Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Gs 24, 1-2a. 15-17. 18b. Sal. 33, 2-3. 16-17. 18-19. 20-21. 22-23. Ef 5, 21-32. Gv 6, 60-69.

 

Il lungo discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao giunge al suo epilogo.

Gesù si è proposto ai discepoli come il pane che Dio dona agli uomini perché possano compiere il loro esodo verso la vita definitiva e come l’agnello il cui sangue salva dalla morte.

Sono immagini prese dal racconto della liberazione di Israele dall’Egitto e permettono di comprendere la Pasqua del Signore come compimento della pasqua antica – la pasqua dei Giudei – e la morte di Gesù come il sacrificio che conquista ai credenti la salvezza.

La Pasqua è un vero passaggio. Israele lo visse come un passaggio dalla schiavitù, che metteva in balia di un padrone – il faraone – il quale poteva disporre di vita e di morte, alla libertà, che significava non solamente indipendenza in una terra propria, ma pace, prosperità … vita. Gesù invita a un nuovo esodo verso una vita piena non più minacciata dalla morte e alimentata dalla comunione perfetta con Dio, un esodo verso la consolazione. Perciò colui che ha ricevuto l’annuncio del Vangelo ora deve prendere concretamente una decisione che investe la sua vita, cioè il suo obiettivo finale, le scelte pratiche, il modo con il quale si pone nella storia. Pertanto l’adesione a Gesù non si può ridurre all’accettazione di una dottrina con i suoi codici e i suoi riti; essa richiede piuttosto di accogliere la prospettiva del mistero pasquale nel quale Gesù ha dato la sua vita per gli amici: chi vuole compiere il suo esodo verso una vita che ha il sapore della vita di Dio, deve essere disposto a lasciare la sua prospettiva per assumere quella vissuta e proposta da Gesù.

Dinanzi al discepolo, pertanto, non si staglia una orizzonte umano illuminato dal successo e dalla vittoria, ma l’impegno al servizio amoroso, che è sempre condivisione della passione e morte del Signore e nella storia individuale e collettiva in taluni casi può comportare anche la testimonianza del sangue. Infatti l’edificazione del regno di Dio desiderato da tutti gli uomini di buona volontà passa attraverso il dono di sé.

Qui pertanto si può trovare una luce per illuminare un problema sempre incombente sulla comunità che celebra i Misteri: quello di dirsi seguaci del Signore, ma senza la volontà precisa e pratica di condividerne la sorte per la salvezza del mondo. Quando una comunità nella storia diventa numerosa, influente, forte, corre sempre il rischio di abbandonare quella visione della realtà che è propria degli umili e dei piccoli che confidano nel Signore per assimilare la mentalità del mondo: efficiente, impositiva, tesa alla omologazione non di rado attraverso la pretesa di un’obbedienza incapace di attendere i tempi della persona; una “buona volontà” incapace del discernimento dello Spirito e appiattita su obiettivi bassi; una mentalità secondo la quale il regno di Dio e la sua giustizia si riducono facilmente all’ordine esteriore, alla mediocrità e al benessere. Mentre la prospettiva alla quale l’uomo è chiamato è la gioia della comunione con Dio e con i fratelli.

Gesù ha invitato ad assimilare la sapienza che egli ha offerto nel suo insegnamento e nella sua vita concreta, fatta di precise scelte e di un atteggiamento nuovo nei riguardi di Dio, sentito veramente, lodato e invocato con confidenza, come Padre buono e provvido.

Gesù ha insegnato che l’esodo verso la libertà più grande percorre la via stretta e impervia della radicalità nel dono di sé, nell’emancipazione dalle molte schiavitù delle proprie passioni, spesso legittimate dalla sapienza del mondo. Per questo Gesù chiede di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, cioè di accettare che l’ingresso in una vita piena – ben diversa dal modello che l’uomo sa costruirsi a partire dalla sua idea del bene – passi attraverso la partecipazione alla sua morte, per risorgere con lui. Questa partecipazione avviene nel mistero sacramentale dell’Eucaristia, ma si sviluppa e dà il frutto nelle scelte e nell’impegno di vita che manifestano concretamente l’amore del Signore per l’umanità.

Gesù delude coloro che si mettono al suo seguito pensando di evitare in questo modo il peso delle molte povertà della condizione umana. Gesù le assume tutte, le porta e le vive perfettamente abbandonato alla premurosa volontà del Padre come il cammino che conduce alla vita definitiva. Gesù non evita la vita dura e difficile che tocca in sorte alla più gran parte dell’umanità, ma vi si immerge con un’infinita fiducia nel Padre che fa risorgere dai morti. E proprio per questa fiducia non si lascia condizionare dalla paura – da qualsiasi paura – e vive da uomo veramente libero, come può esserlo soltanto un figlio di Dio.

Pertanto la Comunità che vuole essere coerente con l’insegnamento che accoglie dal suo Maestro non può accettare di vivere nell’ambiguità; infatti celebrare i Misteri e cibarsi dell’Eucaristia comporta la volontà di essere solidale con chi siede alla stessa mensa, e soprattutto con Colui che a quella mensa siede e distribuisce se stesso da mangiare e da bere, fino alla condivisione della medesima sorte. Perciò non è sopportabile la reticenza nella testimonianza della verità, il perdersi in sottili distinzioni davanti all’urgenza della carità, il mettersi a contrattare quando la coerenza della fede mette in gioco i privilegi…

Intuendo che la proposta di Gesù scardina le sicurezze e non concede spazio a sogni di grandezza, molti lasciano, confinando il Vangelo tra le utopie che portano la storia a impantanarsi in progetti illusori.

Gesù lascia sempre liberi. Ma non accetta una sequela ambigua.

Ai discepoli di ogni tempo che rimangono perplessi e incapaci di una decisione generosa, Gesù ripete con semplicità e chiarezza la domanda che comporta una risposta pratica immediata: «Volete andarvene anche voi?».

Nel Vangelo è Pietro che risponde per tutti: «E dove, Signore? Tu solo hai parole di vita…».

Gesù sa dov’è la vita vera e vi accompagna chi si fida di lui. Ma non nasconde a nessuno che il prezzo è alto: la Vita costa la vita.

A chi è intimidito da questa sfida e pensa di non essere capace di accettarla, Gesù propone di mangiare di lui, di bere di lui, cioè di fare comunione con lui nell’Eucaristia: celebrazione della Pasqua e condivisione, nel mistero sacramentale, della sua sorte. E poi di mettersi con paziente fiducia alla sua scuola, provando il gusto irripetibile e sublime di farsi servo e di dare la vita ogni giorno nelle relazioni quotidiane, nel bene senza gloria. Egli sa infatti che la sua parola diventa credibile al cuore di chi l’ascolta, quando questi ne prova il sapore praticandola.