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Ger 31, 7-9. Sal. 125, 1-2ab. 2cd-3. 4-5. 6. Eb 5, 1-6. Mc 10, 46-52.

Il racconto si pone in un preciso momento del Vangelo di Marco a mostrare come sia necessario avere gli occhi aperti dalla fede per poter seguire Gesù nella sua passione. L’itinerario compiuto dai discepoli ― e, dopo di essi, dal catecumeno ― comincia con l’ascolto della Parola e si sviluppa verso una conoscenza di Gesù sempre più piena, passando attraverso difficoltà e resistenze.

In Mc 8,22-26 avviene un episodio simile a quello di Gerico. Il luogo però è Betsaida, la città di Pietro. Significativamente l’Evangelista subito dopo riporta la confessione di Cesarea, nella quale la professione di fede del capo degli Apostoli, benché profonda e vera nella sua espressione, rimane offuscata da attese troppo umane. Da quel momento inizierà la preparazione dei discepoli al mistero pasquale. Il triplice annuncio della passione si scontrerà con resistenze sempre più forti da parte di coloro che non vogliono aderire alla prospettiva proposta da Gesù e “vedere” che la via del Messia passa attraverso il fallimento. È così illustrata la fatica del cristiano, che deve passare dalla tenebra alla luce, abbandonando le proprie attese, per aprirsi alla sconvolgente novità di Dio. Bartimeo pertanto è la figura del discepolo che desidera ri-avere la vista, cioè tornare a vedere in Gesù il Salvatore atteso, con l’occhio limpido, non più appannato dalle resistenze allo scandalo della croce.

Con grande sapienza narrativa, Marco guida lo sguardo del lettore da Gesù a Bartimeo alla folla e, infine, all’incontro fra Gesù e Bartimeo e fa ascoltare un dialogo in tutto simile a quello che si svolge tra il Vescovo e il catecumeno nella notte di pasqua e che precede immediatamente l’immersione nel fonte battesimale.

Gerico è la prima delle città conquistate da Israele.

L’uomo cieco è guidato solo dalle voci… così come il catecumeno è guidato alla Chiesa e a Cristo dall’annuncio. Chi è cieco avverte attorno a sé l’agitarsi della gente, il clamore: il cieco «vede» … mediante l’ascolto: gli giungono le voci, i rumori, attraverso i quali interpreta ciò che accade all’intorno. Qui c’è movimento di gente; coglie la notizia: c’è «Gesù Nazareno», che passa per andare a Gerusalemme, verso la sua passione. È quel Gesù di cui si dicono tante cose; c’è chi pensa che è Giovanni il Battista, tornato dai morti, chi Elia o uno dei profeti dei tempi antichi (cf Mc 8,28) o, come sostengono i suoi nemici, uno che «scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni» (Mc 3,22). Per Bartimeo è uno che, per quanto ha sentito, può rendere la vista ai ciechi è grida tutta la sua speranza: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

La risposta gli giunge attraverso chi gli si rivolge per annunziargli: «Coraggio! Alzati …». La scena ricorda il catecumeno condotto dai diaconi verso il Vescovo, al fonte battesimale.

Bartimeo non vede, ma obbedisce alla Parola e si alza, anzi «balza in piedi» in un impeto di speranza e di gioia, e va, anzi viene condotto da Gesù. Ai suoi occhi tutto è buio; ma i suoi orecchi odono la voce e tutta la sua persona sente una Presenza diversa da tutte. Bartimeo è sospeso alla domanda in cui si condensa tutta la sua vita: riavere la vista! Riavere qualcosa che aveva e che ora non ha più: tornare a vedere vuole dire tornare ad avere una meta verso la quale muoversi, avere una speranza che illumina la fatica di vivere … vuole dire riavere la vita che Adamo aveva perduto.

