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1Re 17, 10-16. sal. 145, 6b-7. 8-9a. 9bc-10. Eb 9, 24-28. Mc 12, 38-44 (oppure breve 41-44).

 

Il testo si articola in due parti. Nella prima Gesù mette in guardia dallo zelo apparente degli scribi: fingono di essere pii, ma sfruttano la loro posizione per i loro interessi, senza farsi scrupolo della debolezza dei poveri. Segue l’episodio al Tempio, presso il tesoro, dove i fedeli andavano a deporre le loro elemosine. Qui il confronto è tra i ricchi, che versano molto, e una vedova, che dona i pochi spiccioli che ha.

Il legame tra le due parti si può trovare nella figura della vedova, che nella Scrittura, assieme all’orfano e al forestiero, rappresenta chi è strutturalmente debole e non ha che il Signore a sua difesa.

Lo scriba è l’interprete “ufficiale” della Bibbia; solitamente è ostile a Gesù, rappresentando il più tenace legame a quelle tradizioni degli antichi che in molti casi hanno soffocato la freschezza rigeneratrice della Parola di Dio, rendendone impossibile l’osservanza agli umili (cf Lc 11,46) e asservendola agli interessi degli empi (cf Lc 18,2-6). Mancando profeti ― che del resto furono spesso osteggiati o anche del tutto rifiutati dai loro contemporanei ― gli scribi godevano di un’indiscussa autorità presso tutte le classi sociali; per la loro competenza nella legge, venivano abitualmente interpellati su questioni di ogni tipo. Essi avevano sviluppato una complessa casistica, la quale in molti casi aveva vanificato il comandamento di Dio. Gesù nei loro riguardi è severo e netto: «Guardatevi dagli scribi»; essi traggono in inganno, portando la gente a una pratica della legge tutta e solo esteriore; più ancora: essi aspirano a essere stimati e onorati, mentre sono degli sfruttatori a danno dei più poveri e indifesi. Ascoltando la critica senza appello di Gesù, appare che la loro pratica religiosa spesso non è che ostentazione. In conclusione, lo scriba è l’esperto della parola, ma la manipola anziché lasciarsi convertire e guidare da essa.

La vedova è figura dei «poveri della terra» ai quali Dio riserva il suo favore; questi sono la parte sana di Israele e da essi Dio ogni volta riparte per ricostruire il suo popolo.

Parlando degli Scribi, ossia dei maestri di Israele, Gesù li definisce sfruttatori senza scrupoli, capaci di togliere ai poveri perfino la casa, magari inducendo a donarla al Tempio (cf Mc 7,11); sono abilissimi nell’arte di manipolare la Legge con i loro ragionamenti lambiccati e appaiono persone pie, ma in realtà sono solamente dei commedianti. La vedova invece viene messa in primissimo piano come l’esempio del vero culto spirituale, che è la fiducia in Dio senza riserve. La vera pietà infatti è quella di chi si mette in gioco completamente, senza calcolo.

L’occasione per mostrare come è fatto il culto gradito a Dio è offerta dalla pratica dell’elemosina, che era uno degli atti di pietà compiuti dai pellegrini che si recavano al Tempio. Assieme alla preghiera e al digiuno, l’elemosina costituiva il fondamento della pietà di ogni pio israelita. Fare l’elemosina, pertanto, secondo l’insegnamento comune, rendeva giusti, cioè graditi a Dio.

Gesù insegna che non ogni elemosina conforma il cuore di chi dà al cuore di Dio. Infatti l’elemosina che cambia il cuore non è tanto quella che si fa per “dovere” magari soccorrendo chi è nel bisogno, quanto piuttosto quella con la quale chi dona mette in gioco tutto se stesso e non solamente le cose che ha in sovrappiù.

L’evangelista porta la sua comunità nel Tempio ad assistere a una scena che si ripeteva quotidianamente. I pellegrini si mettevano in fila presso il tesoro e, giunti dinanzi al levita incaricato, dichiaravano la propria offerta, che veniva subito proclamata ad alta voce affinché fosse registrata, quindi venivano indirizzati a una delle speciali bocche per raccogliere le monete, secondo il metallo e il taglio e la consistenza dell’offerta; questo consentiva ai presenti di conoscere l’entità dell’offerta di ognuno; inoltre il luogo era elevato, rispetto al cortile e chiunque poteva assistere a questo atto di pietà.

Qui Gesù nota che alcuni, i più ricchi, versano offerte consistenti, invece la vedova ― si poteva riconoscere la condizione della donna anche dal suo abbigliamento ― versa solamente «due spiccioli, cioè un quattrino» e, tra lo stupore di chi lo ascolta, dichiara che essa «ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri», infatti «tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quanto aveva per vivere».

L’Evangelista pone a confronto due atteggiamenti: quello dei ricchi i quali danno del loro superfluo e quello di chi dà tutto.

I ricchi, con le loro elemosine fanno bella figura, con questo gesto essi compiono un atto di culto a Dio – un atto di “giustizia”, che li rende graditi al Signore e li segnala come buoni e pii; appaiono generosi – e lo sono -, ma in fondo, come osserva Gesù, danno di quello che loro avanza.

