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Is 45,1.4-6; Sal 95,1.3.4-5.7-8.9-10a.c; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

Sulle labbra dei discepoli dei Farisei risuona un singolare ritratto di Gesù: «Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia a nessuno».

È una sfida diretta introdotta da un’espressione adulatrice. Gesù risponde con un secco: «ipocriti». Farisei ed erodiani – sempre in lotta tra loro, ma uniti contro Gesù – si sono presentati a lui tentando di coglierlo in fallo. Gli pongono una domanda diretta, con due alternative. Sul piano dei principi è impossibile sfuggire: giacché l’una esclude l’altra ed entrambe hanno implicazioni o sul piano religioso o su quello civile; quale che fosse stata la risposta, farisei ed erodiani avrebbero avuto di che accusarlo.

La questione del tributo da pagare a Roma era tra le più spinose. Pagare le imposte a un sovrano straniero, che per di più pretendeva dignità divina, era sentito dai religiosi più severi come un atto di tradimento nei confronti di Dio, unico Signore di Israele. Ma il rifiuto di pagare sarebbe stato un atto di insubordinazione che avrebbe causato tragiche conseguenze. Perciò la domanda, posta sul piano dei principi, non lasciava scampo: o empi nei riguardi di Dio o ribelli verso Roma.

A questi «ipocriti» che vorrebbero trascinarlo in una discussione sui principi, Gesù risponde riportando la domanda sul piamo pratico: «Mostratemi la moneta del tributoQuesta immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Coloro che volevano discutere sulla liceità (sul piano religioso) del pagamento del tributo a un dominatore pagano ne usavano comunemente la moneta, cioè ne avevano accettato nella pratica la logica di potere. Allora, piuttosto che porre la questione in termini teorici e di principio, la domanda doveva trovare una risposta sul piano della vita concreta. Come dunque essere fedeli a Dio in un contesto dominato dall’empietà? Come vivere conformemente alla fede in mezzo a gente che compie e impone scelte che le sono contrarie?

I Giudei avevano protestato violentemente quando Pilato, per umiliarli, aveva voluto introdurre entro le mura di Gerusalemme le aquile romane, e avevano ottenuto che fossero rimosse. Dentro la Città santa, infatti non si potevano introdurre immagini. Ma nella pratica tutti usavano la moneta di Roma, nonostante recasse l’effige dell’Imperatore. La proibizione delle immagini resisteva soltanto nel recinto del Tempio, e per pagare la tassa, si cambiavano presso i cambiavalute le monete recanti immagini proibite con una particolare moneta, su cui non ne erano incise: la forma era salva … ed era salvo il tributo sacro.

La risposta di Gesù è: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». La dominazione di Roma sulla terra di Dio è un fatto e l’uso stesso del denaro con l’immagine dell’imperatore ne è soltanto la conseguenza così come l’imposizione di pagare un tributo; anche in passato Israele era stato sottomesso a re stranieri e avevano dovuto pagare la tassa che essi imponevano. Ma questo riguarda l’ordinamento umano regolato con leggi stabilite dagli uomini. A Dio è dovuto l’amore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (cf Dt 6,4-9; Mc 12,29-31), perché lui solo è il Signore che libera e salva. L’amore, che è la sola cosa che impegna il cuore dell’uomo, quello appartiene a Dio solamente. Questo significa che ogni potestà di questo mondo, comunque si imponga, è qualcosa di relativo e non può essere messo sullo stesso piano di Dio. Pagare il tributo non è un atto di culto, ma una contingenza storica. Quando Israele era stato deportato si era mantenuto fedele, nonostante vivesse in messo a gente con usi e costumi diversi e in quelle terre di prigionia si era moltiplicato. La fedeltà a Dio è cosa del cuore.

L’attualità di questo insegnamento di Gesù era percepita dalle Comunità che vivevano nel mondo ellenista: il rapporto con le autorità pagane spesso era per molti un problema. Paolo ricorda che ogni autorità viene da Dio ed esorta a rispettarla e a pagare le tasse (cf Rm 13,1-7). Anche Pietro invita a stare sottomessi all’autorità per amore del Signore (cf 1Pt 2,13-14); del resto Gesù ha riconosciuto quella di Pilato, benché ingiusta. L’Apocalisse, infine, relativizza l’autorità e ne mette in evidenza l’intima malvagità; i cristiani devono essere cittadini ossequienti, devono però resistere nella persecuzione e, giacché bisogna dare a Cesare ciò che è suo e a Dio ciò che è di Dio, si pagheranno le tasse, ma non si brucerà incenso agli dei, specie se l’autorità vuole usare il culto per legittimare il proprio potere. Il rispetto verso l’autorità coesiste sempre con la critica che nasce dalla fede in Dio come unico Signore; chi dà culto a Dio non dà culto a nessun’altro. Questo relativizza le istituzioni civili e le sottomette al giudizio della fede, ma non autorizza a non rispettarle. Soltanto quando sarà trascinato in giudizio per il nome di Cristo il cristiano proclamerà umilmente che conviene servire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 5,29).

