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Is 55,6-9; Sal 144,2-3.8-9.17-18; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Il racconto parabolico si concentra su due scene: la prima è costituito dalla chiamata del Padrone rivolta a più riprese agli operai in attesa sulla piazza; la seconda fissa l’attenzione sul momento della paga, nel quale egli tratta allo stesso modo chi è andato nei campi alla prima ora e chi all’ultima.

L’individuazione della domanda alla quale la parabola intende rispondere aiuta a cogliere il senso del racconto. Essa è costituita dalla critica mossa a Gesù dai Farisei: «…  perché egli mangia insieme con i pubblicani e i peccatori?» (Mt 9,12). I farisei infatti rimproveravano a Gesù la sua familiarità con gli «ultimi», cioè appunto pubblicani e peccatori; restavano scandalizzati da questa benevolenza, mentre avrebbe dovuto condannarli duramente. La risposta del Padrone ai servi della prima ora – «sei invidioso perché io sono buono?» – mette a nudo i veri sentimenti di coloro che si appellano alla giustizia e spiega il comportamento di Gesù verso i peccatori. In seguito, ai peccatori dell’ultima ora vengono assimilati i pagani che avevano accolto l’annuncio del Vangelo e talvolta faticavano ad essere assimilati nella Comunità.

La parabola apre una finestra sulla situazione sociale al tempo di Gesù. Infatti gli operai che attendono l’opportunità di un lavoro dal quale dipende il sostentamento per sé e per la famiglia sono dei braccianti che prestano la loro opera a giornata; sono dei poveri, che non possiedono neppure un pezzetto di quella terra della libertà e dell’abbondanza che Dio ha promesso ad Abramo, e per vivere non hanno altra possibilità che essere chiamati per lavorare sul campo di altri. Anche se vivono sulla terra di Dio, sono come dei forestieri senza diritti. Per il pio israelita che lavora sul campo altrui, sia pure in cambio di un salario, manca di un’autonomia piena, possibile solamente vivendo da padroni sul proprio campo. Chi non possiede una terra che gli dia da vivere è esposto alla schiavitù: è ciò che avvenne durante la grande carestia che costrinse le tribù a migrare in Egitto.

Qui compaiono operai che aspettano tutto il giorno, segno della miseria effettiva in cui giaceva il popolo: mancanza di lavoro e di altre risorse cui attingere. La scena proposta dal Vangelo era un risultato della politica economica imposta da Erode e continuata dai suoi successori; essa aveva reso alcuni molto ricchi e altri molto poveri; questi ultimi spesso erano stati dei piccoli proprietari che a causa dei debiti avevano dovuto vendere i loro beni, sicché era tristemente comune al tempo di Gesù vedere operai sulle piazze e alle porte dei villaggi in attesa dei caporali che venissero a prenderli a giornata.

Da questo punto di vista, gli operai della parabola sono dei poveri a causa dell’ingiustizia; ma la parabola ha in mente un orizzonte più ampio sul quale si possono riconoscere tutti quelli che lungo il tempo sono stati eletti da Dio: prima di tutti il popolo di Israele, poi gli esclusi, come i pubblicani e i peccatori, poi i pagani ai quali, dopo che a Israele, Gesù e la Chiesa hanno rivolto l’annuncio della Buona Notizia. A loro in tempi diversi si rivolge il Padrone, immagine di Dio.

Nella lunga storia di Israele era saldo il principio che la terra è di Dio; l’istituto del giubileo (Lv 25), benché forse non sia mai stato attuato, serviva a rammentarlo. Perciò venire chiamati a lavorare nel campo del Signore è una vera salvezza dalla fame e dalla morte; accogliere la chiamata significava diventare parte della famiglia di Dio e godere della benedizione data ad Abramo e alla sua discendenza. La terra di Dio è un luogo di libertà; lavorare per il Signore è diventare parte di un popolo di liberi, ragione per mangiare alla sua mensa come i figli e i famigli. Quelli che il sangue o la sorte hanno reso fratelli non si guardano nel piatto, ma sono contenti della gioia degli altri. Chi vuole o si aspetta di più in nome della giustizia, rifiuta la prospettiva di Dio, non guarda gli altri come rivali, alimenta la divisione e la terra di Dio, da luogo di comunione, diviene luogo di conflitto.

La questione è molto importante: ne va della salvezza, cioè della partecipazione alla vita che Dio comunica a coloro che accolgono la parola di Gesù e la vivono.