«Và, la tua fede ti ha salvato». La risposta di Gesù svela il segreto del cuore di Bartimeo. In lui c’è un’attesa sincera, una fede che si è fatta fiducia senza riserve in Gesù nel mezzo di una situazione impossibile data dalla sua cecità e impossibilità di muoversi nella calca della folla: tra tanti e tanta confusione, come presumere di raggiungere il Signore? Bartimeo è stato raggiunto da una notizia che riconosce come l’occasione tanto attesa e grida con quanto fiato ha in gola, con tutto il cuore che ha: la sua voce non si perde tra le voci confuse della folla, perché il Signore ascolta l’afflizione del povero (cf Es 3,7), e il cieco, salvato per la sua fede, potrà ripetere la lode del salmista: «Amo il Signore perché ascolta / il grido della mia preghiera. / Verso di me ha teso l’orecchio / nel giorno in cui lo invocavo» (Sal 116,1-2).

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Il cieco grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». È una professione di fede in Gesù Messia, figlio di Davide e salvatore, che rischiara coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e guida i passi dei giusti sulla via della pace (cf Lc 1,79); egli è venuto per ridare la vista ai ciechi, rimettere in libertà gli oppressi e annunciare il tempo in cui il Signore fa grazia (cf Lc 4,18-19; cf Is 42,7). In precedenza Gesù aveva rifiutato titoli che rivelassero il suo «segreto»; ora accetta che il cieco ― uno che per definizione non può conoscere e definire la realtà ― lo gridi ai quattro venti.

Dall’ascolto delle «parole» che gli annunziano la presenza di uno che porta «Una dottrina nuova insegnata con autorità» (Mc 1,27), scaturisce l’adesione sincera verso colui che «Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!» (Id): il cieco, che non aveva veduto i «segni», ma aveva creduto alla testimonianza di chi li aveva visti, ha una fede che gli guadagna la vista e la salvezza.

La salvezza raggiunge il cieco attraverso la gente che gli sta intorno e gli riporta la chiamata di Gesù: «Coraggio! Alzati». È un invito alla vita: ad abbandonare la condizione di immobilità, che ricorda la morte, e ad assumere la posizione da risorto per muoversi verso Gesù; è un annuncio che raggiunge la persona al cuore: «ti chiama!»; dunque non un annuncio generico, ma un messaggio alla persona, la risposta a un desiderio profondo, che suscita stupore e gioia.

Bartimeo «gettato via il mantello» si affretta a raggiungere Gesù. Il mantello per il povero è la casa, è il suo riparo, la sola cosa che ha e la Scrittura comanda di restituirlo, la sera, a chi l’aveva richiesto in pegno (cf Dt 24,13). Bartimeo lo abbandona, anzi lo getta via. Per raggiungere Gesù lascia anche quell’ultima sicurezza (il mantello è la casa del povero, serviva per proteggersi dal freddo e al cieco serviva anche per non perdere le monete che gli venivano gettate e raccoglierle). Così colui che compare dinanzi a Gesù non ha più niente: si presenta nudo come il catecumeno che sta per essere immerso nel fonte. Rappresenta il perfetto contrario dell’uomo ricco, che non aveva voluto distaccarsi dai suoi molti beni.

Il dialogo è essenziale e profondissimo; tutto attorno c’è la folla che si stringe, ma è come se ci fossero solo Gesù e Bartimeo: sono due cuori, due desideri che si incontrano: la volontà di essere salvato e la volontà di salvare.

Gesù al cieco: «Che vuoi che io ti faccia?».

Risposta: «Rabbunì», (è la medesima espressione che affiora sulle labbra di Maria di Magdala in Gv 20,16), «che io riabbia la vista!». Il cieco può chiamare Gesù «maestro mio» perché ha ascoltato la sua voce e ha creduto in lui. Il cieco di Gerico non ha altri maestri che Gesù.

E Gesù a lui: «Va’, la tua fede ti ha salvato»; la fede è luce: Bartimeo può vedere perché ha creduto.

«E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada» che porta a Gerusalemme, alla passione e alla risurrezione.

Contrariamente ai discepoli e a Pietro che dopo l’annuncio della passione, non riuscendo ad aderire con fiducia, ossia a “vedere”, intendeva fermare il cammino del Maestro verso la Città santa, colui che era paralizzato dalla cecità e non poteva andare da nessuna parte, avendo ricevuto la vista da Gesù ritrova la strada di Gerusalemme e la percorre assieme al suo «Rabbunì». È ciò che fa il battezzato, cioè colui al quale sono stati aperti gli occhi con il battesimo.