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Ex 18,25-28; Sal 24,4bc-5.6-7.8-9; Fil 2,1—11; Mt 21,28-32

Continua la polemica con i sacerdoti e i capi che avevano biasimato Gesù per ciò che aveva fatto nel tempio. Gesù rimprovera a coloro che gli chiedevano conto dell’autorità con cui aveva cacciato i venditori e guarito i malati di non avere riconosciuto in Giovanni l’uomo mandato da Dio a preparare il giorno del Messia mediante la conversione. Proprio i capi, che avrebbero dovuto essere più attenti e capaci di discernimento, non hanno saputo riconoscere in Giovanni il profeta e in lui, Gesù, l’inviato del Signore. I peccatori però lo hanno riconosciuto e sono andati a lui attratti dalla sua misericordia, convertendosi dalla loro cattiva condotta.

L’antico e il nuovo Israele a confronto. Attraverso il Profeta Isaia, il Signore aveva detto: «Il mio popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13; Mt 15,8). Il vero culto di Dio si manifesta nell’ascolto obbediente alla sua parola; concretamente nell’andare «a lavorare nella vigna», immagine dell’Israele antico così come di quello nuovo, dunque a operare per l’edificazione del regno di Dio. Chi è sicuro di sé, chi si sente a posto, dinanzi a Gesù ostenta sufficienza e distacco; non si lascia coinvolgere da questa «novità», che per giunta scardina le barriere alzate dalla Legge tra bene e male, tra giusti e ingiusti, tra santi e peccatori… Gesù, infatti, «accoglie i peccatori e mangia con loro», anziché fustigarli per la loro iniquità. Ed essi ascoltano la sua parola e l’accolgono; scoprono che il Dio di cui parla Gesù ama anche loro e non aspetta che cambino per andare loro incontro.

L’immagine dei due figli propone due atteggiamenti opposti: il primo è costituito da chi è chiuso in se stesso e risponde compiacente solo per non avere pensieri: è il comportamento tipico di chi ha un rapporto con Dio dominato dal senso del dovere piuttosto che dall’affetto: è evidente l’allusione a una certa parte di farisei e scribi; l’altro è immagine di chi fatica ad obbedire, ma ha cuore, si tratta di quanti accolgono Gesù con semplicità e apertura: la gente comune, spesso non perfettamente osservante, e anche i “peccatori”, intendendo questo termine nel suo valore “tecnico”, cioè coloro che, a prescindere dalla loro condizione interiore, non osservano la legge. Il primo dei figli offre al Padre un’obbedienza formale, fatta di parole, ma il cuore è attento ad altro (che nel caso degli osservanti poteva essere la stessa salvezza, da doversi procurare mediante opere buone); il secondo appare istintivo, si impunta, ma poi obbedisce, seguendo gli affetti.

Gesù affronta i suoi tradizionali oppositori con questa parabola, che sovverte il loro modo di pensare; anzi, si può dire che egli cambia addirittura il concetto di «peccato»: non è più la trasgressione della Legge in sé, neppure quando la trasgressione si cronicizza in una condizione di vita, come era per i pubblicani e le prostitute, ma la durezza di cuore.

Gesù introduce un diverso criterio di giudizio: la lontananza o la prossimità a Dio è stabilita dall’accoglienza del suo appello alla conversione, che, prima di esprimersi nell’abbandono di una condotta cattiva, crede all’annuncio di Gesù, cioè che Dio ama anche i peccatori, perché lui è buono; perciò l’osservanza più precisa della Legge, se non cambia il cuore e non fa diventare buoni, non basta e può addirittura essere ingannevole e alimentare illusioni. Il culto che non rende misericordiosi è falso. Di mezzo c’è, ancora una volta, l’immagine di Dio, che la dottrina ufficiale nascondeva dietro della Legge. Gli interpreti rigorosi avevano finito per concepirla come difesa gelosa del diritto di Dio, dimenticando che Dio l’aveva data al suo popolo come pegno di libertà, affinché non tornasse mai più alla condizione di schiavitù – cioè assoggettamento al potere dispotico del Faraone – come era stato in Egitto. Intesa in quel modo, la Legge si riduceva a una minaccia e Dio diventava un Padre-padrone.

Nell’insegnamento di Gesù vi è il recupero dell’umanità con tutte le sue contraddizioni. L’uomo è fatto così: spesso la ribellione alla Legge sembra quasi generata dall’intemperanza della natura, più che essere una ribellione a Dio. Ebbene, Gesù qui insegna che il vero peccatore non è tanto l’intemperante, quanto piuttosto colui che ha il cuore indurito e ha interrotto il dialogo con Dio, anche se mantiene rapporti formalmente corretti. È più lontano da Dio colui che ha il cuore indifferente o teso alla ricerca del proprio interesse (fosse pure la salvezza!) che non il ribelle. È il sentirsi amati che cambia il cuore… e la vita accendendo l’amore. E Gesù ama tutti per primo. Chi accetta di lasciarsi amare, pian piano cambia. Il paradiso è pieno di peccatori che si sono lasciati amare da Dio e sono cambianti, diventando giusti. Secondo Luca, il primo a entrare con Gesù nel suo regno è il malfattore crocifisso con lui (cf Lc 23,43). Ma chi non accetta questo amore ― un amore che elimina le distinzioni perché ama tutti allo stesso modo: Dio ama ogni creatura con tutto se stesso ― chi cerca l’amore «giusto», cioè quello riservato ai «buoni» e negato ai «cattivi»; chi vuole l’amore come ricompensa dovuta alla sua virtù, da Gesù resterà deluso e non accetterà di sedersi a tavola con lui… per non correre il rischio di ritrovarsi accanto «pubblicani e prostitute». La casa di Dio non è un circolo esclusivo: vi può entrare chiunque crede che Dio è amore e ama proprio lui di un amore singolare e unico, perché Dio nella creatura, pur vedendo distintamente tutti i difetti, cerca e contempla la somiglianza con il Figlio. Come una madre nel figlio, ben prima di ciò che l’addolora, vede ciò che ha portato nel grembo e ha fatto fremere il suo cuore, così Dio, il Buono.