Nella Comunità di Matteo, formata da persone che provenivano dal Giudaismo e in parte ne continuavano gli usi e le tradizioni – non a caso nella parabola si parla della vigna, che è immagine classica di Israele –, ma che si stava aprendo timidamente e non senza reticenze – come testimonia la parabola – agli ultimi arrivati: i “peccatori” (cioè gli “irregolari”, secondo la legge, i non osservanti) e anche ai pagani; la Comunità, dunque, si poneva la questione: è giusto che chi è stato chiamato per ultimo goda della stessa ricompensa di chi ha faticato fin dalla prima ora? La domanda denuncia una mentalità propria di chi è abituato a giudicare a partire dalla legge. Ma qui Gesù chiede una “conversione”: bisogna cambiare modo di pensare e di sentire.

La ricompensa per il lavoro – il denaro – è la salvezza, cioè la partecipazione alla vita di Dio. L’antico Israele legava questo dono all’osservanza della Legge: chi la metteva in pratica era gradito agli occhi di Dio! Come dunque assimilare i pagani (paragonati ad animali immondi) e i “peccatori” dispregiatori della legge del Signore ai pii dando a tutti la stessa ricompensa?

Gesù aveva stigmatizzato un’osservanza ridotta a esteriorità, come avevano fatto i Profeti prima di lui, richiamando a un culto vero, cioè con un’intima partecipazione del cuore. Non erano mai mancati però dei devoti che avevano dato a Dio un culto sincero con tutta la loro vita.

La conversione richiesta da Gesù va oltre l’osservanza di norme e precetti e si orienta alla radicalità dell’amore esteso anche ai nemici: Gesù propone di vivere la virtù che rende simili a Dio, che è la misericordia. Pertanto tutti coloro che egli ha chiamato e chiama a lavorare nella sua vigna, che è terra di libertà, di pace e di abbondanza – sia che provengano dall’osservanza antica, sia che giungano dal paganesimo e anche dal peccato – sono chiamati a convertirsi, cioè ad accogliere l’invito a coltivare il campo del Padrone nella radicalità dell’amore a Dio e al prossimo; il sentimento che esprime questa novità di vita non è il senso forte della giustizia, basato sulla legge, ma la misericordia che nasce dalla compassione.

Il Padrone della parabola è un misericordioso e dà a tutti – a chi ha lavorato tutto il giorno, cioè a chi è fedele da sempre, come a quelli che hanno lavorato un’ora soltanto, cioè a chi si è convertito all’ultimo momento – la stessa ricompensa, cioè la vita (un denaro era la paga giornaliera di un operaio e gli consentiva di procurare di che vivere, la vita appunto, a lui e alla famiglia per un giorno).

La ragione di questa generosità è una soltanto: il Padrone è buono e dà oltre misura, senza badare al merito, perché egli è misericordioso e dona agli ultimi non secondo giustizia, ma secondo la larghezza del suo cuore. Mentre la giustizia escluderebbe dalla festa e dalla vita, la misericordia del Padrone libera dalla miseria, dalla fame … dalla morte e salva donando la vita piena. La misericordia che supera la giustizia è liberazione e vita. Dio, infatti, è attento ad ogni creatura: egli ha creato per la vita e non per la morte.

Tutti sono chiamati alla vita lavorando all’impresa del regno. Tutti aspirano alla libertà, alla pace e all’abbondanza che si possono trovare solamente nella terra su cui Dio regna: Gesù è venuto a chiamate proprio tutti, anche quelli che, non appartenendo al popolo di Israele, erano esclusi dalla promessa di Dio ad Abramo e alla sua discendenza, anche quelli che erano perduti a causa del loro peccato… La misericordia viene continuamente incontro all’uomo dalla prima ora del giorno al calare del sole

La comunità di Matteo, che fatica a integrare i piccoli e chi viene da culture diverse e ha diversa sensibilità su tante cose, deve imparare che la salvezza è un dono, che è per tutti e che viene offerta a ore diverse nella giornata della vita.

La stessa difficoltà potrebbe esserci oggi in quelle comunità che tendono a rinchiudersi in un illusorio ideale di perfezione e faticano ad accettare persone dalla fede ancora fragile e dalle scelte non perfettamente allineate. I tempi della crescita e dell’adesione al Vangelo non sono uguali per tutti e occorre pazienza. La chiave della comunione è la misericordia; chi diviene discepolo del Signore deve impararla da Dio e assumerla come via di liberazione: essa supera il limite della legge e delle regole, guarda oltre mettendo al primo posto la vita, perché essa è il tesoro prezioso che Dio vuole donare a ogni creatura, anche al pagano e al peccatore. Capita spesso, infatti, che i primi a sentire intimamente l’appello del Signore e la sua “originalità” siano quelli più lontani, mentre coloro che sono più strutturati, più “educati” nell’osservanza delle norme restano sospettosi verso ciò che viene a turbare il loro equilibrio consolidato; capita che l’abitudine li renda indifferenti: questi sono spesso più coriacei o meno attenti alla sorpresa di Dio. Perciò molto spesso «gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi».