Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Is 63, 16b-17.19b;64,2b-7. Sal. 79,2ac e 3b.15-16.18-19; 1Cor 1, 3-9. Mc 13, 33-37.

Con la prima domenica di Avvento incomincia un nuovo anno liturgico. la Chiesa propone nuovamente al cristiano di riprendere l’atteggiamento di chi attende il Signore, che è venuto, continuamente viene e verrà alla fine dei tempi.

Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare: è il compito propria della sentinella, che mentre gli altri riposano o sono intenti alle loro occupazioni, dall’alto della torre scruta l’orizzonte, semmai appaia un pericolo o si palesino i segni del ritorno del Signore atteso; è, ancora, il compito di chi ha la responsabilità della casa: deve vigilare affinché ognuno abbia ciò che gli è necessario; ed è il compito del portiere: se pure agli altri può essere consentito assopirsi, non così per lui, che deve essere pronto all’arrivo del padrone.

Ma la veglia che Gesù raccomanda non è quella timorosa di chi paventa un pericolo o quella stanca e rassegnata di chi è sopraffatto dalla fatica o, ancora, quella di chi per la lunga attesa si è scoraggiato e non confida più nell’arrivo di alcuno; è piuttosto quella di chi sa di una festa e ne aspetta l’annuncio, di chi vive l’attesa di un incontro, di chi aspetta una persona amata. L’attesa del cristiano, anche nella stanchezza, è piena di speranza.

La prima comunità cristiana si aspettava che il Signore sarebbe tornato presto, mentre era ancora vivente la generazione di coloro che lo avevano conosciuto ed erano stati testimoni della Pasqua. Ma il tempo passava e uno a uno, quei primi, morivano; anche degli Apostoli non restava più nessuno. Allora i cristiani si domandavano quando mai sarebbe tornato il Signore; avevano compreso che la promessa di Gesù, cioè che sarebbe tornato presto, doveva essere compresa in un modo diverso.

Essi vivevano dispersi nelle città del mondo intero e spesso erano fatto oggetto di persecuzioni; molti dovevano migrare da un luogo all’altro per avere salva la vita.

Così come accade oggi, c’erano periodi in cui le cose andavano male: guerre, carestie, eventi naturali che sconvolgevano interi territori… e qualcuno diceva: è la fine del mondo, questi sono i segni che il Signore sta per venire. Ma tutto passava e la storia riprendeva il suo ritmo. Poi c’era chi, raggiunto da qualche diceria, ripeteva a sua volta: il Messia è venuto ed è apparso nel tal posto … c’era chi diceva: dei saggi hanno avuto visioni e hanno annunciato che il mondo sta per finire. Di confusione ce n’era molta. Anche l’Apostolo Paolo all’inizio della sua missione pensava che Gesù sarebbe tornato presto e tuttavia rimproverò duramente quelli che avevano smesso ogni attività e passavano il loro tempo soltanto pregando. A costoro scrisse, duro: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2Ts 3,10). Insomma era venuto il tempo nel quale bisognava capire bene che cosa significava  l’insegnamento di Gesù riguardo alla sua prossima venuta per non trovarsi a credere a ogni diceria (così frequenti nei momenti di disagio e di crisi) o a vivere di paura.

È così che, passando il tempo, la Chiesa comprese che il Signore, venuto una prima volta nella storia degli uomini nascendo a Betlemme di Giuda, continuava ad essere presente e a venire accanto ad ognuno dei suoi discepoli assistendolo con il suo Spirito, e verrà alla fine dei tempi, quando la signoria che il Padre gli ha consegnato su tutte le cose apparirà nella gloria; quel tempo, però, solamente il Padre lo conosce. Quello che conta per l’uomo che vive nel tempo è che il Signore continua a venire. Perciò nessuno che abbia ricevuto l’annuncio del Vangelo può abbandonarsi alla tristezza e al disimpegno: Gesù non ha lasciato nessuno da solo. Il cristiano è chiamato a vivere nella speranza: è questo che dà forza al suo vegliare.

