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Pr 9, 1-6. Sal. 33, 2-3. 10-11. 12-13. 14-15. Ef 5, 15-20. Gv 6, 51-58

Con questo testo si completa il lungo discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao sul pane di vita. La prossima domenica si mediterà l’epilogo di quel difficile momento e la scelta di Pietro e dei Dodici di stare con lui.

Bisogna sempre tenere presente l’introduzione di tutto il capitolo, dove l’Evangelista annota: «era vicina la pasqua, la festa dei giudei». Quella festa, che ricordava la liberazione dalla terra della schiavitù e l’inizio del lungo viaggio verso la libertà, ricordava le opere grandi di Dio e i gesti rituali compiuti dal popolo su comando di Mosè, come pure le durezze incontrate nel deserto e la benevolenza di Dio. Quella straordinaria epopea aveva un valore singolare perché costituiva la storia di fondazione del popolo e aveva Dio come protagonista; egli si era manifestato come colui che salva dalla morte, custodisce la vita e la benedice con l’abbondanza dei suoi doni a chi è fedele alla sua alleanza.

L’Evangelista propone questo insegnamento di Gesù a una comunità che celebra la pasqua nuova e definitiva; perciò è importante che i segni che caratterizzavano la pasqua antica – in particolare l’agnello pasquale – e che non erano che figura della pasqua del Signore siano negli eventi che ne hanno rappresentato il compimento nella persona di Gesù.

A questo punto il discorso di Gesù è interrotto dalla domanda che i Giudei si rivolgono l’un l’altro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Infatti, se all’inizio potevano interpretare le sue parole sul pane del cielo come l’invito a considerarlo Maestro di una nuova sapienza celeste superiore all’antica, le parole che risuonano ora sulle sue labbra non lasciano dubbi: egli allude alla sua persona; egli non intende proporre una nuova dottrina, ma una concreta esperienza di vita, la sua, così come essa è stata vissuta, segnata dalla decisione di compiere la volontà del Padre e da precise scelte conseguenti.

Lasciata la metafora del pane Gesù passa a quella dell’agnello pasquale.

All’uscita dall’Egitto, gli Ebrei erano stati salvati dalla furia dell’angelo sterminatore perché gli stipiti e l’architrave delle porte delle loro case erano stati segnati col sangue dell’agnello che avevano immolato e del quale avevano mangiato la carne arrostita al fuoco avendo i fianchi cinti, già pronti per la partenza.

Alludendo a quell’episodio a tutti ben noto, Gesù dice esplicitamente: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» e poco oltre insiste: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui».

Gli ascoltatori di Giovanni comprendevano ormai queste parole nel contesto della celebrazione dell’Eucaristia, della quale si cibavano. Pertanto il messaggio ad essi giungeva chiaro. Avevano aderito a Gesù ed erano diventati suo corpo con il Battesimo, avevano accolto la sapienza eterna manifestata in lui, ma soprattutto avevano accettato e aderito al mistero della sua morte e della sua risurrezione, superando lo scandalo della croce.

Nel mistero della nuova Pasqua i simboli antichi trovano compimento: il sangue dell’agnello aveva salvato dalla furia dell’angelo sterminatore; il sangue di Gesù salva dalla morte per sempre; la carne dell’agnello era stato il cibo per il cammino verso la libertà; la carne di Gesù è la sua vita stessa di uomo libero che ama il Padre e ne è riamato in modo singolare. Il discepolo che seguendo Gesù ha intrapreso il suo esodo verso la libertà dalla Legge che accusa e condanna, vivrà con Dio il “patto” indistruttibile della comunione filiale, nel quale non verrà mai meno l’amore del Padre per colui che gli è divenuto figlio per la comunione col Figlio del quale egli si compiace.

Pertanto mangiare la carne e bere il sangue significa veramente accogliere il Gesù come il Figlio di Dio venuto nel mondo per radunare i figli di Dio dispersi e farne un popolo di risorti; proprio lui che fu rifiutato dai Giudei come scandalo e dai pagani come vile espressione di debolezza.

Nella realtà del Sacramento dell’Eucaristia la comunione di spirito e di intenti con Gesù diviene perfetta: il cristiano che nel Sacramento veramente «mangia la carne» e «bene il sangue» del Signore è impegnato a imitare nella sua esperienza quotidiana le scelte concrete di vita compiute da Gesù; per questa comunione egli nel Figlio già vive nel seno della Trinità, la sorgente stessa della vita che non tramonta.

Gesù propone un passaggio radicale dall’obbedienza a un patto definito dalla Legge a una relazione personale e diretta con Dio nel rapporto tra il Padre e il Figlio. L’uomo che usciva perdente nel confronto con la legge, a causa della sua strutturale debolezza, nella comunione perfetta col Figlio compiuta nel cibarsi di lui, diviene capace di vivere l’alleanza nuova, la quale non è un patto come l’antico, stabilito sulla base di un’osservanza impossibile, ma è la relazione da figlio con il Padre il cui amore è fedele per sempre.

L’amore fedele di Dio per la creatura è certezza di vita eterna.