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Is 601-6; Sal 71,2.7-8.10-11.12-13; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Penso che potremmo commentare l’intera Liturgia di oggi con le parole del salmo: “Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua grazia”. La grazia e la verità, come insegna Giovanni, sono Cristo stesso, e così le letture di oggi ci mostrano come le genti, cioè i Magi, i pagani, camminano allo splendore del sorgere della vera stella, Cristo, nato da Maria, e ricevono la medesima eredità di Israele. Paolo è banditore e araldo di questo mistero, e per questo è detto “Apostolo delle genti”. Oggi – potremmo dire – la Chiesa continua la medesima missione di Maria, genera Gesù, attraverso la predicazione e i sacramenti, e i popoli camminano allo splendore della sua luce. In fondo, le grandi attese e il sincero affetto che molti, anche laici – che sono poi i moderni “pagani”, nel senso di persone oneste che non credono in Cristo –, hanno per il papa Francesco, testimoniano proprio questo.

E così la festa di oggi si chiama “epifania”, cioè “manifestazione”, di Dio, manifestazione che si compie appunto nel Bambino, poiché Dio si rivela non “più grande”, ma, inaspettatamente, come “più piccolo”; così noi facciamo bene a genuflettere, entrando in chiesa, davanti al Tabernacolo, che è la mangiatoria di oggi, ma dovremmo ricordarci che compiamo quel gesto non per umiliarci davanti a uno più potente, come facciamo secondo l’etichetta del mondo, ma pieghiamo le ginocchia come quando vogliamo parlare con un bambino, lasciarci prendere da quello che ci vuole dire, lasciarci incantare da lui. Siamo sempre in ginocchio, ma in una prospettiva ben diversa.

Se, come abbiamo detto, “il Signore si rivela a chi lo teme”, è anche vero però il contrario, cioè che Egli non si rivela a chi non lo teme, o, come dice la Scrittura, a “chi lo tenta”; “temere” qui è il temere di perderlo, di non trovarlo, di lasciare che la logica del peccato ci afferri, e, trascinandoci come in un gorgo, ci porti lontano da Lui. La Scrittura dice che la sapienza non entra in un corpo schiavo del peccato; in fondo, il nostro libero consenso a dinamiche mortifere – ad esempio, al potere esercitato sugli altri in modo da frali nostro servi, al rancore, per il quale amiamo rivangare le nostre differenze e i torti ricevuti, alla diffidenza e al sospetto eretti a sistema, con le correlate dimensioni di vendetta e di esclusione – impedisce radicalmente il nostro cercare e trovare il Signore. In altri termini, non lo troviamo perché non lo abbiamo cercato, e non lo abbiamo cercato perché non lo abbiamo voluto cercare, in quanto abbiamo preferito altro a Lui. E questo non è tanto una spiegazione dell’ateismo degli altri, ma una riflessione sul perché noi cristiani, forse anche sacerdoti, non generiamo altri alla luce della fede. Mi pare notevole che, quando giuda Taddeo chiese a Gesù perché si fosse rivelato a loro e non al mondo, il Salvatore rispose. “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a Lui” (cfr. Gv 15, 23); il che mi sembra sottintendere che Dio si rivela appunto a chi lo teme, cioè a chi lo cerca. E per cercarlo davvero dobbiamo rinunciare ad altri dèi, a false prospettive che sono pur possibili. Allora avremo un cuore puro, come dice la Scrittura, come i Magi, e finalmente Lui si rivelerà a noi; vedremo colui che è luce perché avremo desiderato rifiutare le tenebre. Per questo nel mondo c’è abbastanza luce per vedere e abbastanza buio per non vedere.