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Gen 2, 18-24. Sal. 127, 1-2. 3. 4-5a. 5b-6. Eb 2, 9-11. Mc 10, 2-16 (oppure breve 2-12).

 

Nella prima parte di questo testo appaiono due diversi insegnamenti: il primo è costituito dalla risposta data ai farisei che lo interrogano; il secondo invece è riservato ai discepoli.

I Farisei sottopongono a Gesù la questione della legittimità del ripudio per metterlo alla prova e avere di che accusarlo. Essi vogliono conoscere la sua sentenza posizione in merito a questo istituto. Con l’andamento tipico della disputa, Gesù richiama la Legge: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». La risposta che ne ottiene è la citazione della norma in vigore. A questo punto Gesù, come aveva fatto in altre occasioni (cf Mt, discorso del monte), fa la sua proposta di radicale adesione alla volontà di Dio.

Egli mette a confronto la Legge di Mosè con il comandamento di Dio aggiungendo la motivazione per la quale esso è stato mitigato dal legislatore e afferma che fu «Per la durezza del vostro cuore». Poi richiama il disegno originario di Dio sul vincolo matrimoniale e la sua indissolubilità: «All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne»; infine dà la sua sentenza, la quale altro non è se non la ripresa della volontà originaria di Dio: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Con queste parole egli restaura l’ordine primitivo.

Si potrebbe sussumere che la durezza del cuore è un fatto e che essa giustifica il perdurare della mitigazione concessa da Mosè. Perché dunque Gesù ripropone con tanta forza il disegno di Dio?

Gesù opera veramente una nuova creazione mediante il dono dello Spirito santo effuso su coloro che sono diventati suoi discepoli. È lo Spirito che toglie il cuore indurito, il cuore di pietra (cf Ez 11,19: allusione alle tavole di pietra su cui erano scritte le dieci parole), e dà un cuore di carne, cioè un cuore vivo, da figlio, a immagine del cuore di Cristo, che pulsa all’unisono con il cuore di Dio e ne condivide i sentimenti. Infatti occorre avere gli stessi sentimenti di Gesù per compiere in modo pieno la volontà del Padre.

Nella «casa», figura che allude alla comunità dei discepoli, in privato, Gesù approfondisce il suo insegnamento. Egli qualifica in maniera precisa la responsabilità che si assume colui che attenta alla sacralità del matrimonio mediante il ripudio: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio». Al radicalismo già espresso nella risposta ai farisei, qui si aggiunge un giudizio chiaro e severissimo su chi, fondandosi sulla concessione di Mosè, attentasse a un nuovo matrimonio; Gesù in questo caso parla espressamente di adulterio, sanzionato dal sesto comandamento.

Nell’ambiente in cui si sviluppa la dottrina dei Comandamenti di Dio, l’adulterio ha la sua gravità nella spaccatura che esso introduce nella famiglia. Il venire meno della fedeltà matrimoniale e della sua stabilità rappresenta dunque un vulnus mortale alla vita del clan e l’inizio certo del suo disfacimento. Se viene meno la lealtà nel legame naturale più sacro, si introduce il cancro del sospetto nel grembo della famiglia: la vita che viene generata non è più amata, ma viene guardata come nemica, rifiutata e combattuta. Quando si consuma un adulterio viene meno la certezza nella legittimità della prole e si mette a rischio non soltanto la legittima successione nell’eredità del patrimonio familiare, ma soprattutto il tesoro più prezioso per il pio israelita, cioè la trasmissione della benedizione divina, che dal capofamiglia discende e continua nei figli; alla benedizione divina infatti è legata la discendenza e il possesso della terra.

Qui si apre alla riflessione una prospettiva molto ricca. Per la sua forza e importanza, il legame familiare è stato assunto come immagine della relazione fedele di Dio con il suo popolo. Si tratta di un simbolo archetipico, che supera la volontà attuale di coloro che formano la coppia e viene falsificato ogni volta che, per qualunque ragione, nella coppia la fedeltà viene meno. L’essere umano è “simbolico”. Ciò significa non solo che esso produce dei simboli, come i linguaggi capaci di manifestare realtà invisibili, come sono, ad es., i concetti; significa pure che la persona in sé stessa è simbolo, cioè visibilità (in quanto tale, limitata) di Colui di cui è la somiglianza.

Conoscendo se stessa come “simbolo” di una realtà divina – cioè in quanto “luogo” in cui si incarna l’amore di Dio per la creatura – la persona percepisce la propria grandezza e intuisce di poter colmare la propria radicale insufficienza solamente nello “spazio” della relazione; in esso le persone si incontrano nella verità della loro umanità, la quale, benché limitata e lacunosa, tuttavia custodisce e vive il desiderio dell’infinito, che possono attingere nell’abbandonarsi reciproco e nel reciproco accogliersi. Ecco perché il mistero che abita e costituisce la persona diventa comprensibile compiutamente soltanto alla luce del mistero di Dio. Se l’uomo prescinde da questa realtà oggettiva, viene lesa la sua dignità.

