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Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127,1-2.3.4-5; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Con questa parabola Gesù intende dare alla sua Comunità delle istruzioni importanti in attesa del suo ritorno nella gloria, mettendo in guardi dall’inerzia e soprattutto da quella paralisi che coglie quando si smarrisce la fiducia e subentra la paura di sbagliare. E soprattutto quando all’immagine del Padre della misericordia si sostituisce quella di un padrone capriccioso e dispotico.

La Comunità cristiana delle origini pensava che Gesù, secondo quanto aveva promesso, sarebbe tornato già mentre era in vita la prima generazione. Ma il tempo passava e non si avevano segni del ritorno del Signore. Nasceva perciò la necessità di comprendere come vivere il tempo un’attesa che si andava protraendo.

L’evangelista Matteo propone l’insegnamento contenuto in questa parabola, nella quale Gesù è paragonato a un Signore che parte per andare a ricevere l’investitura regale. A tutti era evidente che questo richiamo rimandava alla regalità universale che il Padre aveva riservato al Figlio diletto del quale si era compiaciuto. Ma probabilmente l’immagine più immediata, anche perché più vicina nel tempo e a tutti nota, poteva essere quella del viaggio di Erode a Roma per ricevere da Augusto l’investitura quale re della Giudea. Partendo aveva affidato l’amministrazione del regno ai suoi ministri, esigendo, al suo ritorno, un minuto rendiconto e, considerato il personaggio, la “giustizia” che egli amministrava poteva essere molto crudele. Su questo sfondo vagamente storico potrebbe innestarsi questa pagina.

La parabola dunque parla di tre servi a ciascuno dei quali il re ha affidato una parte delle sue sostanze perché le amministrino durante la sua assenza. Risalta subito la figura dell’ultimo dei servi, quello al quale il Signore prima di partire aveva affidato un talento. Non a caso l’evangelista annota che si tratta di “talenti” per sottolineare che si tratta di ricchezze molto grandi. Infatti il talento era una unità di peso, in questo caso riferito a oro o argento, che appunto costituiva il tesoro del sovrano. Tale affidamento attesta la stima e la fiducia del re, che pertanto si aspetta dai suoi servi un risultato degno delle sue attese.

Dunque il terzo dei servi, colui sul quale si concentra l’attenzione perché con lui il re intrattiene un dialogo, al ritorno del suo Signore si presenta per restituirgli il tesoro che gli era stato affidato. E qui cominciano i guai.

Se consideriamo la vicenda in se stessa, potremmo trovare incomprensibile la severità del re; infatti il servo al quale era stato affidato un talento restituisce al suo Signore quanto aveva avuto in custodia. Non si può negare che egli abbia tenuto fede al suo impegno. La giustizia è salva. Perché dunque il Signore è così severo con lui fino al punto da cacciarlo dalla sua presenza?

Qui è in questione la mentalità che Gesù continuamente stigmatizza e che è tipica dei farisei e in particolare dei dottori della legge, i quali si preoccupavano di sentirsi a posto mediante l’osservanza puntuale delle norme e non andavano oltre. Alla base vi è un’idea di Dio che lo rassomiglia a un tiranno; il servo, per giustificarsi, dice: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. Quel servo è dominato dalla paura, teme il castigo, nella sua mente incombe l’immagine di un Dio violento, prepotente, che pretende l’impossibile. Chi mai potrebbe assumersi il rischio di un’impresa avendo dinanzi la minaccia di un castigo terribile nel caso di insuccesso? Chi mai potrebbe restituire al Signore il suo, quando fosse stato perduto in un affare arrischiato?

Questa è dunque l’idea di Dio che viene messa in questione dall’insegnamento della parabola. Dov’è l’amicizia per un Signore che si è sempre mostrato amico, al punto da affidare agli amici tutte le cose sue, il suo progetto, i suoi sogni? La paura impedisce al servo di diventare amico del suo Signore; questo fa di lui un “Servo malvagio e infingardo” e la severità del sovrano sarà senza sconti: sarà «gettato fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti», sono le manifestazioni del terrore: il servo ha avuto secondo i sentimenti del suo cuore.

Ben diverso invece è l’atteggiamento dei veri discepoli e amici di Gesù. Essi, sentendo la responsabilità della fiducia ricevuta, amministrano le ricchezze loro affidate come fossero proprie; infatti sentono come proprio l’impegno per il regno di Dio e la sua giustizia e per esso si spendono senza risparmio; è qualcosa che va molto più in là della semplice osservanza delle norme, perché la regola è l’amore verso il prossimo sull’esempio del loro Signore e Maestro. Il regno di Dio – questo tesoro incalcolabile che è stato affidato alla loro cura – raggiunge l’uomo quando esso si sente accolto, amato, sostenuto e benedice il Signore per il dono della vita. Per raggiungere questo risultato l’osservanza della Legge non basta; e il rischio viene premiato: i servi che hanno saputo trafficare il tesoro ricevuto in custodia, cioè si sono dedicati generosamente alla missione, possono dire al padrone: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque… ecco, ne ho guadagnati altri due”. E ad essi il Signore risponderà: “Servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo padrone“; è la gioia della Pasqua, è la gioia di coloro che hanno continuato la missione di Gesù e, come lui, non hanno esitato a rischiare anche la vita; e hanno saputo farlo perché nel loro cuore vi era la certezza dell’amicizia del loro Signore, ne sentivano la fiducia e sono andati avanti nel suo nome. Gli altri invece, quelli che non hanno creduto nell’amore, non hanno avuto cuore per rischiare e semplicemente restituiscono quanto avevano ricevuto in custodia, come avrebbero fatto dei burocrati rassegnati.

Gesù, andando al Padre, affida il suo gregge agli Apostoli e – più in generale, alla Comunità –, affinché ne abbiano cura. Egli si aspetta che, annunziando la Buona Notizia, essi facciano crescere la famiglia di Dio. Se qualcuno invece terrà nascosta la Parola, essa non darà frutto e colui che ne era stato fatto responsabile dovrà risponderne. Apparirà chiaro allora che il servo «malvagio e infingardo», che credesse di risolvere con un ossequio untuoso la sua inerzia, dimostrerà una ben scarsa stima del suo Signore; la sua preoccupazione è sentirsi a posto e niente più. Contrariamente agli altri servi costui non ha imparato ancora ad essere amico, è rimasto un “servo”, perché è “infingardo”, cioè uno che finge incapacità per non assume delle responsabilità; in questo caso è uno che finge ossequio mentre nel suo cuore abita il disprezzo.

In questa parabola Gesù sottolinea una volta di più per i suoi discepoli la necessità di assumere con fiducia un ruolo attivo nel mondo, non limitandosi ad un’osservanza formale della legge di Dio, ma operando con lo spirito di Gesù per far crescere il bene. Inoltre la parabola è insieme un’esortazione e una critica per tutti quei cristiani che, affaticati dall’attesa del ritorno del Signore, sono tentati di abbandonare l’impegno; il Signore esorta i suoi ad impegnarsi secondo la consegna loro affidata, cioè a continuare la missione, per fare crescere la Chiesa: egli presto verrà. Anzi continua a venire nella storia degli uomini, saprà riconoscerlo chi lo attende con cuore sincero e se ne rallegrerà.