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Is 5,1-7; Sal 79,8. 12.13-14.15-16.19-20; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43.45-46

Il testo di Matteo, più che una parabola, sembra l’interpretazione alla luce della fede dei terribili accadimenti che sconvolsero la Comunità della prima generazione, cioè la distruzione di Gerusalemme e la dispersione di Israele. Eventi inimmaginabili, che la Comunità comprende alla luce della Scrittura e dell’insegnamento di Gesù.

Tutta la prima parte rimanda alla storia della salvezza. Dio ha scelto Israele fra tutti i popoli, benché fosse il più piccolo: un popolo di pastori nomadi, senza una terra e alla mercé dei popoli vicini. La «costruzione» di Israele, cominciata con l’elezione di Abramo e la promessa a lui e alla sua discendenza, viene paragonata all’impianto di una vigna, secondo l’immagine presente nel profeta Isaia.

Bisogna pensare a un territorio brullo, segnato da rari corsi d’acqua che rallentando nelle pianure e sostando qua e là in qualche bassura davano vita a oasi, che spiccavano lussureggianti tra le sabbie e le rocce aride. Quei territori erano i più ricercati e contesi e chi poteva vantarne il possesso ne ricavava grande ricchezza. Nella «vigna» era coltivata la vite, per produrre uva e vino, ma c’erano pure agrumi, fichi, ulivi e ortaggi; insomma era un podere più o meno esteso, che produceva frutti di ogni genere; la vigna era dunque il luogo ameno e ben irrigato che dava l’immagine della terra fertile promessa ad Abramo e alla sua discendenza. Piantare una vigna era un lavoro lungo e paziente; era necessario ripulire il terreno dagli sterpi e dalle spine e dissodarlo; si costruiva un muretto all’intorno, per impedire agli animali selvatici di devastare le colture; veniva scavato un pozzo e canalizzate le acque per assicurare l’irrigazione; poi il contadino costruiva una torre, cioè una casa, che serviva per ricoverare gli animali e gli attrezzi di lavoro, per custodire i frutti, per abitazione dei guardiani e anche di protezione; infatti dall’alto della torre era possibile sorvegliare sia la vigna che il territorio all’intorno, fin dove poteva spingersi l’occhio. In una vigna viveva un piccolo popolo: non solo il padrone e la sua famiglia, ma gli operai, che lavoravano il terreno e curavano gli animali. Dunque l’immagine della vigna evocava qualcosa di prezioso e amato: è veramente l’immagine del popolo di Dio, che con la sua industria e con la benedizione del Signore trasforma il deserto in un fertile giardino che produce frutti copiosi.

Accadeva talvolta che i proprietari terrieri, a motivo dei loro traffici commerciali, si allontanassero e addirittura si stabilissero anche in luoghi molto lontani, in genere nelle città portuali dove fervevano i commerci o dove si erano formate delle colonie di ebrei. Costoro inviavano di tempo in tempo dei loro rappresentanti ad esigere il frutto dei loro campi o il fitto che gli era dovuto. E capitava pure che col passare del tempo il fattore e i contadini che occupavano le terre non riconoscessero più il diritto del padrone e giungessero addirittura a compiere azioni per usurpare le sue proprietà. In particolare, secondo il diritto vigente, alla morte del proprietario di un terreno, in assenza di eredi legittimi, ne diventava padrone il primo occupante.

Questo è grosso modo lo sfondo sul quale si colloca l’esempio proposto dalla parabola. Qui il padrone della vigna è Dio stesso: è lui che ne ha avuto tanta cura. Egli l’ha affidata a degli affittuari, ma ne conserva la proprietà e si aspetta che i custodi della vigna gliene consegnino i frutti: la terra resta di Dio anche se affida agli uomini. Né costoro possono illudersi di prendersi quello che è di Dio, perché egli opera meraviglie: «La pietra che i costruttori hanno scartato / è diventata la pietra d’angolo; / questo è stato fatto dal Signore»; con la resurrezione del Figlio – pietra scartata – Dio ha reso vani i disegni dei suoi avversari.

In questo modo l’Evangelista sottolinea la missione di Gesù, il Messia e Figlio di Dio, venuto per la salvezza del suo popolo. Una salvezza purtroppo rifiutata dai Capi e accolta soltanto dai piccoli, che andranno presto a costituire il nuovo Popolo al quale il Padrone affiderà la sua vigna.

