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Is 53, 10-11. sal. 32, 4-5. 18-19. 20. 22. Eb 4, 14-16. Mc 10, 35-45 (oppure breve 42-45).

Il testo si compone di brani diversi. Nel primo si legge l’annuncio della passione, il terzo; segue la domanda dei figli di Zebedeo e, infine, l’insegnamento di Gesù sul potere e il servizio. Per qualche verso, nel terzo brano si può vedere un commento all’annuncio della passione: il potere infierisce su chi si fa servo, ma decidere di servire l’uomo con amore senza condizioni è il solo modo possibile per dare visibilità alla «Gloria di Dio» nella storia.

Prima parte. L’Evangelista definisce la scena con poche efficacissime pennellate: Gesù e i Dodici sono diretti a Gerusalemme; Gesù cammina davanti a tutti, solo; gli altri lo seguono ancora stupiti per l’insegnamento sulla ricchezza e intimiditi sentendolo profetizzare per la terza volta la fine che lo attende. L’annuncio della passione è accolto dal silenzio imbarazzato dei Dodici. La loro mente è imbevuta delle attese messianiche popolari e nel loro cuore continuano ad opporre resistenza alla prospettiva di Gesù vagheggiando un regno mondano governato finalmente dalla giustizia.

I figli di Zebedeo erano due di quelli che avevano contemplato estasiati la gloria del Signore nella trasfigurazione, sul monte (Cf Mc 9,2-8). Erano rimasti segnati profondamente da quella esperienza sicché, nonostante la chiarezza delle parole di Gesù, essi continuano a concepire la sua missione secondo le loro attese. A questo punto si svelano i pensieri dei cuori: i due fratelli Giacomo e Giovanni hanno seguito Gesù con entusiasmo, animati dalla speranza di una pronta venuta del regno dei cieli – che essi intendevano come affermazione di Dio e della sua giustizia mediate un cambiamento radicale delle strutture religiose e di governo di Israele – nel quale essi si propongono per un ruolo di rilievo, pronti anche a sopportarne generosamente il peso e i rischi.

Contrariamente agli altri Apostoli, che sono profondamente urtati dalla domanda di Giacomo e Giovanni, nella quale vedono la ricerca di una supremazia ― del resto questi due apostoli, con Pietro, sono abitualmente spettatori privilegiati di momenti particolarmente importanti del ministero di Gesù ― Gesù risponde loro senza mostrarsi scandalizzato, ma richiamando e rendendo ancora più esplicito quanto aveva detto precedentemente a proposito di coloro che hanno lasciato tutto per seguirlo. Se prima aveva parlato di persecuzione, sia pure associata al centuplo, qui essa assume i contorni chiari del martirio: «Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». La risposta dei figli di Zebedeo è pronta generosa: «Lo possiamo»; la posta in gioco è alta, ma per il «regno» tanto desiderato vale la pena rischiare anche la vita.

Gesù allora completa il discorso: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete»; dunque gli apostoli lo seguiranno nella prova suprema, infatti il discepolo, che non può essere da più del suo maestro, sarà come il maestro quando lo imiterà in tutto, compreso il dono della vita. «Ma – continua Gesù – sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Nei fatti, quando sarà il momento decisivo, a «sedere» accanto a Gesù nella «gloria» della croce alla destra e alla sinistra ci saranno due poveri malcapitati, due briganti, i quali sarebbero stati ben lieti di non avere parte alcuna in quel trionfo. Allo stesso modo, a seguire Gesù fino in fondo, portando materialmente la croce dietro a lui sarà un altro sconosciuto, tirato in mezzo suo malgrado e per caso: Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo (cf Mc 15,21).

Giocando un poco con le parole, si potrebbe dire che quelli che vogliono stare vicino a Gesù non si siedono (il sedere è proprio del re, del giudice, del maestro e di quanti hanno l’autorità e il potere), ma stanno sempre in piedi, pronti ad accorrere in ogni momento, come i servi, che anche mangiavano in piedi; perché Gesù è venuto e ha operato il bene servendo, non dominando e comandando ad altri.

