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Is 22,19-23, Sal 137,1-2a.2bc-3.6 et 8bc; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il testo proposto in questa domenica è tra i più noti di Matteo; esso contiene la professione di fede di Pietro e della Chiesa e viene dichiarata l’autorità di colui che Cristo ha costituito Pastore in ordine alla cura del popolo credente.

Sono qui presenti molti aspetti che meritano una puntuale attenzione.

“A Cesarea di Filippo”

La regione in cui è situato l’episodio si trova a nord della Galilea, oltre gli stretti confini di Israele, in una regione semipagana governata da Filippo, fratello di Erode. Il gruppo degli apostoli assieme a Gesù, riuniti in quel luogo, fa subito pensare alle comunità cristiane dispersa tra i pagani. È quello, infatti, il contesto nel quale vivono molte delle comunità che leggono il Vangelo. Ad esse è chiesto di rendere ragione della loro fede e delle loro scelte in un contesto culturale e religioso che riguardo a Gesù può avere maturato delle opinioni talvolta molto alte, ma che non giungono né possono raggiungere la verità svelata dalla fede dichiarata e vissuta dai credenti.

Che dice la gente?”

A leggere questa espressione, Gesù sembrerebbe interessato alle opinioni che corrono su di lui. In realtà nella redazione del testo la domanda concorre a preparare la dichiarazione di Pietro. Le risposte degli Apostoli riportano le opinioni diffuse. Le idee sono evidentemente le più diverse, ma riportano le ipotesi che si possono ritrovare sparse nel racconto evangelico. Allo stesso tempo esprimono la confusione del mondo pagando con la molteplicità dei culti e delle filosofie che convivevano nelle città e da cui derivano modi assai diversi di accostare la fede proposta dall’annuncio. Infatti chi veniva a conoscere i cristiani, riguardo a Gesù, poteva farsi un’opinione lusinghiera: profeta, grande maestro di vita, guaritore, saggio… Restava tuttavia lontano dalla realtà, che si dischiude soltanto alla fede.

“E voi?”

Poi Gesù interpella i Dodici, che di lui hanno una conoscenza diretta e ben più profonda di quella della gente. La risposta del gruppo viene per bocca di Pietro. Egli qui appare indiscutibilmente nelle vesti di capo e portavoce del gruppo apostolico e della e comunità. Si può scorgere in lui la figura del vescovo, che esprime in maniera compiuta la fede del popolo che gli è stato affidato.

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”

La fede fa la differenza: per essa i credenti “sanno” che Gesù non è soltanto il maestro, l’uomo potente in parole e opere, la cui sapienza ha messo a tacere l’arroganza degli avversari; egli è venuto a fare nuove tutte le cose e a stabilire la sua signoria con l’autorità che gli viene dall’essere Figlio di Dio. È evidente il salto di qualità rispetto alle opinioni diffuse. In Gesù i credenti ripongono la loro fiducia; da lui attendono la salvezza. Ma rimane aperto anche per essi uno spazio per il fraintendimento.

Infatti Gesù non è venuto a salvare mediante la forza. Perché la salvezza che Gesù è venuto a portare, prima ancora dell’affermazione del diritto nella storia, consiste piuttosto nella capacità di mantenersi saldi nell’amore anche dinanzi al nemico; nel mantenere la speranza anche di fronte al fallimento dei propri sforzi generosi. Perché egli non è venuto ad eliminare la debolezza e la morte dall’esperienza degli uomini, ma a vincerla con la resurrezione. La novità che egli ha introdotto nel mondo consiste piuttosto nella capacità conferita a chi crede in lui e vive da discepolo fedele di partecipare già fin da ora la vita di Dio e di condividere i suoi sentimenti. Il regno di Dio è stabilito in un cuore quando esso diviene capace di compassione e sa mettere in gioco i propri beni e la stessa vita perché i fratelli possono trovare la gioia di vivere e benedire colui che li ha creati.

“E tu sei Pietro…”

In risposta a Simone che ha dichiarato la fede della comunità dispersa in un mondo pagando indicandolo come il Cristo Figlio di Dio, Gesù si rivolge a lui chiamandolo “Pietro”, cioè “roccia”.