Al tempo di Gesù Israele viveva uno dei molti periodi critici della sua lunga storia. La terrà promessa ad Abramo e alla sua discendenza era stata occupata ancora una volta da una potenza straniera; l’Impero di Roma stringeva la sua morsa su una Nazione che era stata sempre orgogliosa della sua libertà e della Legge che aveva ricevuto dal Signore. La discendenza di Davide era stata deportata e non c’era più un re legittimo; il sacerdozio era nelle mani dei Sadducei, che non erano discendenti diretti di Aronne; il governo della Nazione era affidato a un Sinedrio nel quale sedevano, assieme ai Sommi Sacerdoti, degli Anziani che rappresentavano i grandi proprietari terrieri, e i dottori della legge, in buona misura del partito dei Farisei, gli osservanti più fermi delle tradizioni. Il realismo politico aveva portato i Capi a stabilire dei rapporti con il potere occupante: una serie di compromessi in base ai quali, in cambio di una indipendenza formale su questioni interne e di culto, veniva riconosciuto il potere di Roma e veniva pagato il tributo. Così nel Tempio veniva offerto quotidianamente il sacrificio per l’Imperatore, ma i Capi erano riusciti a strappare notevoli privilegi, come poter osservare le proprie leggi e tradizioni dovunque nell’Impero e di adire ai propri tribunali, per molte questioni giuridiche e amministrative. Come spesso accade, anche allora le famiglie più potenti avevano tratto notevoli vantaggi da questa alleanza.

Naturalmente tra il popolo c’era chi denunciava con severità queste collusioni e non mancava chi fomentava malumori soffiando sul fuoco della rivolta. I capi, da parte loro, erano molto attenti ad assicurare la quiete sociale, temendo l’intervento violento di Roma. Ciò che accadde nel 70 d.C., quando Vespasiano e Tito sedarono nel sangue la rivolta giudaica.

Questo quadro aiuta a comprendere con quanto realismo il testo di Matteo guarda alla situazione. I Capi, che rappresentano il popolo, sono scesi a compromesso con colui che, presentandosi come Signore (Kyrios) e Salvatore, usurpava il Luogo di Dio; i Capi e quanti erano legati ad essi badano soltanto a trarre dalla vigna di Dio utili per sé, trascurando il popolo. L’alleanza era sminuita a un’osservanza formale di tradizioni e il culto era ormai ridotto a una splendida ritualità, alla quale però non corrispondeva l’ardore del cuore. Della terra, la vigna del Signore, si erano impadroniti alcuni, che non riconoscevano più il diritto di Dio.

Il popolo che Dio aveva voluto libero, lungo il tempo è stato sottomesso dal potere arrogante dei suoi Capi, che con la pretesa di essere gli interpreti autentici della Legge sono arrivati a respingere e perfino ad uccidere i Profeti inviati da Dio per richiamare alla fedeltà all’Alleanza. E verso Gesù, il Figlio, hanno colmato la misura tramando per ucciderlo. Si comprendo perciò la durezza dell’accusa mossa contro coloro che si presentano come i difensori del diritto di Dio, mentre di fatto sono degli usurpatori e degli omicidi. La conclusione della parabola è un oracolo: la vigna verrà data a un altro popolo, cioè ai pagani.

L’esempio proposto da Gesù non era affatto inconsueto; accadeva che i proprietari terrieri che vivevano lontano faticassero a riscuotere il fitto dai contadini e che addirittura questi cercassero di impadronirsi delle proprietà. Ma la sua applicazione ai capi del popolo suona come una tremenda accusa: i capi dei sacerdoti e i farisei, per ragioni diverse (i primi per il potere e per gli utili che gli derivano dal culto; gli altri col dominio sulle coscienze esercitato mediante l’interpretazione della Legge), anziché servire il popolo, lo dominano, se ne impadroniscono e pretendono di usurparlo a Dio, che ne è il solo sovrano; un popolo di uomini liberi finisce così per diventare come tutti gli altri popoli, dominati da chi si impone con la minaccia e con la forza.

Gesù, riportando all’essenziale, al cuore della Legge, restituisce libertà e dignità; egli è il Figlio del Padrone, venuto ad esigere dagli «affittuari» ciò che è di Dio. Ma incontra solamente chiusura, ostilità, congiura.

 

Quando Matteo scrive, si è ormai consumata una frattura insanabile tra la Comunità cristiana e l’ebraismo e i credenti si sentono come i nuovi affittuari della vigna del Signore, che con sempre maggiore evidenza appare come il luogo della salvezza, che non passa più attraverso l’antico Israele, ma per la fede in Cristo, Pietra angolare del nuovo edificio costruito dal Signore.

Ma a qualsiasi popolo al quale tocchi in sorte di vedersi affidata la Vigna del Signore può cadere nel medesimo “peccato” di Israele. Questo succede quando non si attende più il ritorno del Padrone, cioè quando cessa l’attesa del mondo che verrà e tutto viene sentito e vissuto senza più la virtù della speranza; la fede allora diventa sterile, il culto si riduce a una vuota espressione rituale e i rapporti fraterni si mutano in contesa tra chi vuole dominaare sugli altri.

 

La comunità di Matteo era provata, ma guardava con stupore e consolazione la benevolenza di Dio; ascoltando le parole «il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» sentiva fortemente la responsabilità un servizio umile al Vangelo e di produrre frutti per il Signore. Il messaggio suona particolarmente duro per i capi della Comunità: badino a non ripetere l’errore degli antichi affittuari! Nessuno può dominare sulla vigna, ma ognuno deve lavorare in essa con amore e rispetto, perché è di Dio. Egli si aspetta i frutti al tempo opportuno e questo coinvolge tutti: i capi, che devo saper reggere e guidare, e la vigna, che non può sfruttare il terreno e restare sterile.