Gesù perciò insegna che la gloria che i Figli di Zebedeo cercano è per chi si fa servo e schiavo; il Padre, infatti, ai lati di Gesù pose due la cui vita non valeva più nulla, perché condannati come lui, che era stato venduto al prezzo di uno schiavo. Quella condizione dunque può e deve essere assunta dal discepolo che vuole sedere accanto al Maestro.

Perciò Gesù indica la via del servizio più umile e dimesso: «chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti». Il servo di tutti è lo schiavo, la cui vita non vale nulla e la cui morte, al più, viene risarcita con una multa (cf Es 21,32). Lo schiavo non è che una “cosa” del padrone, se muore non c’è nessuno che si rattristi perché è morto un uomo: al più ci sarà il dispiacere per la perdita di un bene: in fondo. Ma questo è il punto: il discepolo che vuole essere come il suo Maestro ― solo per questo può stargli vicino ― deve assumere lo stesso atteggiamento di abbandono al Padre. In questo avviene un passaggio fondamentale: assumendo lo stesso atteggiamento di Gesù e compiendo con lui e come lui la volontà del Padre, il discepolo viene riconosciuto amico del. Cercando e compiendo la volontà del Padre, il discepolo non umilierà la propria persona, ma potrà accedere ad una saggezza più grande, che appartiene solo a Dio e che si manifesta in un amore senza misura per gli uomini.

Gesù, il Figlio prediletto nel quale il Padre si compiace, ha compiuto la volontà del Padre ed è divenuto «Go’el»: egli ha riscattato l’uomo e lo ha fatto diventare cittadino del regno dei cieli. Allora chi vuole condividere la “gloria” del suo Signore dovrà vivere come Gesù ha vissuto, faticare con lui di giorno e vegliare di notte; così, alla fine, avrà parte con lui nella vittoria, come l’avrà avuta nelle fatiche (cf Esercizi Spirituali, 93).

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Nell’ultima parte del testo sembra di cogliere la risposta ai dubbi della comunità: la Buona Notizia, come si può affermare senza il potere? Come potrà avanzare il Regno di Dio senza una struttura che ne esprima e stabilisca l’autorità? Senza la forza, come contrastare i poteri di questo mondo che minacciano la Parola?

È così naturale il desiderio di essere al primo posto! Chi non ha mai sognato di vincere una corsa o una partita? Chi, mettendosi in gioco, non immagina la vittoria? Chi non apprezza in cuor suo l’onore che gli viene riservato, non fosse altro che in ragione del ruolo che ricopre?

In questo testo Gesù rovescia un modo di pensare comune e consolidato.

Anche i buoni e gli onesti pensano spesso che se avessero il potere potrebbero ottenere frutti maggiori e più rapidamente.

Ricevere onore, attestazioni di stima, vedere coronati da successo i propri sforzi per il bene dà soddisfazione, costituisce una conferma e rende più sicuri di sé e anche più generosi nell’impegno.

Gesù però dice che chi riceve le lodi degli uomini ha già ricevuto la sua ricompensa. Quanto al potere, quello con il quale Dio agisce è diverso da quello immaginato e apprezzato dagli uomini. Il potere di Dio è fatto di amore fedele e di umile pazienza. Il potere di Dio non si oppone a nessuno e non si traduce mai né in costrizione, né in violenza; e neppure si intestardisce a convincere. È piuttosto perseverante fiducia nella creatura fatta a immagine del Figlio di Dio.

Nel mondo si dà onore a coloro che esercitano il potere, in qualunque forma, non a quelli che non contano niente. Istintivamente i piccoli cedono il passo ai grandi; i poveri spesso accorrono ad applaudire i ricchi con ammirata invidia; la gente comune guarda con rispetto chi ha raggiunto il successo, senza badare se lo è meritato per la sua virtù; i servi fanno ala al passaggio dei padroni, e se prendono parte a una festa è da camerieri; ai servi anzi non si fa neppure caso: ci si accorge di essi soltanto quando non ci sono più, tanto i servizi che essi sono dati per scontati. Eppure Gesù indica nella condizione dell’umile e del servo il massimo della “carriera”, per un discepolo. Infatti l’unico “titolo” che egli conferirà è “servo buono e fedele”; in quel modo, infatti, egli chiamerà a sé coloro che lo ebbero veramente per Maestro avendo cercato di mettere in pratica i suoi insegnamenti.