Ma l’elemosina della «povera vedova» vale infinitamente di più; esso è un vero atto di culto che tocca il cuore di Dio, perché col dono dei pochi spiccioli che aveva – due spiccioli sono l’offerta dei poveri, simile a quella necessaria per acquistare due passeri, il sacrificio dei poveri, appunto, e li dona senza pensare a sé – la donna gli si è consegnata completamente; come annota il Vangelo, essa ha dato «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere», cioè la sua vita. Allora questa elemosina non è appena un gesto generoso, ma un profondo atto di fede. il vero atto di culto è dunque darsi senza riserve, affidarsi a Dio, che è il padre dei poveri e il liberatore dalla morte.

La Vedova qui rappresenta coloro occupano il livello più basso nella società, quelli che patiscono il peso della vita e, in aggiunta, anche il rigore degli scribi, che impongono le loro interpretazioni della Legge facendo sentire Dio sempre più lontano; essa è debole perché donna e per di più vedova, non possiede cultura teologica né giuridica, ma si fida di quello che le hanno insegnato; non ha un marito che la difenda e la mantenga: è priva di garanzie. Perciò il suo gesto e soprattutto l’atteggiamento del suo cuore generoso sono l’immagine del culto puro, tutto proteso verso il Signore: è, insomma, il culto lodato dai profeti, perché, donando tutto ciò che aveva, la vedova si è messa nelle mani di Dio. Col dono a Dio dei pochi spiccioli che possedeva essa si è resa più debole ancora; a quel punto, infatti, avrebbe dovuto lei stessa domandare l’elemosina. In conclusione, questa «povera vedova» è l’immagine del vero credente. A lei Dio farà grazia, cioè darà la vita e la terra, così come ai padri, che in Egitto aspettavano il giorno del Signore, perché Dio sempre ascolta il grido del misero (cf Sal 22,25).

Si può vedere, allora, nel gesto della vedova l’espressione della fiducia radicale in Dio e l’adempimento della parola rivolta da Gesù all’uomo ricco: «Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Mc 10,21).

Donando al Tempio, cioè a Dio, tutto ciò che ha, la vedova diventa vera discepola di colui che non ha dove posare il capo (cf Mt 8,20). Dopo avere rinunciato alla sua «vita», infatti, la vedova poteva veramente mettersi al seguito di Gesù che è completamente abbandonato a Colui che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo (cf Mt 6,25-34). Avendo rinunciato alla sua «vita», essa la salverà; non avrà più timore della morte e potrà seguire Gesù fino alla fine, affrontando con lui tutte le sue prove, per essere infine con lui nella casa del Padre (Cf Mc 10.28-31). È chiaro allora che la vera opera che rende “giusti” consiste nel fare ciò che porta a somigliare al Figlio e tale somiglianza, che deve plasmare soprattutto il cuore, comincia dall’assumere volontariamente la sua stessa condizione.

Il Figlio è tutto nelle mani del Padre e da lui tutto riceve; così deve essere il discepolo, il vero credente. Allora la discriminante della vera religione e del culto gradito a Dio sta in questo: crede veramente e dà a Dio un culto che gli è gradito chi mette la vita nelle sue mani, facendo così della vita stessa «un sacrificio vivente a Dio gradito» (cf Rm 12,1).

Si potrebbe dire allora che mentre per gli scribi la religione finiva per essere qualcosa di esteriore, fatto di gesti rigorosi e puntuali, che però non si spingevano fino a un vero coinvolgimento del cuore, per Gesù – così come avevano insegnato i profeti, il vero culto a Dio consiste nel cambiare il cuore, anche andando incontro a quello che dal punto di vista materiale rappresenta una perdita.

Mentre gli scribi, pur insegnando le cose di Dio, di fatto non gli concedevano alcuna fiducia, ma piegavano la stessa Scrittura ai loro interessi e tenevano saldamente la loro vita nelle proprie mani, la povera vedova, che della Scrittura non sapeva di più di quanto poteva ascoltare nella Sinagoga, con i fatti viveva la religione vera.

Bisogna stare attenti a non demonizzare il denaro e la ricchezza. Essi diventano un male quando vengono usati per l’ingiustizia. Ma il denaro e la ricchezza possono – e devono – diventare un mezzo attraverso il quale realizzare la giustizia e chi si trova nella condizione di amministrare molti beni non è necessariamente chiamato a disfarsene, quanto piuttosto di usarli per il maggior bene comune. Questo diventa possibile quando c’è la vera libertà del cuore. Allora si comprende che il vero senso e il valore della povertà non è in se stessa, ma in quanto essa è un mezzo efficace per mantenersi nella condizione di vivere quotidianamente rivolti al Signore con incrollabile fiducia in lui. Non è questione di dare tanto o di dare poco: chi si affida a Dio mette a disposizione tutto, sia continuando a possedere che disfacendosi di ogni cosa, secondo che il Signore stesso gli fa comprendere. Chi fa professione della povertà nella vita religiosa — ma, più in generale, anche chi sceglie di vivere in povertà — si mette volontariamente nella condizione di dipendere in tutto da Dio; crede infatti che la sua vita non dipende dai suoi beni (cf Lc 12,15. Non si è veramente poveri quando con i fatti ci si mette concretamente nella condizione di dipendere dalla Provvidenza, ma quando nella condizione di indigenza si assumono i sentimenti del Figlio che riceve dal Padre il dono della vita attraverso il “pane quotidiano”.