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Dn 12, 1-3. Sal. 15, 5 e 8. 9-10. 11. Eb 10, 11-14. 18. Mc 13, 24-32.

Il testo proposto dalla liturgia si colloca quasi al termine dell’anno liturgico e ha lo scopo di sostenere la riflessione della comunità chiamata a vivere in un tempo nel quale i cambiamenti, specie se traumatici, possono far vacillare la fede dei più deboli e provati. Il tempo presente, non meno che in passato, è segnato da conflitti che toccano pesantemente molti popoli e talvolta in modo diretto i credenti. Quando vengono meno le certezze, quando si sgretolano come castelli di sabbia le basi su cui si era costruita la propria vita e si era strutturata la società, quando le certezze un tempo comunemente condivise sembrano dissolte, l’uomo, anche il credente, si scopre profugo di un mondo di cui rimangono solamente brandelli. Colui che volgendosi attorno rimane smarrito come un sopravvissuto fra le macerie, deve ritrovare il sentiero che conduce al centro della sua storia e del suo cuore, alla stanza più intima, al luogo inviolato, dove con certezza potrà trovare l’Ospite e scoprire che non fu mai solo né mai lo sarà. Anche il peccatore e colui che visse lontano da Dio può intraprendere questo santo viaggio con la sicurezza di giungere alla meta, perché questo è il tempo favorevole, questo è il momento della salvezza e Dio vuole farsi trovare. È proprio allora che l’errante deve imparare a diventare pellegrino, cioè deve scoprire una meta verso la quale muoversi. Essa più che un luogo fisico, sarà quella Santa Montagna su cui il Signore ha posto la sua dimora: essa rimane salda anche quando tutto attorno il mondo crolla.

I Certosini hanno un motto eloquente: «Stat crux dum volvitur orbis» (la croce sta ferma mentre il mondo gira). Il Mistero Pasquale è il paradigma che consente di decodificare il messaggio che ingravida la storia. L’errante diventa pellegrino quando, mentre tutto cambia, continua a cercare e a trovare il Signore in tutte le cose e ritrova la consolazione quando impara a vedere i segni della sua opera in mezzo al dissolversi delle certezze.

Un giorno mi capitò di passare attraverso le rovine di quello che era stato uno splendido monumento distrutto da un terremoto. Le pietre magnifiche inducevano a riandare con dolore alla bellezza scomparsa; poi notai tra quelle pietre rovinate dell’erba e un cardo che spuntava tra tutte. Fu un luce: la vita vince sempre e ricomincia ogni volta. La storia è come un caleidoscopio che forma sempre nuove, bellissime e irripetibili figure.

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Le immagini che ricorrono nel testo evangelico ricordano gli eventi cosmici che preparano e accompagnano la manifestazione gloriosa e terribile di Dio. Il linguaggio apocalittico fa pensare agli ultimi giorni e al ritorno imminente di Gesù nella gloria. Di fatto Gesù rivela che anche se la storia dell’umanità e la comunità cristiana hanno conosciuto tempi di terribile oscurità – condizioni che si possono ripetere e riguardare anche i nostri giorni –, i credenti devono conservare la speranza, perché alla fine sarà lui, il Signore, a trionfare. La storia, infatti, è il luogo della manifestazione di Dio e dell’incontro di ogni uomo con lui. E anche nel tempo della persecuzione Dio mostra la sua fedeltà ai suoi fedeli sostenendoli nella lotta, sicché essi, benché vinti agli occhi degli uomini, portano «rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9).

Il testo risente dei fatti accaduti a Gerusalemme e in Palestina pochi decenni dopo la morte e resurrezione del Signore. La comunità cristiana fu coinvolta nella guerra che distrusse il Tempio e disperse Israele. Quella guerra tremenda, con le morti le distruzioni e gli orrori che l’hanno segnata, qui è vista come il segno della lotta alla finale e come il preludio della manifestazione gloriosa di Cristo e del giudizio con il quale i giusti saranno riscattati. Siamo di fronte a un affresco impressionante, che è una teologia della storia. La prima comunità cristiana, che attendeva il ritorno del Signore nel tempo della generazione che aveva conosciuto Gesù, vede nella dispersione di Israele il giudizio di Dio sul popolo che non aveva riconosciuto il Salvatore.