Questa libertà della coscienza comporta una presa di distanza da ciò che più affascina nel potere, cioè la ricchezza che esso può procurare. Non si può contestare un sistema continuando a sfruttarne i vantaggi. Quei Farisei che ponevano la domanda a Gesù circa la liceità sul piano religioso di pagare il tributo erano spesso i primi a trarre profitto dalla contiguità col potere.

La risposta di Gesù ai Farisei è dunque un appello alla conversione, cioè ad abbandonare l’avidità, le mezze misure e le astuzie legalistiche, tese a far convivere un culto formalmente perfetto col «mammona di iniquità» (cf Lc 16,9); infatti il vero problema è che «Non si può servire Dio e il denaro» (cf Mt 6,24).

Questo testo mantiene la capacità di illuminare il rapporto del cristiano con la Società civile e le sue Istituzioni, specie nel caso in cui siano toccate questioni “sensibili”.

In questi anni si è sentito molte volte parlare di principi non negoziabili. Per il cristiano che vive e opera in contesto sociale nel quale la fede e la cultura cristiana vengono messe in discussione, la risposta di Gesù è un’indicazione sicura: bisogna saper riportare le questioni dal piano dei principi a quello della vita pratica, cercando la risposta ai problemi con animo libero, prudente e misericordioso, chiedendo al Signore la grazia di saper vedere le cose di sempre con occhi nuovi.

Gesù non si occupa del governo della società civile entro la quale vive la Comunità cristiana, né degli ordinamenti con i quali gli uomini organizzano la vita pubblica; ma dice con chiarezza che il prossimo va amato anche quando è distante e diverso, anche quando si fa nemico; insegna che in esso occorre sempre vedere un fratello da servire. Se il potere può apparire efficace, specie in talune emergenze, in realtà raramente esso è un bene, e quando volesse imporsi non cambierebbe i cuori se non per esacerbarli. Non a caso Gesù ha ricordato che il potere – anche il migliore – è cosa di questo mondo – cioè dell’ordinamento che non conosce Cristo – e che tra i suoi discepoli bisogna fare a gara a stimarsi e a servirsi a vicenda, sicché chi è più grande – ossia colui che è più vicino alla verità – deve farsi ultimo e servo di tutti, ovvero deve sapersi mettere al passo di chi è più distante dalla essa e compiere pazientemente con lui un cammino più lungo per raggiungerla; perché se il fratello non sa ancora cogliere la verità che salva col proprio ingegno, la possa tuttavia gustare nella carità di chi gli si fa prossimo ponendoglisi accanto. Il cristiano resta fedele a Dio e si mantiene amico dell’uomo.

Lungo il tempo la Chiesa ha risposto alle derive interne e alle questioni sollecitate dall’ambiente circostante definendo la propria professione di fede in modo ogni volta più preciso e stabilendo dei codici di comportamento che toccano questioni concrete. Divenuta una cosa sola con la società, la Chiesa ha costruito un apparato di codici e di norme a fronte delle quali il puro annuncio della fede ha rischiato di restare in ombra. È lo stesso che era accaduto a Israele, dove la fede, da risposta all’amore di Dio si è mutata in osservanza faticosa fino all’insopportabilità.

Oggi la Chiesa, come sempre nella sua storia bimillenaria, deve rispondere alla necessità di proporre un messaggio di libertà, perché a nessuno interessa una salvezza che non sia una cosa sola con la libertà e con l’accoglienza gratuita. L’amore alla vita deve regolare la decisione di vivere l’adesione a Cristo (questa è la fede!) in modo pratico, cercando la via della carità, fino al sacrificio di sé nelle circostanze complesse e tra posizioni opposte e contraddittorie. La fede è una luce che illumina la coscienza e le indica il bene da cercare sempre, così da accrescerlo.

«Dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» è un’arte da imparare in ogni diversa circostanza guardandosi dal coltivare l’illusione di poter dividere con un taglio netto il vero dal falso, il giusto e l’ingiusto … la fede e la vita. Vero e falso convivono nella persona, in ogni persona, e si consumano nella ricerca della felicità, spesso percorrendo vie sbagliate e illusioni deludenti. Ogni uomo cerca d’istinto la felicità e spesso si inganna su ciò che gliela potrebbe dare. Ma Dio continua ad amare anche quelli che si ostinano a cercare lontano quello che potrebbero trovare vicino, solo che fossero un po’ più umili. Perciò, chi ha il dono della fede, con tanta umiltà, dovrebbe tenere alta la sua lampada.

Oggi «Dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» si traduce nell’amore paziente e misericordioso per l’uomo. È così che si ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi: non c’è tributo più caro a Dio e più prezioso per qualunque Cesare che dare la vita per il fratello.