Il cambiamento del nome nella Bibbia è sempre legato a un cambiamento di vita, ossia al conferimento di una missione unica. Ma questo titolo sorprende in relazione al personaggio; infatti abbracciando in un solo sguardo tutta la vicenda di questo apostolo, appare con chiarezza come in lui, accanto alla generosità, vi sia una sconcertante debolezza; basti pensare al rinnegamento di Gesù, nella casa del sommo sacerdote. Eppure Gesù lo chiama “roccia”. Perché indicare come la roccia uno che manifestamente è tanto fragile? Inoltre un uomo potrà mai essere veramente una roccia? La risposta va cercata nella saldezza della fede di quest’uomo fragile, al quale Gesù dirà: “quando sarà è ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (cf Lc 22,32); Pietro rimane un uomo con tutti i suoi difetti e incertezze ma a lui, a questo fragile vaso di creta, Dio ha dato, con la fede, la conoscenza certa di chi è veramente Gesù: colui che per tutti è il figlio di Giuseppe di Nazaret è il Messia e Figlio di Dio.

La Chiesa appare come una comunità messa insieme, “costruita”, con il collante della fede. È la fede dell’Apostolo/Vescovo che l’annuncia e del popolo che la accoglie e poi si raduna per celebrarla e infine si impegna nella stessa impresa, cioè l’annuncio del regno. La Comunità vive tutto questo nel Mistero eucaristica: si raduna, accogliendo l’invito del Maestro, ne ascolta la parola e risponde proclamando la sua fede col “Credo”, ripetendo la professione di fede del suo Pastore. Così i credenti divengono popolo in cammino attraverso la storia, in un esodo che lascia progressivamente tutto quello che ha il sapore della schiavitù, per entrare sempre più decisamente nel mondo di Dio, i cui segni possono essere riconosciuti in tutto ciò che è segnato dall’amore compassionevole, misericordioso e giusto. Nel groviglio delle strade tracciate dagli uomini, la Chiesa, mentre proclama la sua fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, percorre la via, l’unica che Dio stesso apre verso la libertà.

“Le porte degli inferi”

Nelle costruzioni degli antichi, specie nelle città circondate da mura, la porta era il luogo più solido e maestoso; presso la porta o addirittura nelle stesse torri che l’affiancavano aveva la sua abitazione il re, che vegliava a difesa della città e dei sudditi; alla porta si amministrava la giustizia, si stringevano i patti, si svolgeva la vita pubblica. Perciò la porta indica l’autorità, il potere. Qui è evocato il potere della morte (gli inferi), il più terribile e temuto. Le porte degli inferi, infatti indicano la città della morte che si oppone idealmente alla casa/città edificata sulla roccia, circondata da solide mura con le torri che ne difendono l’accesso. La comunità unita al suo Vescovo, che vive la fede che proclama non avrà nulla da temere, perché il suo Signore, il Figlio di Dio, ha sconfitto colui che della morte ha il potere. Nello scontro titanico tra le due Città la vittoria è della città su cui Cristo siede Signore.

“A te darò le chiavi”

Simon Pietro qui è presentato come il portiere della casa costruita sulla roccia. Egli non ne il padrone, ma agisce con l’autorità di colui che li ha affidato le chiavi costituendolo in questo modo suo rappresentante e sovrintendente su tutti i suoi beni. Come il suo Signore egli dovrà vegliare presso la porta, perché non entrino i lupi rapaci, i nemici che seminano discordia. Si coglie anche qui in filigrana la figura del Vescovo, che interroga i catecumeni prima di ammetterli al battesimo. O ancora il Vescovo che esamina i penitenti, ascolta le loro suppliche e quelle di chi intercede per loro e amministra la misericordia di Dio.