La certezza che il Signore ha abitato e abita la storia degli uomini dà una diversa intelligenza delle cose sicché il cristiano guarda lontano e, con l’intelligenza dello Spirito, intravvede i segni di ciò che sarà il compimento, ma, allo stesso tempo, guarda in profondità e coglie i segni di una presenza di Dio che è già all’opera nonostante le resistenze degli uomini. Perché «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; [27]dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). E sono proprio i momenti difficili, quando l’uomo è costretto ad ammettere il proprio limite (e, spesso, i propri colpevoli errori), che comincia il futuro; ogni momento di crisi è una nuova opportunità, un appello alla conversione: ciò che si è fatto, l’indirizzo che si era preso, le imprese avviate e fallite non erano la via giusta?, ebbene bisogna tentare altre strade, senza scoraggiarsi; bisogna scrutare lontano, mettersi in ascolto… bisogna vedere e pensare in modo differente. Sì, perché un vero inizio sarà possibile solamente con un cuore nuovo. Cioè un cuore che guarda con benevolenza gli uomini e considera il tempo come il luogo in cui l’anima impara il linguaggio dell’amore; la storia, con la fatica che impone ad ognuno, va tessuta pazientemente e con l’obiettivo che l’uomo, ogni uomo, sia restituito alla sua piena dignità e scopra di essere un figlio di Dio amato. Allora non sarà questione di diritti individuali (veri o presunti) in più o in meno, ma della centralità della persona, riconosciuta nella sua grandezza e nella sua fragile realtà, con i suoi bisogni, ma soprattutto con il suo destino di interlocutore di Dio e sua immagine.

Molte volte il fallimento dei progetti più generosi è stato determinato dall’illusione di costruirsi un “paradiso” a immagine delle attese immediate. Chi non aspetta più nessuno, chi lungo il tempo smette di pensarsi in cammino e ospite, sente il bisogno di costruire una casa, e che sia ben solida. Chi non spera più in Dio, progetta di costruire una torre, sulla quale converga lo sguardo di tutti come a una promessa finalmente mantenuta, foriera di una nuova stagione: finalmente una storia di cui gli uomini siano gli indiscussi e i soli padroni… Ma ogni volta che l’uomo ci ha provato è scoppiata la confusione delle lingue, perché se tutti, da principio sono d’accordo sul progetto, strada facendo si dividono su come portarlo a compimento. Tutti i messianismi creati dagli uomini hanno tradito le loro promesse.

«Vegliate». Bisogna imparare a vivere di speranza e nell’attesa laboriosa, di notte e di giorno; occorre offrire al mondo il servizio impagabile di chi sa scrutare l’orizzonte del tempo per indicare con umile certezza i segni del Signore che sta venendo ogni giorno, perché non si è dimenticato dell’umanità; è necessario vegliare alla porta con l’orecchio teso dell’innamorato, che avverte il passo, diverso tra tutti, dell’amore che attende. E se l’attesa è difficile, perché quella di chi ama è una solitudine insopportabile, però è viva e gravida di gioia.

Nella lunga storia dell’Europa vengono indicati dei periodi molto difficili, quando tutto sembrava crollare, anche materialmente. Basta pensare al progressivo disfacimento degli splendidi monumenti imperiali di Roma abbandonati all’incuria, dopo che la capitale  si era trasferita a Milano e a Costatinopoli. Quella che era stata una splendida civiltà crollava tristemente pezzo a pezzo, travolta dalla corruzione e dagli scandali. Un popolo che era stato potente al punto da soggiogare tutto il bacino del Mediterraneo, aveva smesso di guardare lontano, si era adagiato su se stesso pervertendosi. Ma da quelle rovine altri popoli, un tempo sottomessi, furono protagonisti di altre stagioni, e diedero vita altre culture non meno splendide. Coloro che seppero custodire la speranza ebbero un progetto da offrire agli uomini e ne nacquero nuove civiltà, con un’anima: era la fede nel Vangelo. I popoli si rimisero in cammino e ripresero a costruire la storia.

Qualcuno osserva che anche nel mondo odierno sta accadendo qualcosa di simile. Ci sono le stesse divisioni, perché, si sa, quando vi è una crisi ognuno vorrebbe che la sua soluzione avesse ragione di tutte le altre. Ma in questa confusione vi è chi si leva dalla mischia e, in silenzio, si mette a costruire una casa per gli umili. Vincerà la sfida chi saprà dare una risposta alla solitudine e alle insicurezze dell’uomo; non cose splendenti ed effimere, ma solide, capaci di saziare il cuore, perché l’uomo non è sciocco e sa distinguere l’illusione dalla realtà, specie se viene da una lunga faticosa ricerca. Vincerà la scommessa colui che è rimasto nel silenzio e con l’orecchio teso e ha colto il passo lieve del Signore che viene ed pronto ad accoglierlo, come meglio sa e può.

Il tempo presente è portatore di un messaggio: il Signore sta venendo. E l’uomo, ogni uomo, è invitato a prendere atto che là dove è conclamato il suo limite, incomincia il tempo di Dio. Perciò il Natale sarà la festa non solamente di un evento passato, ma di un presente pieno di vita.