoni è il primo segno della presenza del regno di Dio e testimonia che ormai il loro potere è sconfitto e deve cedere alla Signoria di Dio. La domanda della donna a favore della figlia va al cuore del dramma dell’esistenza: chiede la liberazione da colui che fin dal principio si oppone a Dio e affligge la creazione. Gli dei cananei non solo non sono capaci di liberare la vita dai pesi che la schiacciano, ma sono essi stessi rappresentazione del male. Dunque la domanda della donna esprime il desiderio di entrare nella terra della libertà, in una vita di pace, perché Dio regna e veglia su di essa.

Il racconto si svolge in diverse fasi, che marcano un crescendo. All’inizio l’obiettivo è sulla donna, che rivolgendosi a Gesù, grida: «Pietà di me… Signore, aiutami». Il fatto assume subito un’espressione drammatica: il dolore insopportabile è reso pubblico, gridato. Il male affigge la figlia, ma il dolore è della madre, che si sente impotente e chiede aiuto.

Gesù resta in silenzio; il suo atteggiamento sembra voler sottolineare la distanza che separa il popolo di Dio dai pagani, ma esprime altresì la perplessità della Chiesa di Matteo, fortemente radicata nel giudaismo, ad accogliere nel suo seno i pagani. Gli Apostoli invece intercedono per la donna cananea: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro»; non è chiaro se a muoverli sia la compassione o il disagio per l’insistenza e per l’aspetto plateale – tipico del costume orientale – della richiesta. È in ogni caso il segno della faticosa apertura della Chiesa ai gentili, che trova un riscontro anche nelle parole di Gesù alla donna: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».

Per contro, la risposta della Cananea rivela ad un tempo la fede dei pagani e la durezza di Israele di fronte alla Parola: «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

La replica di Gesù rappresenta la risposta definitiva ai dubbi circa l’apertura ai pagani: ciò che conta è la fede: l’accesso alla grazia della redenzione è dato dalla fede.

In questa donna il processo ha avuto inizio dalla condizione della figlia, che nessuno ha potuto risolvere. L’avere creduto che Gesù ha questo potere l’ha spinta a cercarlo e a domandare con risolutezza. E ha ottenuto secondo il suo desiderio.

La conclusione alla quale l’ascoltatore del messaggio di Matteo giunge è che la Chiesa non può rinchiudersi in un territorio e in una cultura, ma deve uscire verso i pagani, dove gli uomini soffrono gli stessi drammi e sopportano le stesse fatiche dei credenti. Difficoltà che hanno la loro ragione profonda nell’opera del Nemico contro il quale Gesù dovette combattere fin dall’inizio del suo ministero e che ha cercato in molti modi di contrastarne la missione. L’annuncio della Buona Notizia comincia a partire dalla vita concreta, dalla compassione che associa alla sofferenza, così come alla gioia. Il racconto evangelico dice chiaramente la causa della sofferenza di questa madre: «Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio»; è la fatica di vivere in condizione di divisione interiore, di conflitto … è la condizione di vita di tante persone e famiglie che patiscono perché la loro vita non è abitata da Dio, ma da mammona, qualunque forma esso prenda nella storia personale di ognuno così come nel contesto culturale e sociale in cui si vive; la causa della sofferenza qui è indicata chiaramente: si tratta di malattia del tormento provocato dal nemico giurato di Gesù. Contro di esso solamente lui è capace di vittoria; è lui infatti che lo ha vinto per sempre mediante l’obbedienza fino alla morte e alla morte di croce. Questa donna «ha sentito» di Gesù, che caccia i demoni, e gli si rivolge con la fiducia che si dà a chi è più forte e può aiutare. Cioè, la donna cananea crede che Gesù è capace di sconfiggere il male.

La Cananea non viene da complessi ragionamenti, ma dall’esperienza della vita, che le dice che i suoi dei (possono prendere molte forme e molti nomi, secondo le culture, i tempi e le età della storia) non sanno dare la salvezza. Perciò si rivolge a Gesù, che appare al suo sguardo come un uomo senza potere, senza lo splendore dei dominatori, ma di cui ha sentito dire che caccia i demoni sconfiggendo il male.

La potenza che emana da Gesù passa attraverso la fede. La donna non si arrende e insiste passando sopra anche all’espressione di disprezzo (mitigata dall’Evangelista) che i Giudei nutrivano verso i pagani, che essi chiamavano cani. Questa donna vuole la vita, sa che Gesù la può dare e non molla fin che non viene esaudita. Il dialogo tra Gesù e la Cananea ricorda la lotta di Giacobbe con l’Angelo; sul far dell’alba Giacobbe pretese la benedizione del Signore, per lasciare la presa, e l’ottenne (cf Gn 32,23ss). Tra la donna e Gesù c’è un vero corpo a corpo nel quale la donna ha la meglio, perché trova la risposta giusta all’estremo argomento opposto da Gesù/Comunità giudaizzante: i cani/pagani mangiano di quello che cade dalla tavola dei figli/israeliti. La salvezza portata da Gesù è sovrabbondante ed è per tutti: è un cibo che può sfamare il mondo intero; se i figli lo disprezzeranno così che esso cada a terra, saranno i lontani, i disprezzati a cibarsene per essere salvati.

La via al Vangelo è aperta dal desiderio, presente in tutti, di una vita piena. E l’evangelizzazione comincia con l’ascolto amoroso del grido del mondo.