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Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Ez 47,1-2.8-9.12; Sal 45,2-3.5-6.8-9; 1Cor 3,9b-11.16-17; Gv 2,13-25

La domenica XXXII corrisponde alla Solennità della dedicazione della Basilica di S. Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma e sede del Successore di Pietro, che presiede a tutte le Chiese nella carità. La Cattedrale è il simbolo della Chiesa particolare, che in essa si riunisce attorno al suo Vescovo e diventa perciò il segno della presenza di Dio nel mondo attraverso la comunità dei cristiani. In questa domenica, pertanto, la Comunità è invitata a riflettere su quanto Gesù ha insegnato sul vero Tempio nel quale ogni uomo può incontrare Dio.

Fin che l’Israele antico ha avuto la sua autonomia, a Gerusalemme sorgeva il Tempio del Signore; ad esso affluivano i credenti da tutto il mondo. Quella era la casa di Dio dove ognuno poteva offrire elemosine e sacrifici, secondo la legge, per avere grazia. Senza il Tempio non si sarebbero più potuto offrire i sacrifici di espiazione; come fare allora per ristabilire l’amicizia con Dio lacerata dal peccato? E senza l’amicizia di Dio come si sarebbe potuto ottenere la sua benevolenza e protezione dal male e dai nemici? Perciò il Tempio era ritenuta la cosa più sacra. Guai a toccarlo.

Molte volte i Profeti avevano rimproverato quelli che si illudevano di piacere a Dio a motivo dei ricchi doni che gli offrivano, mentre restavano sordi alle urgenze della giustizia e indifferenti a quanti si trovavano nel bisogno (cf Isaia). Altri poi millantavano sicurezza dicendo: Dio abita tra di noi (cf Geremia); la sua casa è una fortezza nella quale potremo trovare protezione. Ma, come era già accaduto, i nemici avevano conquistato la città santa, avevano distrutto il Tempio e deportato i capi. Dunque nessuno si illudesse di essere al sicuro a motivo del Tempio: Dio vuole la fedeltà all’Alleanza stabilita col suo popolo e non si lascia accecare dal fumo dei sacrifici.

Con Gesù Dio ha deciso di stabilire un’Alleanza nuova che nessuno potrà più infrangere, perché non dipende più dalla fedeltà dell’uomo, ma solamente dalla fedeltà di Dio. L’uomo che cerca la salvezza non dovrà più presentarsi ad offrire sacrifici, ma diventare discepolo del Figlio e imparare da lui, sostenuto dal dono dello Spirito ad amare i fratelli fino al dono della vita. E non ci sarà più bisogno di un Tempio nel quale Dio abiti, perché egli ha mandato il suo Figlio, che vuole essere riconosciuto nel prossimo, specialmente se ha bisogno di aiuto.

Il Vangelo di Giovanni, dunque, riporta un episodio importante nel ministero di Gesù. È un’azione simile a quella che avevano compiuto i Profeti del tempo antico. Essa esprime l’insegnamento di Gesù con i gesti oltre che con le parole, che del resto non sono altro che una citazione del Profeta Geremia.

La descrizione del Tempio di Gerusalemme è quella di un santuario molto frequentato, che in prossimità della festa di pasqua, quando aumenterà il flusso dei pellegrini, moltiplica la sua offerta di prodotti destinati al culto; qui si tratta di animali per i sacrifici e del servizio di cambio, per consentire a chi veniva di lontano o disponeva solo del denaro corrente, di compiere le offerte rituali con il denaro del Tempio che, in ossequio alla legge, non recava immagini. La scena dunque è quella vivace di un grande spazio nel quale la preghiera e la mercatura si mescolano con una folla variopinta e gioiosa per l’imminenza di una festa molto importante. L’evangelista annota che si tratta della «Pasqua dei Giudei», per sottolineare la distanza dalla Pasqua dei cristiani: se la prima era soltanto il ricordo di un evento passato e un segno, la seconda è invece il compimento. Gesù compie un gesto che manifesta il suo amore per il Padre (cf Sal 69,10: «Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta») e, come abbiamo detto, ricorda il modo di fare dei profeti.

Cacciando i cambiavalute e coloro che vendono gli animali, Gesù pone un ostacolo all’esercizio del culto nelle sue forme tradizionali, cioè il sacrificio e le offerte; con questo gesto egli dichiara finito il culto antico perché celebra riti solenni, ma non coltiva la misericordia. Inoltre, con le sue parole destituisce l’autorità del Tempio come casa di Dio in mezzo al suo popolo: il Tempio che gli uomini hanno costruito a Dio cadrà – dice -, ma vi è un altro Tempio, non costruito da mani di uomo, che nessuno potrà abbattere. Egli intendeva parlare del suo corpo e paragonandosi al Tempio, che aveva finito per essere un’immagine che rimandava direttamente a Dio, si pone sul suo stesso piano: chi incontra Gesù incontra Dio.

Per essergli graditi non c’è bisogno di offerte e di sacrifici, perché ciò che rende degno di stare davanti a Dio è – come avevano insegnato i Profeti – la pratica della misericordia e della giustizia: questo infatti è lo spirito dell’Alleanza.

Coloro che avranno creduto in lui e ne avranno assimilato lo spirito sapranno spingere il proprio amore a Dio e al prossimo fino anche a dare la vita, se necessario: questo è il vero culto; questo lo glorifica, cioè lo fa conoscere agli uomini, perché manifesta che egli è un Dio amorevole e buono.

Dio stesso darà testimonianza al Figlio facendolo resuscitare dai morti: «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ma i Giudei non colgono il senso di queste parole; essi guardano il Tempio magnifico riedificato da Erode, con le sue splendide pietre e le decorazioni sulle quali ancora si affaccendavano i migliori artigiani; Gesù invece «parlava del Tempio del suo corpo».

Sul momento non comprendono neppure i discepoli, che continueranno a riflettere sull’accaduto e giungeranno a capirne il senso solo dopo i fatti della Pasqua. Allora diventerà chiaro: al Tempio di pietra si sostituisce il corpo del Signore Gesù immolato e risorto: lui è il Tempio nuovo e perenne, il punto di incontro del cielo e della terra, e coloro che crederanno veramente a ciò che egli ha insegnato, cioè che Dio è amante degli uomini per questa fede troveranno il coraggio di presentarsi davanti a lui senza temerne l’ira (cf Rm 5,1; Gal 3,24). Il tempo del Tempio di pietra stava per finire, dalla figura si stava per passare alla realtà e i «veri adoratori» avrebbero potuto incontrare Dio in Gesù.