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Ger 20,7-9; Sal 62,2.3-4.5-6.8-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

A Cesarea di Filippo Gesù mette i suoi discepoli nella condizione di compiere una scelta nuova e radicale che riguarda la sua persona e la sua missione e, necessariamente, tocca in profondità i progetti che il destino di quanti decideranno di seguirlo fino in fondo.

Dopo avere interrogato gli apostoli e avere ricevuto da Pietro l’attestazione della loro fede in lui, Gesù manifesta in modo chiaro ciò che gli accadrà a Gerusalemme. Questa rivelazione colpisce profondamente discepoli. A tutti erano note le ostilità dei capi del popolo e di alcune fazioni specialmente della Giudea e di Gerusalemme, ma l’idea che essi avevano del Messia e della sua missione non poteva contemplare l’ipotesi di una sconfitta e soprattutto di un fracasso infamante.

L’opposizione dei capi si è fatta durissima; è il Sinedrio formato dagli anziani, che rappresentano i grandi proprietari e, in sintesi, gli interessi economici; dai dottori della legge e dagli scribi, cioè i detentori della sapienza e della cultura, che hanno un grosso peso sull’opinione pubblica; e infine dalle famiglie dei Sommi Sacerdoti, che gestiscono il Tempio di Gerusalemme e i molti affari legati al culto. Attraverso di essi finirà per esprimersi la Nazione tutta in un rifiuto deciso e irrevocabile di Gesù, che si presenta come il Messia e figlio di Dio, della sua scuola, che consisteva in una lettura e interpretazione della Bibbia alla maniera dei Profeti piuttosto che al modo delle molte scuole del tempo; questo infatti si scontra con le interpretazioni letterali e legalistiche della volontà di Dio espressa dalle Scritture e delude sistematicamente le attese tradizionali relative al Messia e alla sua missione in Israele.

Al tempo in cui Gesù si ritrova con i suoi a Cesarea di Filippo è ormai chiaro che la sua proposta è stata rifiutata, il suo messianismo negato dai capi e lui giudicato un pericoloso impostore. Egli è venuto effettivamente per liberare l’uomo. Ma non dal giogo di Roma, cioè della potenza che in quella fase storica aveva sottomesso Israele, come invece si aspettavano i fautori di un messianismo irredentista. La Prospettiva su cui Gesù si muove delude coloro che attendevano il trionfo sui nemici esterni e la purificazione del culto, finito in mano a Sacerdoti collusi coi Romani.

Gesù delude perché la forza della sua parola e i segni che l’accompagnano, di fatto, se sollevano speranze illusorie in coloro che immaginavano che tanta potenza si sarebbe rivelata la molla per un rovesciamento sociale, di fatto non tocca mai il potere costituito, quanto piuttosto la sapienza e la religiosità ufficiale che ha trovato il modo di far convivere il culto di Dio con la chiusura al prossimo e l’ingiustizia nonché l’esercizio di un culto ridotto ormai solamente un insieme di usi umani.

Gesù è venuto a parlare di Dio in un modo inconsueto e a svelare la sua compassione: sarà da queste cose sperimentate intimamente che potrà venire ogni altro rinnovamento.

Questa è la volontà del Padre e per portarla a compimento egli è disposto anche a dare la vita. È per questo che il Padre si compiace di lui. La decisione di restare fedele al disegno del Padre, anche a costo di deludere gli uomini, lo assimilerà al Servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cf Is).

Gesù ha compreso che i Capi di Israele – cattivi pastori che pascolano se stessi anziché curarsi del popolo di Dio, despoti che sfruttano il popolo a proprio vantaggio – lo hanno rifiutato e già tramano contro di lui per screditarlo come un malfattore e farlo perire. La loro vittoria però sarà di breve durata (l’espressione tre giorni sta a indicare un tempo molto breve), perché il Signore farà risorgere il suo Servo richiamandolo dai morti; in questo modo darà valore anche al suo insegnamento, falsificando quello dei suoi avversari.

Ma la mente degli Apostoli è ferma su ben altro orizzonte e Pietro, sia pure per motivi opposti, paradossalmente si unisce con le sue proteste agli oppositori di Gesù. Egli vorrebbe un messianismo trionfante, perché questo si aspettava mettendosi al seguito di Gesù e non può comprendere come il Messia e Figlio di Dio possa fallire e perire: ciò che Gesù ha appena detto, ai suoi occhi contraddice ciò che egli è. Ma sostenere questa prospettiva, diversa dal disegno del Padre, significa porre ostacoli al cammino di Gesù. E Gesù reagisce in modo durissimo chiamando addirittura “tentatore” con lui che poco prima aveva chiamato “roccia” e “beato”.

Da questo momento ai discepoli dovrà essere chiaro che chi vuole essere di Gesù, deve essere disposto al pari del maestro a compiere la volontà del Padre a qualsiasi prezzo. Appare evidente, specie considerando le attese dei discepoli, che questo comporta prima di tutto di rinnegare se stessi, cioè di rinunciare consapevolmente e decisamente alle proprie ambizioni e anche ai progetti più nobili, assumendo invece la croce, la propria croce, cioè mettendo in conto la persecuzione, l’onta e il fallimento davanti agli uomini, così come è capitato al Maestro.

