Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Sap 2, 12. 17-20. Sal. 53, 3-4. 5. 6 e 8. Gc 3, 16 – 4, 3. Mc 9, 30-37.

Gesù è ormai avviato verso Gerusalemme. Da Cesarea di Filippo e dalla Decapoli, terra di pagani, scende verso la Città santa attraversando la regione dove è più conosciuto per avervi svolto la maggior parte del ministero e soprattutto per i miracoli che accompagnavano la parola. Ma è un andare quasi da clandestino, evitando le città e la gente.

A partire da Cesarea di Filippo, Gesù concentra la sua azione sulla formazione del gruppo dei discepoli: da essi infatti dipenderà il proseguimento della missione. Ma l’istruzione di Gesù non è solamente per quei primi che erano con lui all’inizio, ma anche per tutti coloro che credono per la loro parola. Egli istruisce coloro che hanno aderito a lui su ciò che sta per accadergli, li prepara allo scandalo della croce.

Gesù chiede una conversione radicale. Che tocca l’immagine di Dio e le attese verso di lui e tocca direttamente il ruolo del Messia, dal quale anche i discepoli, sulla base delle immagini ricorrenti, si aspettavano una salvezza operata con potenza, un giudizio contro i nemici di Israele e contro ogni iniquità.

L’annuncio di Gesù è sconvolgente perché attesta che Dio non protegge il giusto che confida in lui.

L’esperienza di Israele molte volte aveva visto perire sotto la mano assassina degli empi persone giuste e pie, che non avevano voluto abbandonare le tradizioni dei padri; i salmi lamentano spesso la sventura del giusto, irriso dai malvagi che si fanno beffe di Dio.

Qui Gesù si spinge a dire apertamente che Dio lo lascerà nelle mani dei malfattori. Nel testo Gesù non lascia spazio a equivoci: dice crudamente che verrà ucciso, aggiungendo che «dopo tre giorni, risusciterà».

Quanto alla nozione di risurrezione, i discepoli potevano intenderla secondo la fede di Israele, che contemplava una risurrezione alla fine dei tempi (cf Gv 11). Ma rimane pur sempre un annuncio sconvolgente; nel suo impatto immediato viene percepito come l’affermazione che neppure il Messia può fare conto sulla protezione di Dio.

È il rovesciamento di ogni prospettiva. L’uomo che tende sempre al massimo individuandolo nelle posizioni di maggiore prestigio e potere, sentite come le più protette e quelle dalle quali si può operare con maggiore efficacia per sé e per gli altri, si sente dire che deve cercare piuttosto ciò che non conta nulla, non ha potere ed è del tutto indifeso.

 

Il cuore della questione sta nel fatto che Gesù è venuto a rivelare Dio. Dio è amore, come afferma la prima Lettera di Giovanni (cf 1Gv 4,8), e l’amore è vulnerabile, è umile, si mantiene fedele anche dinanzi al rifiuto e al tradimento. S. Paolo parlerà della debolezza di Dio più forte della forza degli uomini e della sua stoltezza più sapiente di ogni sapienza (cf 1Cor 1,25).

Era necessario che in Gesù fosse manifestato l’amore fedele di Dio per gli uomini affinché ognuno potesse riconoscere che la salvezza si può trovare solamente nell’amore.

L’amore e non la potenza, sia pure al servizio del bene, e non è neppure la giustizia inesorabile e cieca. Volendo declinare l’amore con categorie che rimandano all’esperienza degli uomini, riprendendo le espressioni di S. Paolo, si può dire che l’amore è paziente e benigno, è magnanimo, umile, corretto; l’amore ha il cuore largo, è mite, non accusa nessuno, si rattrista del male e gioisce della verità e del bene; l’amore è paziente nella sofferenza è forte nel sopportare ogni cosa, tenace nella speranza (cf 1Cor 13,4-7).

«Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti»

La via del servizio percorsa da Gesù per primo, è proposta al discepolo, invitato a diventare, come lui, servo umile e paziente. Gesù dunque indica il servizio, non il dominio, come la condizione privilegiata davanti a Dio. Dunque la conversione richiesta ai discepoli e a ogni credente è a tutto campo. Non rimane in piedi niente dell’audace costruzione di coloro che avevano seguito Gesù pensando di costruire un mondo nuovo mediante la conquista del potere.

Devono cambiare il modo di pensare Dio e la propria presenza e ruolo nel mondo. Bisogna decidere di rinunciare a tutto ciò che il mondo apprezza e rispetta per occupare volontariamente il ruolo più basso e meno apprezzato. È, insomma, il rovesciamento di una mentalità così spontanea e vissuta.

La conversione, qui, non tocca le “piccole” virtù, tanto care agli uomini pii, perché fanno sentire “giusti” davanti a Dio e davanti agli uomini. Tocca piuttosto la direzione nella quale dirigere la propria vita; concretamente si tratta di scegliere di mettersi nelle mani degli altri e di lasciarsi anche disprezzare, di lasciar consumare la propria vita, di mettere a disposizione le proprie idee e capacità senza pretenderne l’esclusiva e senza aspettarsi riconoscimenti. Si tratta di accettare di essere messi da parte e dimenticati, senza recriminare nulla, contenti piuttosto di essere stati compagni del Signore. Talvolta si tratta pure di lasciarsi buttare via.

Alla fine, tutto questo si traduce nella scelta della “minorità”, rappresentata qui dal bambino, ma che per il discepolo significa occupare volontariamente il posto di chi non ha diritti né tutele, ma sceglie Dio per Padre e gli si affida in tutto. Questa è la condizione per venire resuscitati da Dio.