Ognuno perciò dovrebbe ambire l’ultimo posto, quello di colui la cui vita non vale niente. Perché il massimo, per Gesù, è essere l’ultimo e il servo di tutti.

Vi sono coloro che vivono in umile servizio e, pur non apparendo, tuttavia godono almeno del rispetto, talvolta anche dell’affetto di qualcuno. Ma se si pensa alla condizione dei servi e degli schiavi impegnati nei servizi più bassi, forse si può meglio intuire cosa abbia voluto indicare Gesù parlando del servizio. Non si deve dimenticare infatti che egli sta andando verso Gerusalemme, dove appunto rivestirà i panni del servo nella passione e nella morte di croce. Là si tratta di una condizione caricata non appena di fatica e disprezzo, ma anche e soprattutto di infamia. Allora si potrebbero riconoscere alcune risonanze con la situazione vissuta da tanti, sia pure in modi e a livelli diversi.

L’ultimo posto è la condizione di colui del quale nessuno si accorge. È quello di colui al quale neppure si pensa di dovere, nonché gratitudine, neppure rispetto e dal quale piuttosto si pretendono i servizi più bassi e onerosi e talvolta perfino l’appagamento di capricci. Il servo che sta in fondo alla graduatoria della società è giudicato un perdente cronico e la sua condizione umiliata è ritenuta, non di rado, la giusta ricompensa di una colpevole inettitudine; sicché nei suoi confronti appare legittima e perfino giusta la prepotenza e l’insolenza, come se la condizione umiliata fosse per il servo la giusta pena di una colpa e l’occasione provvidenziale del suo riscatto. Il servo, infine, è il debole sul quale ognuno si sente autorizzato a sfogare la propria cattiveria.

Sono sentimenti che sorprendono anche ai “buoni” più spesso di quanto non sembri.

Chi infatti si dà pensiero dei sentimenti di colui che, pur vivendo in mezzo alla gente, è, di fatto, ai margini? Quando si ammala, soffre e muore uno così – gli esempi si sprecano: un delinquente, un “cattivo”, un barbone, un malato mentale, uno “straniero” – nessuno se ne accorge e a nessuno dispiace se non a Dio, che per lui ha preparato un posto.

Similmente a quello che si legge nel Vangelo, anche nella Chiesa, sia pure col vero desiderio di servire, capita di vedere persone che ambiscono a ruoli di prestigio e quando li raggiungono li vivono con generoso impegno e anche protestando un’umiltà la quale, pur essendo forse sincera nelle loro intenzioni, ben presto scompare dinanzi alle contraddizioni o a una sbavatura del protocollo. Costoro confondono il potere con la vera e sola forza che può cambiare il destino del mondo, cioè la santità; si impadroniscono dei disegni di Dio e, in buona fede, edificano magnifici monumenti alle loro proprie illusioni nelle quali tuttavia non vi è alito di vita e muoiono con loro.

È anche vero che il Signore capo, sposo e pastore della sua Chiesa ha affidato ad alcuni la sua presenza sacramentale, dalla quale viene effuso lo Spirito per mezzo dei segni sacramentali. Ma la presenza portatrice di grazia del Signore crocifisso e risorto non è meno vera ed efficace nell’umile che si fa servo della gioia degli altri. il servizio più grande, quello che ha in sé la forza di trasformare, consiste nel far sentire ognuno grande perché amato da Dio. Questo dovrebbe muovere il cuore di colui che ha scelto di vestire la livrea di Cristo servo e di nascondere la sua vita in Dio.

Il mezzo più efficace per raggiungere questo scopo, secondo la tradizione di santità della Chiesa, è la scelta della povertà volontaria, materiale e spirituale.