Mentre invita ad assumere questa prospettiva inattesa e sconvolgente, Gesù ne indica chiaramente le motivazioni: la prima: chi vuole veramente la vita, quella di Dio, quella che nessuno può toccare, deve essere disposto a mettere a rischio e anche perdere la vita del corpo, quella per la quale ci si dà tanta cura, e per la quale è tanto grande il timore. La seconda motivazione è la seguente: chi si aspettava che, aderendo Gesù, fosse assicurata fama, potenza, ricchezza e onore, è cascato male. Gesù ricorda che tutto ciò che il mondo apprezza, e per il quale tanti faticano e rischiano, nessuno potrà portarselo appresso.

Sarà il Padre piuttosto a dare a ciascuno secondo le scelte che avrà fatto e la coerenza con la quale le avrà mantenute; e come ha fatto risorgere il figlio, così farà con coloro che lo avranno seguito nel compimento della volontà della sua volontà fino in fondo.

 

Il testo proposto alla meditazione della Chiesa in questa domenica interpella in modo fermo e diretto la fede e le motivazioni profonde con le quali ognuno ha deciso di dirsi è di vivere da cristiano.

I discepoli di Gesù si erano uniti a lui, lasciando le loro attività e le famiglie, affascinati dalla novità del suo insegnamento e dalla straordinaria autorità della sua persona. Erano uomini che coltivavano ideali alti, in primo luogo il desiderio di un culto purificato dalla corruzione che abitualmente accompagna il potere: erano note le contiguità fra i Sommi Sacerdoti e le autorità romane così come le lotte tra le grandi famiglie sacerdotali per gli interessi economici legati al Tempio. Poi c’era il desiderio di giustizia per tutti: la gente semplice stava male a causa di una situazione economica causata dall’amministrazione di Erode e poi dei suoi figli nonché dall’occupazione romana, che imponevano tasse e tributi insopportabili, sicché mentre alcuni si arricchivano, la maggioranza della popolazione languiva nella povertà e nella miseria.

In questo contesto non erano infrequenti i disordini, sempre soffocati nel sangue. Il ricordo di un passato libero e glorioso, unito alla difficile situazione del momento, alimentava l’attesa di un Messia liberatore che aveva finito per assumere l’immagine di un condottieri invincibile e vittorioso, simile a Giuda Maccabeo, e spingeva gli animi generosi a imprese temerarie. Al tempo di Gesù la cronaca aveva già conosciuto movimenti “messianici”, sorti d’improvviso e subito soppressi senza pietà. Perciò Gesù si mostra cauto e quando viene riconosciuto da Pietro e dagli altri discepoli come Messia e Figlio di Dio, immediatamente raccomanda il segreto, perché sa bene che le attese delle persone possono portare a una deriva incontrollabile e del tutto opposta al suo disegno.

Storicamente dove la Chiesa si è affermata è divenuta un’istituzione importante e farvi parte, magari rivestendo ruoli di responsabilità, ha comportato e comporta prestigio, considerazione e talvolta anche potere; in ogni caso l’appartenenza a un gruppo considerato e di peso è stato ed è una garanzia.

La parola di Gesù continua a richiamare a stare con i piedi per terra.

I problemi dell’umanità, all’apparenza, si possono risolvere col potere, nei vari modi in cui esso si esprime. La forza può costringere, la ricchezza può comprare, l’autorità può intimidire, obbligare, blandire… Ma chi ricorre a questi mezzi non compie la volontà del Padre. E l’esperienza insegna che se l’uomo non cambia dal di dentro, cessata la paura o l’interesse, tutto tornerà come prima.

Il disegno del Padre è mostrare agli uomini il suo amore. La creatura deve sapere, vedere, sperimentare di essere amata. Allora, nel sentirsi così amata, troverà la propria dignità, la libertà e la capacità di cambiare le cose, perché chi si sente amato non ha più paura neppure di morire.

Perciò Gesù nella parola e nei segni continua, sfidando ogni opposizione, a presentare il Padre come il Dio che si china sull’umile, libera dalla prigione delle norme che sono prodotte dagli uomini e propone la misericordia come la virtù che rende simili a Dio. Questo va a toccare gli schemi e l’Istituzione si sente minacciata.

Gesù diviene un Maestro sgradito, contro si lui vengono alimentate calunnie e viene accusato di esser e un bestemmiatore, uno che spinge alla disobbedienza alla legge e alle tradizioni. Seguirlo si fa pericoloso.

Perciò egli mette in guardia i suoi discepoli: per stare con lui occorre condividere le sue idee e il suo stile di vita; egli è uno che conosce la via della Vita vera, quella che rende capaci di resistere anche all’ingiustizia e al male più oscuro, ma per seguirlo fino in fondo occorre rinunciare alle proprie attese, ancorché nobili; infatti la via della salvezza dell’uomo non è quella che si può immaginare.

Uno potrebbe avere tutto, addirittura possedere tutto il mondo ed esercitare il potere su ogni cosa, ma se non si sente amato il suo cuore resta vuoto e allora diventerà avido, violento e vuoto.

Il discepolo che vuole diventare come il suo Maestro deve decidersi a scegliere il progetto del Padre, anche se può sembrargli perdente, e diventare capace di portarlo avanti fino anche ad accettare il fallimento e l’infamia (la croce era la morte ritenuta non soltanto la più dolorosa, ma la più infamante).

Allora non si può evitare di chiedersi quanto si è convinti della validità della proposta di Gesù per il mondo. Perché dalla risposta dipenderanno le scelte pratiche della vita e la coerenza tra la fede professata e quella vissuta.