La Chiesa, dunque è una casa fondata sulla fede di un uomo debole, ma dal cuore grande, che l’amore ha resa salda come roccia. L’esempio del Maestro che ha dato la vita per i suoi, insegna a Pietro e al Vescovo ad essere specchio fedele della bontà di Dio. Nella casa fondata sulla roccia il debole trova riparo e sicurezza. Il fedele aderisce a Dio e verifica la propria fede su quella di Pietro, trovando in essa il conforto e la via per la salvezza sperata. E Pietro – e il Vescovo vera immagine del Pastore grande delle pecore nella Chiesa particolare -, custode delle chiavi del Regno, aiuterà ognuno ad entrare sostenendo le pecore deboli.

“Quello che scioglierai … Quello che legherai…”

La tradizione della Chiesa ha letto queste parole come conferimento del potere di perdonare i peccati e di ricostituire la comunione con Dio per un fedele. Questo è vero, ma è soltanto il punto finale di un processo. Più propriamente l’espressione legare e sciogliere nella tradizione biblica ha il significato di interpretare rettamente, rendere comprensibile un insegnamento e proporlo come via della Sapienza. Pertanto con questa espressione Gesù ha costituito Pietro e i pastori della Chiesa in comunione con lui quali interpreti autentici del suo insegnamento. Analogamente a Gesù, Pietro e i Vescovi non sono dei comuni maestri: essi hanno ricevuto da Gesù stesso il potere e la capacità per dare dell’insegnamento che egli ha lasciato la retta interpretazione, così che per mezzo di esso tutti abbiano accesso alla vita eterna. Perciò la loro parola e autorevole; perciò l’obbedienza filiale al loro insegnamento è fondamentale per la comunione perfetta con Cristo e con la Comunità. Di conseguenza chi non lo accoglie si colloca da se stesso fuori della comunione.

“Allora comandò di non dire niente a nessuno”

Matteo registra la preoccupazione di Gesù di non fare aperture alle illusioni di un messianismo politico presenti nel popolo di Dio e alle quali i discepoli non erano estranei. Ma il segreto che egli impone ai discepoli porta anche la traccia di una consuetudine propria di ogni comunità religiosa. Per entrare a farne parte è necessaria una iniziazione. È un processo lento che comincia con l’annuncio della fede e, quando essa viene accolta, richiede di essere cresciuta pazientemente mediante l’istruzione sulle cose di Dio, sulla sua parola, e mediante una pratica di vita in comunione con la Comunità tale che porti a gustare intimamente la verità profonda della parola che è stata consegnata. È il cammino del catecumeno, che anche il cristiano formato ha bisogno di riprendere e di approfondire in continuazione. Matteo è molto attento che le perle dell’insegnamento evangelico non vengano gettate a coloro che, non comprendendone il valore, finiscono per calpestarle. Per questo il messaggio evangelico al quale tutti gli uomini hanno diritto, non va proposto a chi si è turato gli orecchi. Richiede le condizioni giuste, che vanno preparate con pazienza. Soltanto allora l’annuncio della fede potrà trovare un terreno buono nel quale portare molto frutto.

 

In questa domenica meditando la confessione di Cesare, la Chiesa sente il bisogno di ribadire con rinnovata convinzione la sua fede in Cristo Figlio di Dio in comunione con colui al quale Gesù ha affidato i suoi Agnelli e le sue pecorelle, cioè il Papa e i Vescovi.

Una professione di fede è una scelta di campo: il cristiano per essere salvato non pone la sua fiducia nella ricchezza, nel potere e nell’apparenza, cioè dagli “idoli” nei quali facilmente confida chi non conosce il Signore, ma in Dio che ha dato il suo Figlio.

Ogni volta che la Chiesa nel mondo proclama e vive la sua fede, introduce nella storia degli uomini la novità di Dio e si presenta, pur con le rughe e le ferite del tempo, nella sua umile bellezza come la città dalle salde fondamenta nella quale ognuno può trovare rifugio; come la casa di quella pace che non nasce dai compromessi, ma è il frutto della Pasqua. All’uomo smarrito che spesso cerca nelle conquiste del proprio ingegno la sicurezza per i suoi giorni, la Chiesa offre al mondo la sua proposta nella “vita nuova” dei rinati in Cristo, che non perseguono la potenza, né l’affermazione di sé, ma sono beati nel servizio e nella gioia della condivisione.