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 S. Croce

Nm 21,4b-9; Sal 77,1-2.34-35.36-37.38; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

Non era facile per la comunità cristiana parlare di Gesù affermando che egli è il Messia atteso e Figlio di Dio. Si sapeva, infatti, che le sue origini erano umili e soprattutto che era stato rifiutato e condannato dai Capi di Israele come impostore ed empio e che era stato crocifisso dopo un processo davanti al Procuratore Ponzio Pilato. La sua vita e soprattutto la sua morte dovevano essere illuminate dalla Scrittura, per venire riscattate dall’ombra che si stendeva su di esse.

Giovanni illumina la questione nel lungo discorso che sviluppa nel terzo capitolo del suo Vangelo, dove racconta l’incontro tra Gesù e Nicodemo, che era andato da lui di notte.

Vi si parla dell’episodio del serpente di bronzo o di rame che Mosè, su comando del Signore, aveva modellato e posto su un’asta perché chiunque fosse stato morso dai serpenti, guardandolo, trovasse la salvezza. Con quel simbolo viene illuminata la morte in croce di Gesù, elevato fra cielo e terra e fonte di salvezza per tutti coloro che credono i lui.

Quello che gli è avvenuto, infatti, non è il segno di una maledizione di Dio, quasi che fosse un malfattore, ma è piuttosto il segno dell’amore che Dio ha per il mondo, per il quale ha dato il suo stesso Figlio. Egli, che è disceso dal cielo, conosce la via per il cielo; significa che soltanto il Figlio di Dio può insegnare agli uomini come andare a Dio; e lo ha fatto con la parola e con i segno che l’hanno accompagnata. Chi lo prende per Maestro, si fida di ciò che egli ha insegnato e, imitandolo, lo mette in pratica, potrà seguirlo nella casa di Dio e avere in sé la vita di Dio.

Il testo di Giovanni, dunque, fa ricorso a immagini e simboli che hanno bisogno di essere compresi. Questo è possibile considerando la realtà con ciò che essa suggerisce.

Il cielo è alto sopra la terra ed è irraggiungibile per gli uomini. Attratti dal cielo, gli antichi salivano sui monti, dove essi vedevano le nuvole discendere e coprire le cime; salivano per entrare nella nube, nel cielo appunto, casa della divinità, e vedere Dio nella sua dimora.

Gli ebrei onoravano il Dio e lo chiamavano «Dio degli dei», per affermare che egli era al di sopra di tutti, e nella loro cosmologia avevano posto la sua casa ancora più in alto del cielo: nei cieli dei cieli, cioè al di sopra del cielo che gli uomini possono ammirare (nell’architettura cristiana questa dimora di Dio è rappresentata dalla lanterna che dà luce alla cupola, che rappresenta il cielo).

Come, dunque, raggiungere la dimora di Dio? L’uomo non ha ali di aquila per spingersi tanto in alto… Nessuno può alzarsi fino alla casa di Dio e vivere della sua stessa vita. Gli antichi avevano scoperto che l’unico modo per salire al cielo era “trasformare” la realtà: quando si immolava un sacrificio in onore degli dei, veniva bruciato sull’altare, si trasformava in fumo e il fumo saliva al cielo e si fondeva con le nubi. Ma il problema restava: poteva forse l’uomo … trasformarsi in fumo?

Gesù si presenta come colui che ha il potere di salire al cielo, perché ne è disceso. E può insegnare agli uomini la via per andare a Dio.

Il Vangelo di Giovanni contempla la morte concreta e drammatica di Gesù alzato da terra ed elevato in croce verso il cielo come mistero di esaltazione: con la sua morte e risurrezione Gesù è entrato nei cieli ed è stato costituito Signore sedendo alla destra di Dio. Chi crede, cioè chi si affida a lui, ne vive gli insegnamenti e lo segue nella sua passione, salirà al cielo con lui e avrà la vita eterna, cioè la vita di Dio, che non è il prolungamento della vita così come la conosciamo, cioè la vita fisica; e non è neppure quella che ci si sforza di immaginare come vita oltre la morte: una misteriosa vita dell’anima, della quale non si sa dire gran che; ma una vita diversa, la vita di Dio, appunto, che egli da Padre quale è accende con il sacramento del Battesimo: quella vita vibra della partecipazione ai sentimenti di Cristo. Essa si manifesta con quei doni dello Spirito di cui parla S. Paolo: «Il frutto dello Spirito – egli dice – è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).