Si comprende perciò che nel Matrimonio la persona degli sposi viene ad assumere una valenza simbolica che li supera. Essi divengono evocazione efficace della Comunità perfetta, che è la Trinità, fornace ardente di vita. Essi sono costituiti simbolo rivelatore di Dio che ama la creatura, immagine viva di Cristo che dà la vita per i suoi. E questo non solamente nel senso che con la loro unione “evocano” e “realizzano” l’evento da cui discende la benedizione del Signore, ma nel senso che in esso vive la benedizione stessa: nell’alleanza sponsale tra l’uomo e la donna entra nella storia degli uomini la benedizione pronunciata da Dio sulla coppia primordiale, cioè quella volontà divina che, se accolta dagli uomini, origina la vita e la prosperità dell’intera creazione. Al contrario, quando la relazione viene interrotta, la vita cessa di essere protetta e viene anzi minacciata, offesa e calpestata; la terra si inaridisce; tra gli uomini sorgono rivalità e conflitti e la creazione è in pericolo. Dunque la fedeltà coniugale non è solamente un nobile richiamo al modello, cioè l’Alleanza salvifica tra Dio e Israele, ma la sua realizzazione più piena.

Nel matrimonio le diversità si compongono e divengono armonia. Il matrimonio è il luogo privilegiato della misericordia e del perdono. È il grembo in cui la vita incomincia, in cui si sviluppa e nel quale si spegne nella pace, non prima di avere segnato il tempo con i frutti della carità, perché tutto quello che è immagine della perfetta Comunione ne reca in sé la potenza generatrice.

Gesù dunque richiamando la primigenia volontà di Dio sul Matrimonio presente nell’ordine naturale, rimanda all’ordine posto da Dio nelle cose: esso non può essere violato, perché ciò introdurrebbe uno squilibrio fatale.

Il divorzio perciò è una legge posta dagli uomini (Mosè) a motivo della «durezza del cuore».

Quella “durezza” è legata non tanto all’incapacità di comprendere l’intima giustezza dell’indissolubilità del matrimonio, quanto piuttosto all’ “incapacità”, per un soggetto ferito dal peccato, di elevarsi da solo all’altezza e alla radicalità propria dell’amore sul quale si costruisce il vincolo matrimoniale. La durezza di cuore è la pretesa di far prevalere il proprio “diritto alla felicità al punto da travolgere tutto e tutti, senza riguardo per la debolezza e senza considerare il prezzo che tale scelta impone agli altri; la durezza di cuore, alla fine, è l’incapacità di vedere la verità della persona al di là delle sue colpe e perdonare. Al contrario, la fedeltà nell’amore è capacità di perdonare sempre e di ricominciare; è fiducia nell’altro, che è sempre lo stesso, ma è anche sempre diverso: è fiducia nell’opera dello Spirito che opera nell’altro e in sé. La durezza di cuore, infatti, è stata vinta da Gesù mediante il dono dello Spirito, che rende capaci di amare in modo radicale. Il dono dello Spirito è ciò che si intende quando si parla di un cuore nuovo promesso da Dio nell’oracolo del Profeta Ezechiele (cf Ez 36,26); lo Spirito Santo opera nel credente e lo rende capace dello stesso amore di Gesù, cioè di un amore fedele fino alla fine e capace di resistere anche al tradimento. La fedeltà è l’umile “miracolo” che lo Spirito opera nei cuori.

All’insegnamento sul matrimonio segue l’episodio dei bambini. Al cuore indurito che ha prodotto lo stravolgimento del comandamento di Dio, Gesù oppone il cuore del bambino, aperto all’azione dello Spirito e capace di compiere la volontà del Padre senza accomodamenti. La novità introdotta da Gesù, il regno dei cieli, con le esigenze radicali che esso pone può essere accolto da chi è semplice e aperto come un bambino. Se la durezza di cuore, ha generato tutta la casistica e le deroghe alla legge di Dio di cui il divorzio è solo un esempio, l’apertura del bambino proietta alle altezze dell’amore di Dio.

Questo cuore di bambini è dono di Dio. Bisogna chiederlo con insistenza e con fiducia. La vita cambia e comincia a risorgere cominciando dal cuore.

Il vero discepolo del Signore è come un bambino che ha fiducia nel Padre. Non cerca l’affermazione di sé, non è costretto da una visione egoistica del mondo, dei rapporti e delle cose, ma, come Gesù, fa della volontà del Padre il suo cibo. Perché Dio è la sorgente della Vita e dà vita a ogni cosa. E aderisce a Gesù l’unico salvatore del mondo, perché lui solo ha parole di vita eterna. Chi si fa «piccolo» come un bambino, cioè come il Figlio, entra a far parte del popolo dei rinati nello Spirito. Il regno infatti è abitato dai «piccoli», cioè da coloro che scelgono consapevolmente la debolezza e l’umiltà dell’amore fedele.

Allora essere cristiano è una scelta di campo, è l’assunzione di una condizione; il frutto abbondante che il discepolo porterà non sarà dovuto ad altro che all’assunzione concreta, nelle situazioni più diverse, dell’atteggiamento fondamentale del Figlio, cioè del radicale abbandono al Padre n