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Is 25,6-10a; Sal 22,1-3a.3b-4.5.6.; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Al termine dell’anno liturgico, la Chiesa propone alla meditazione dei testi del Vangelo di particolare severità; essi hanno lo scopo di stimolare la comunità e ogni cristiano ad esaminarsi attentamente perché viene il momento dell’incontro con Dio e la verità del cuore non potrà essere dissimulata. In particolare questa parabola appare come un’allegoria della storia della salvezza con l’elezione di Israele, che ha rifiutato di riconoscere Gesù come il Messia, e la successiva chiamata dei pagani, che invece hanno risposto positivamente. Forse la frase finale «molti sono chiamati, ma pochi eletti» potrebbe anche essere intesa in questo senso: tra i molti che sono stati chiamati e hanno accolto l’invito, gli eletti – cioè coloro che venivano dal giudaismo, il popolo eletto – sono pochi; infatti ricorre più volte nei Profeti il riferimento ad un piccolo resto fedele a Dio e all’Alleanza a fronte di una maggioranza che si è persa. Ma la questione riguarda tutti, perché anche tra i chiamati dalle genti vi può essere chi verrà cacciato fuori.

La parabola si divide in due parti: nella prima si parla di un invito a nozze che finisce in tragedia; nella seconda parte l’attenzione si concentra su quanti hanno aderito all’invito è in particolare su un tale che ha osato entrare alla festa senza l’abito nuziale; anche per lui l’epilogo sarà terribile. La prima parte si concentra su Israele e sul suo rifiuto del regno; la seconda pone l’attenzione sulla Comunità raccolta dall’annuncio del Vangelo e sulla sorte che tocca a chi non si riveste di Cristo.

Le nozze dell’Agnello

L’immagine della festa di nozze dice che il destino delle creature è una festa; il Signore ha creato gli uomini perché vivano in comunione con lui nella sua casa e prendano parte alla gioia ineffabile che abita il cuore della Trinità; quella delle nozze del Figlio è un’immagine multiforme in cui splende in particolare la gioia ineffabile della perfetta comunione: quella che esiste tra le tre divine Persone, ma anche la comunione amorosa di Dio con la creatura. L’incarnazione con la quale il Figlio ha assunto una natura umana nascendo da Maria vergine è il compimento del destino al quale ogni persona è chiamata: facendosi uomo il Figlio unisce per sempre a sé la condizione umana, perciò colui che accoglie la Parola di Dio e la mette in pratica viene assimilato a Cristo e per opera dello Spirito santo diventa una cosa sola con lui. Non a caso i mistici celebrano questa singolare, profondissima comunione come uno sposalizio. La comunione con Dio è paragonabile a quella nuziale ed è il destino eterno della creatura; essa si compirà nell’eternità, ma comincia nella storia.

L’invito alle nozze.

Ma all’insistenza con la quale il re chiama alle nozze del Figlio, gli invitati della prima ora – gli eletti – rispondono con il disprezzo verso i messaggeri, con la persecuzione e perfino con la morte. È uno squarcio sulla storia del Popolo eletto; un’accusa aperta all’antico Israele; è la denuncia della sua indifferenza, del suo rifiuto e, infine, della violenza omicida usata contro i Profeti. Il motivo di questa chiusura va cercato negli interessi materiali, negli affari e, alla fine, in un cuore indurito, che guarda con avidità alla terra, dimenticando Dio che gliel’ha donata. Il Popolo separato dagli altri popoli; il Popolo santo perché eletto da Dio ha indurito il suo cuore restando insensibile al suo invito amoroso. Il rifiuto provoca l’ira del Signore, che qui viene rappresentato come uno dei grandi sovrani dei regni d’Oriente: manda le sue schiere a piegare la resistenza di vassalli ribelli; le città vengono distrutte e gli abitanti fatti prigionieri. Davanti allo sguardo costernato dei primi ascoltatori di Matteo stavano ancora le rovine fumanti di Gerusalemme.

Il re non rinuncia alla festa

Mentre la città arde e il castigo colpisce senza pietà chi aveva rifiutato l’invito, nel palazzo del Re si fa festa. Il posto degli invitati ufficiali viene occupato da una turba raccolta lungo le strade e ai crocicchi; dunque gente che sta fuori delle mura della città del Signore. I “santi” per condizione (sono i “separati” per il Signore: Israele, eredità di Dio tra tutti i popoli) «non ne erano degni», perciò il loro posto viene preso dai “profani” (sono i non eletti, i pagani).

Chiamate tutti…

Infatti, rivolto ai servi il Re dice: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Lungo le strade c’è gente d’ogni specie e i «servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi».

Questi invitati non avevano alcun titolo per partecipare alle nozze, ma ora sono il nuovo popolo “eletto”. Costoro mai avrebbero immaginato che sarebbero stati raggiunti dall’invito del Re: ci sono dei «buoni», che tuttavia non possono vantare il diritto che proviene dal sangue (come Israele) e ci sono i «cattivi», che non possono avanzare il diritto che proviene dalla buona coscienza; tutti insieme sono tutti quelli che non hanno il sangue di Abramo. La comunità di Gesù è formata proprio da «tutti»: non è una selezione dei migliori. Gli invitati siedono alla mensa nella quale risuona l’invito a prendere e a mangiare il Corpo offerto per quelli che sono lì presenti e per la moltitudine chiamata lungo tutto l’andare del tempo. Tra essi nessuno può dirsi degno: la salvezza che li avvolge è solo grazia.