Pubblicani e prostitute, che ne hanno fatto l’esperienza, lo possono testimoniare con le parole che si leggono nella prima lettera di Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,16-19).

Convertirsi, dunque, non è prima di tutto l’impegno ad abbandonare il peccato per darsi a una vita virtuosa: questa è la conseguenza logica e immediata dell’accorgersi di essere amati da un Dio così buono e così grande. Convertirsi è aderire all’annuncio (Buona Notizia) che Dio ama l’uomo anche mentre egli è tutto avvolto dal suo peccato: è solo accorgendosi di questo che il cuore trova la forza per andare incontro a Colui da cui si sente amato senza riserve, abbandonando «tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia» (cf Ebr 12,1). S. Paolo scrive infatti: «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,6-8).

Allora questo testo pone a confronto due mentalità, che si esprimono in un’obbedienza tanto ostentata quanto formale e un’obbedienza approssimativa, ma sincera. Soprattutto è un confronto – odiosissimo per quelli che si ritengono “giusti” – tra essi e i detestati peccatori, primi fra tutti i pubblicani e le prostitute. Questi accolgono l’invito di Gesù ad entrare nella logica del regno, contrariamente a quelli, che ritengono di non dover cambiare nulla. I farisei ritenevano di doversi acquistare la salvezza mediante le buone opere della legge; i peccatori invece accoglievano la salvezza – per essi irraggiungibile a causa della loro incapacità – come un dono del tutto immeritato da parte di Dio. La salvezza, per i farisei, consisteva nella fortuna, come prova della benedizione di Dio, e in una misteriosa vita oltre la morte in un luogo a mezzo fra il mondo dei viventi e gli inferi. La salvezza offerta da Gesù è invece una relazione fra viventi, anzi fra il Vivente e le sue creature, una relazione dei figli con Padre. I Farisei giustamente professavano che la Legge data da Dio è “grazia”, cioè il dono della sua stessa sapienza e per mezzo dell’osservanza l’uomo può godere della comunione con Dio. Per mezzo della Legge, infatti, il mondo degli uomini viene perfettamente regolato ed è garantita l’armonia. Ma l’esperienza ha dimostrato che non basta che la legge sia buona perché sia possibile osservarla. L’uomo è debole e di vita breve e deve fare i conti con la propria fragilità, nonostante la sincerità dei propositi. Il regno predicato e realizzato da Gesù è piuttosto la relazione cordiale con Dio e con le persone: è una vita vissuta sul filo dell’amore reciproco nel desiderio di dare la propria vita per amore del prossimo. La perfezione formale spesso uccide le risonanze del cuore. La vita è anche gorgoglio ineguale di sentimenti, è anche contraddizione e tumulto… non è mai assoluta immobilità. Nella vita spirituale capita spesso che le persone si irrigidiscano contenendo i propri sentimenti fino a soffocarli. È come uccidere la propria umanità. Quando l’ascetica va alla ricerca della perfezione per piacere a se stessa, ingessa la persona, che ne viene schiacciata.

 

La difficoltà di conformarsi a ciò che la Legge di Dio indica come un bene importante è un’esperienza che ognuno conosce. Si danno anche delle situazioni nelle quali una decisione presa nel passato ha delle conseguenze che continuano nel presente e risultano impossibili da mutare. Molte volte, infatti, le persone si trovano attualmente in condizioni che non dipendono più dalla loro volontà, ancorché generate da un loro atto libero e volontario. Nella dinamica della natura umana, la persona è sempre se stessa, ma cresce nella maturità e cambia di opinioni e orientamento. Per usare una terminologia che ricorre nel Vangelo, le persone che si trovano in queste condizioni sarebbero dei “peccatori” imprigionati dalla logica della Legge normativa, benché il loro cuore ne abbia superato le barriere dal momento che vivono nella tensione della carità.

Ma Gesù, come insegna il testo di Matteo, va oltre la difformità evidente tra la lettera della Legge e la condizione della persona e guarda il cuore; la Legge non viene annullata, né nel suo valore normativo, né nella sua espressione formale. Gesù però aiuta a comprendere che l’obiettivo della Legge non è difendere il «diritto di Dio», quanto condurre la persona a una libertà sempre più piena, cioè a una carità sempre più generosa e oblativa; perché il «diritto di Dio», se si vuole usare questa espressione, ha lui per protagonista: è lui che ha «diritto» di fare, cioè di continuare a creare, a dare la vita, la sua stessa vita, ad ognuna delle sue creature.

Perciò, salvo restando il bene sommo additato dalla Legge, ognuno deve poter contare su una pedagogia esigente quanto paziente, che sappia pretendere tutto e solo quanto la maturità umana e spirituale attualmente può dare, mentre resta aperta a un “di più” che già si intravvede. Perciò questi «peccatori», per la tensione al bene in cui vivono già corrispondono alla chiamata di Dio e in questo senso sono già in comunione con lui.