Il Signore però non torna manifestando la sua potenza nella gloria; allora si comprende che l’età presente è – in tutta la sua durata, che supera quella di una o di poche generazioni – il tempo ultimo, nel senso che non vi sarà altra manifestazione del Signore se non alla fine della storia stessa: quella di ogni uomo, anzitutto, e poi quella dell’intera umanità. Quel giorno è conosciuto soltanto dal Padre; per quanto riguarda l’uomo, il tempo deve essere segnato dall’attesa fedele del ritorno del Signore.

Come chiave interpretativa degli eventi, Gesù propone la parabola del fico: il contadino riconosce che la primavera è vicina, quando il fico mette i germogli. Con tutta probabilità, la parabola va colta nel senso stretto del rimando al segno premonitore; ma, almeno come suggestione, non è senza significato che si tratti di un segno positivo, di un richiamo alla vita che rinasce. Anche la sventura, anche la catastrofe che porta scompiglio e turbamento e può essere una forte tentazione a disperare bisogna imparare a leggerla come il preludio di un bene più grande. Vi sono dunque dei segni oggettivi che fanno comprendere la prossimità della manifestazione del Signore: la piena del fiume che devasta la pianura e distrugge tutto quello che incontra sulla sua strada non è soltanto rovina, perché il limo che ricopre il piano renderà più fertile la terra; il gemito della terra si muterà nel canto lieve della primavera e poi nel rigoglio dell’estate. È il ciclo della vita: ci sarà il tempo della gioia per i giusti, che finalmente otterranno redenzione dai loro oppressori.

Questo testo del Vangelo illumina in particolare le età di passaggio, caratterizzate appunto dal dissesto di ciò che sembrava intramontabile, dal venir meno delle certezze e dalla conseguente scollatura tra le generazioni e le diverse componenti sociali ed ecclesiali. Con frequenza si accendono conflitti che producono profonda sofferenza e segnano intere generazioni. Tutto, a una lettura non illuminata dalla Parola, induce al pessimismo. Eppure proprio questi eventi così gravidi di dolore e di tragedia sono l’indizio di un’età nuova nella quale avrà stabile dimora la pace, perché Dio siederà Signore in mezzo al suo popolo; dice Gesù: «quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino». Proprio quello che si presenta tanto tragico, da Gesù viene paragonato al germogliare del fico, l’albero dal quale vengono prodotti frutti dolcissimi. Questo ricorda che solo Dio è Signore della storia e che il credente deve mantenere la fiducia, qualunque cosa accada. Nella storia dell’umanità, infatti, e in quella di ogni uomo, si ripresenta il mistero della Pasqua del Signore: la passione e la croce sono la necessaria premessa della risurrezione. Nella natura e nella storia ogni morte è l’inizio di una nuova vita. Sulle splendide rovine dell’Impero di Roma e con le sue stesse pietre è nata la civiltà cristiana, più e più volte rinata dopo gli sconvolgimenti che l’hanno messa a dura prova. Nella persecuzione l’anima non perisce. E tutto rinasce più semplice, chiaro e trasparente; come un cristallo, che nella sua purezza rifrange la luce nei suoi colori.

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Lungo la sua storia la comunità cristiana ha assistito molto volte ai rovesci della fortuna; spesso è stata ed è vittima di persecuzioni, alcune delle quali hanno cancellato la presenza della chiesa da aree in cui aveva prosperato, e ha spostato popolazioni intere determinando profondi cambiamenti nei popoli. Chi ha vissuto in prima persone questi eventi ne ha provato tutta la durezza, ma come sempre ogni medaglia ha il suo rovescio: le trasformazioni, con tutto ciò che hanno di traumatico, sono la premessa di novità che stanno germogliando. Ad esse il Signore invita a portare l’attenzione, perché è lui e lui solo il Signore della storia.

I cristiani sono parte del popolo al quale appartengono e ne condividono le condizioni. Quanto più esse sono pesanti, tanto più diviene urgente mantenere desta la speranza, in sé e negli altri: la comunità cristiana è la custode della speranza per il mondo intero. Le difficoltà possono spingere alla disperazione, ma possono anche stimolare all’apertura e alla ricerca di cose nuove, di modi nuovi di vivere, e di costruire la convivenza. Infatti chi riesce a contrastare la spinta a rinchiudersi in sé stesso nell’inutile difesa del proprio interesse, può gustare la ricchezza della comunione con tutti gli uomini di buona volontà ed essere protagonista della costruzione di impensabili novità.