Dio raduna un nuovo popolo

La chiamata del Re, dunque, è un’elezione inattesa. E così come il Signore, chiamando Israele aveva detto: «Siate santi, perché io, il Signore, sono Santo» (Lv 11,44) e aveva dato la Legge, perché con l’osservanza di essa fosse assicurata la santità – cioè la conformità alla volontà di Dio che rendeva degni di stare davanti a lui nel Tempio –, allo stesso modo la chiamata dai margini delle strade (ossia da ogni tipo di marginalità, a partire da quella dell’osservanza), dove vivono gli estranei che non hanno la loro casa nella città di Dio, è accompagnata dal dono di una veste senza la quale non si può comparire al cospetto del Re. Non è più l’osservanza della Legge che rende degni e santi, ma l’indossare una veste che nessuno può procurarsi con in propri mezzi, ma viene data dal Re.

Per comprendere questa immagine bisogna pensare all’uso delle corti orientali: a coloro che dovevano presentarsi al re veniva dato da indossare una sorta di abito da cerimonia, una specie di kaftan o mantello con larghe maniche; nessuno poteva ardire di presentarsi al sovrano senza di esso. I pagani chiamati alla festa di nozze al posto di Israele, che aveva rifiutato l’invito, devono essere santificati mediante Cristo; il Battesimo rende creature nuove e riveste di Cristo. Israele aveva rifiutato l’incarnazione e non aveva riconosciuto il Santo nell’umanità di Gesù; ora la carne del Signore è la Legge nuova, che si assimila non più con la mente, ma con il cuore, non con lo studio ma nella comunione e nell’assunzione dei suoi stessi sentimenti: i pagani che hanno udito l’annuncio del Vangelo sono invitati non all’osservanza della Legge, ma a rivestirsi di Cristo.

Amico, come hai potuto entrare senz’abito nuziale?

Secondo l’uso delle corti orientali, il Re mangiava in un luogo a parte, poi passava a salutare gli invitati. L’ultimo colpo di scena è l’incontro tra il Re e l’invitato dell’ultima ora che non veste l’abito nuziale. Quell’uomo sarà dunque cacciato nelle tenebre, dove c’è solo dolore, paura e rabbia. Qui ricorre una parola – «Amico» – che Matteo pone sulle labbra di Gesù nell’orto degli ulivi quando gli si avvicina Giuda per baciarlo. Giuda sta per compiere il segno dell’amicizia, ma il suo cuore è abitato dall’avidità che l’ha portato al tradimento; ricorda direttamente coloro che avevano rifiutato l’invito a causa dei loro affari. Questo richiamo aiuta a comprendere meglio la severità del Re. Egli aveva voluto che nella sua casa entrassero tutti, senza distinzioni; non è escluso nessuno a motivo della propria condizione; non è il proprio stato di “cattiveria”, cioè di indegnità, a suscitare la sua ira, ma il rifiuto di rivestirsi di Cristo, come direbbe S. Paolo (cf Gal,3,27); (cattivo è l’opposto di buono; ma Dio solo è buono e nessuna creatura può paragonarsi a lui; perciò è Dio stesso che dona l’abito per andare alla sua presenza). Non si può comparire alla presenza del Sovrano in qualunque modo; l’invito del Re, immeritato e inatteso, è lo stimolo più forte al cambiamento di vita: chi non è disposto a compierlo dimostra un animo simile a quello degli indifferenti e dei malvagi che avevano declinato l’invito. Dio è magnanimo e invita tutti – buoni e cattivi – alla festa per le nozze del Figlio, è lui che per la sua benevolenza (cioè per grazia) rende degni di stare nella sua casa; ma l’esclusione è netta per chi non vuole cambiare il cuore. Dunque a chi accoglie l’invito è chiesto di lasciarsi plasmare dalla forza dello Spirito che rende simili al Figlio mediante l’assimilazione degli stessi suoi sentimenti.

Molti sono chiamati, ma pochi eletti

Il credente che ascolta questo insegnamento del Signore deve stare attento e non presumere che l’essere divenuto discepolo basti per essere del numero di coloro che siederanno nella sua casa. Ben più dell’adesione formale vale la pratica della vita, perché non basta dire: “Signore, Signore», ma bisogna compiere la volontà del Padre che sta nei cieli. Il Signore vede il cuore e non giudica secondo codici umani, neppure quelli religiosi. In ognuno egli cerca l’immagine del Figlio unigenito di cui si compiace e la trova in chi spende la vita donandola con amore.

Con questa parabola Gesù invita coloro che lo ascoltano ― e qui in particolare il discorso vale per chi viene dal paganesimo ― a considerare l’assoluta gratuità della salvezza e a prendere una decisione: chi vuole entrare nel regno e comparire dinanzi al Re, deve accogliere l’invito alle nozze e rivestirsi di Cristo. È Dio che nobilita il suo ospite, che per la sua condizione di non appartenente al popolo di Dio e mai avrebbe potuto aspirare a un invito.

Il sentimento che scaturisce nell’animo generoso è la confusione e la gratitudine: è introdotto nella casa del Signore solo per l’infinita misericordia di un Dio così grande e così buono. Che fare dunque per un Dio che ha fatto tanto per una creatura plasmata dalla polvere?

L’amore infinito che avvolge la creatura diviene scuola di amore. Infatti si impara ad amare gustando profondamente l’amore dal quale si è raggiunti. Amare è «vedere» Dio. Amare è anche «vedere» le creature nella loro verità. Dio all’invitato dell’ultima chiede di diventare nuova creatura. È ciò che avviene nel Battesimo e che bisogna vivere ogni giorno, talvolta anche con fatica, ma sempre con la viva coscienza di essere dei salvati per grazia. Perciò il primo aspetto dell’amore è la «pietas», cioè quella gratitudine profonda, piena di rispetto, devozione ed affetto, che si prova verso chi inaspettatamente ha fatto un bene così grande. È ciò che è adombrato negli Esercizi allorché, nei riguardi di Dio, si parla di lode, riverenza e servizio (cf ES 23).