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Is 60, 1-6. SAL. 71, 2. 7-8. 10-11. 12-13. Ef 3, 2-3a. 5-6. Mt 2, 1-12.

 

La festa dell’Epifania sottolinea il carattere universale dell’Incarnazione: il Signore si mostra al mondo, come colui che rivela e fa vedere il volto del Padre.

È una manifestazione che ha un carattere anche temporale: infatti è nel corso della storia che il Signore si svela come l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio per noi che ci chiama tutti a salvezza.

È dunque in questa luce che comprendiamo l’annuncio del giorno della Pasqua e delle altre feste dell’anno liturgico che, di fatto, dispiegano nel tempo il mistero dell’amore di Dio per noi.

La prima lettura ci situa nel ritorno dei Giudei dall’esilio, intorno all’anno 538 a.C.

Gerusalemme è ancora senza il tempio che era stato distrutto ed è la capitale di un piccolo angolo dell’impero persiano.

Eppure, il profeta intravede che diventerà il centro dell’universo.

Si tratta in realtà di una visione escatologica, quando la nuova Gerusalemme con al centro l’Agnello immolato ma vivente, diventerà il polo di attrazione e di speranza per tutte le genti.

Anzi, diventerà un simbolo di pace, perché in essa tutti gli uomini si riconosceranno fratelli, in quanto riscattati e redenti dal sangue effuso dall’Agnello vincitore sulla morte.

Il Messia glorioso, dunque, attira a sé tutti i popoli e illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

Isaia usa una immagine molto densa di significati: Sion non solo accoglie la luce ma la riflette.

I popoli si rivestiranno di quella gloria che emana dal Signore e allo stesso tempo la diffonderanno, perché questa luce gloriosa possa indicare a tutti il cammino della salvezza e della vita.

Questo testo è possibile leggerlo in chiave battesimale.

Nella chiesa antica il Battesimo si chiamava infatti illuminazione e non a caso in alcune tradizioni in questo giorno si segnavano i nomi di coloro che avrebbero ricevuto il sacramento della rinascita la notte di Pasqua.

Dietro l’immagine di Gerusalemme c’è dunque quella della Chiesa, chiamata a essere nella storia colei che continuamente riceve la luce del Risorto, per riverberarla a tutti i popoli e in tutte le situazioni.

Come comunità cristiana sappiamo che siamo immersi in una lotta tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte.

È però la presenza del Signore, che ha voluto essere con noi fino alla fine dei tempi, la luce che unifica tutti gli uomini come tutti bisognosi di salvezza.

Abbiamo, allora, questo compito come comunità di credenti in Cristo: essere canto di speranza e di pace per tutti gli uomini attraversati dal dubbio, dalla mancanza di fede, o che non hanno la pace nel cuore.

La missione di noi cristiani non è quella di trattenere il dono ma di moltiplicarlo, perché siamo tutti partecipi della stessa eredità.

Il vangelo, attraverso la figura dei Magi, ci fa contemplare il punto di arrivo della lunga ricerca della fede.

Questi personaggi misteriosi esprimono la condizione più vera di ogni uomo, che deve intraprendere un viaggio per trovare una risposta alle domande interiori che lo agitano.

I Magi non hanno certezze, devono chiedere; cercano un Re, cioè qualcuno da ascoltare e non qualcosa da possedere.

Cercano, perché la risposta vera alla nostra vita, non la troviamo dentro noi stessi, ma ci viene rivelata.

I Magi si mettono in cammino vincendo la paura della notte e scoprono di non essere soli, perché una stella li precede e li guida.

È quella luce che brilla nelle tenebre di cui parlava Isaia, che è rivelatrice del camminare di Dio con noi sui sentieri spesso accidentati della storia.

C’è però in questa festa dell’Epifania un elemento di giudizio e di svelamento dei cuori che non possiamo trascurare.

C’è una ricerca – quella dei Magi – che ha come fine riconoscere e adorare il mistero che si rivela; c’è un’altra tipologia di ricerca – quella di Erode – che è guidata dalla volontà di soffocare la vita, dalla doppiezza e dalla menzogna.

I risultati sono logicamente opposti: da una parte abbiamo la gioia, il dono, la sincerità dell’adorazione e della lode, dall’altra la paura, il rifiuto e il rinchiudersi in una volontà di morte.

Il dono di Dio non è mai neutrale e svela la qualità del nostro cuore.

O c’è accoglienza, che diviene partecipazione della logica del dono o c’è rifiuto, che diventa volontà di abitare nelle tenebre e nella morte.

Davanti al bambino, i Magi aprono i loro scrigni: non sono venuti per prendere, ma per donare e per offrire.

Lo stesso accadrà nella Gerusalemme del cielo, dove la schiera dei santi e beati che hanno terminato il loro cammino di ricerca, offriranno profumi all’Agnello immolato ma ritto sul trono, l’unico capace togliere i sigilli al libro e di svelare il senso pieno e autentico della storia.

I Magi come i Santi hanno avuto il coraggio di aprire davanti al Signore il tesoro del loro cuore: i loro desideri, i loro progetti, le loro speranze, le loro disillusioni, le loro difficoltà.

In altre parole hanno presentato e consegnato al Signore tutta la loro vita.

Ora partecipano della vita di quel Dio che si è fatto loro vicino gratuitamente per solo amore e riflettono quella luce da cui sono illuminati.

Matteo sottolinea che i Magi tornano a casa per un’altra strada, perché tornano diversi da come erano venuti.

È indicato qui un elemento importante anche per noi: l’incontro con il Messia è il fine della loro ricerca ma non la fine del loro cammino.

I Magi hanno ri-orientato il percorso della loro vita alla luce di Colui che hanno adorato, amato e servito.

Adorare quel bambino li ha cambiati, per questo la loro strada adesso è un’altra.

Incontrare realmente Cristo porta sempre a convertirsi, a cambiare la direzione della propria vita.

Così canta la liturgia orientale, condensando il mistero dell’Incarnazione:

Ti sei manifestato oggi al mondo, e la tua luce, o Signore, ha impresso il segno su di noi che, riconoscendoti, eleviamo a te il nostro inno: Sei venuto, sei apparso, o luce inaccessibile che sveli a noi l’Eterno, Colui che è compassionevole e misericordioso e che ci ha teso le mani per abbracciarci nel suo perdono.

MM