Altrove Paolo, ripensando alle molte tribolazioni attraversate, vede l’opera dello Spirito santo in se e in quanti si adoperano per la diffusione del Vangelo e si esprime così: «… in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,4-10). Infine, nel notissimo passo dell’inno alla carità, dice ancora: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.» (1Cor 13,4-7). Questi sono i segni che attestano che nel discepolo del Signore vive la vita di Dio. Egli ha mandato il suo Figlio perché l’uomo, credendo in lui, impari a lasciare ogni attaccamento e lo segua fino all’innalzamento della croce; in questo modo parteciperà della stessa vita del Figlio. Perciò il discepolo che ha accolto la parola di Gesù e la vive, già appartiene al mondo di Dio.

Il testo richiama l’episodio narrato nella prima lettura presa dal libro dei Numeri, che racconta il castigo dei serpenti (cf Nm 21,4b-9). Presso i popoli vicini a Israele il serpente era simbolo della vita, della fecondità e anche del potere (il faraone dell’Egitto portava il simbolo del serpente nel suo diadema). La fede del Popolo santo lo denuncia invece come demone tentatore: la vita viene solamente dal Signore che ha creato tutte le cose e anche il serpente gli è sottomesso; affascina l’uomo e lo illude, poi istilla il veleno mortale; soltanto Dio possiede la vita eterna e può darla a chi vuole. Egli ha generato il Figlio, vivente in eterno. Potrà vivere in eterno chi sarà ri-generato nel Figlio mediante della fede. La fede, poi, non consiste in una dichiarazione formale, ma nel vivere come ha vissuto il Figlio fidandosi della sua parola, che è la Sapienza eterna.

Il serpente di rame alzato sull’asta richiama anche un altro significato, che si comprende a partire dall’esperienza concreta. Quando un uomo era indebolito dalla fatica, distendendosi a terra e dormendo (una condizione che somiglia alla morte) recuperava le forze: la «madre terra» lo rigenerava ed egli poteva riprendere con energia la vita quotidiana. Al contrario, se era separato dal contatto con la terra così da non poggiare più su di essa, veniva meno la vita in lui (basta ricordare il mito di Ercole e Anteo). Dunque il serpente, sollevato da terra e posto in cima ad un’asta non poteva più nuocere. Mosè aveva realizzato questo simbolo su istruzione del Signore per indicare che la morte era sconfitta e non avrebbe potuto distruggere Israele. La morte è stata strappata dalla terra. L’altro simbolo presente nel serpente di bronzo è la vita: gli antichi osservavano che il serpente usciva dalla terra e lo riguardavano come l’anima della terra stessa. Il Figlio – che l’interpretazione dell’Evangelista assimila al serpente di rame – dopo essere stato innalzato sulla croce uscirà vivo dal sepolcro: egli è ad un tempo segno della morte sconfitta e Signore della vita.

Nella croce si uniscono questi due simboli: l’innalzamento verso il cielo e la sconfitta della morte, strappata dalla terra degli uomini. Gesù è stato innalzato sulla croce come il serpente sull’asta: in lui la morte è stata sconfitta e, mediante la morte per amore al Padre e agli uomini, egli sale al cielo, dove la vita è per sempre. Gli uomini che lo seguiranno lungo la via dell’amore nel servizio ai fratelli fino alla morte fin da ora hanno la sua vita in loro e, terminata l’avventura terrena, saranno con lui per sempre nella vita che non ha tramonto.

Perciò la croce, orribile strumento di morte e simbolo del servizio più umile reso fino al dono estremo di sé, ora è la via – l’unica – per giungere alla dimora di Dio. È il vanto del discepolo. Questo abbassamento alla condizione infame di schiavo è il sentiero per salire al di sopra dei cieli.

La vita nuova che non si spegne è quella segnata dal radicalismo evangelico.