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Con la prima domenica di Avvento ha inizio un nuovo anno liturgico, in cui l’evangelista Luca ci aiuterà a penetrare sempre più i misteri della nostra salvezza.

Il tempo di Avvento intreccia il presente e il futuro, il già e il non ancora, il possesso e l’attesa.

L’Avvento esprime il desiderio di “impossessarci” nuovamente e definitivamente della persona del Signore glorioso, per camminare con lui verso la pienezza della vita.

Questo anelito non è solo di questo tempo, ma di tutto l’anno liturgico in cui facciamo memoria degli eventi della salvezza, per rendere la nostra esistenza più piena, completa e definitiva.

In questo senso pur ripercorrendo ogni anno lo stesso itinerario che è l’anno liturgico, non compiamo una ripetizione, ma un approfondimento.

L’attesa del cristiano è vissuta nella speranza del compimento di ciò che è “già” in qualche modo realmente posseduto. Non attendiamo un assente, ma il ritorno glorioso del Signore, che già cammina con noi e opera in noi per mezzo del suo Santo Spirito.

L’Avvento è allora un appello ad accogliere la qualità salvifica di cui è già gravido il nostro presente, qualità che è chiamata a consolidarsi sempre più fino alla pienezza finale.

Poiché il Signore viene – ed è lui la nostra pienezza -, gli andiamo incontro vegliando.

L’atteggiamento della vigilanza che ci è suggerito nell’attesa, ci aiuta a non lasciarci sfuggire l’occasione di incontrare il Signore nelle realtà che già stiamo vivendo.

L’Avvento, dà il tono a tutto l’anno liturgico, da vivere nell’attesa nella preghiera.

Tutta la nostra vita deve essere sorretta dalla preghiera, che rappresenta l’unico mezzo, anche nelle più profonde difficoltà della vita, per mantenerci in contatto con la persona del Signore e per discernere la sua presenza.

L’Avvento è allora una metafora della vita cristiana, intesa come movimento, ricerca, desiderio, ansia; e allo stesso tempo è celebrazione del movimento di Dio che viene verso di noi.

Questo tempo di attesa, come figura di tutta la nostra esistenza, è un invito alla fiducia, a non temere perché Dio mantiene le sue promesse di bene.

Sono proprio le letture di oggi a ricordarcelo e ad animare la nostra speranza.

Geremia vede la futura venuta del Messia come un atto di fedeltà di Dio alle sue promesse.

Il Signore in mezzo all’abbandono della speranza e nella dimenticanza della fede antica, fa sbocciare un germoglio di giustizia, ossia un virgulto di salvezza: un Messia che verrà a rinnovare Israele e Gerusalemme.

Non è opera dell’uomo, ma di Dio, che noi siamo chiamati ad accogliere con fede.

Nella seconda lettura, – il primo documento scritto del cristianesimo – Paolo insiste sulla gioiosa certezza che Gesù, morto e risorto, tornerà ad instaurare il suo regno glorioso e ne farà partecipi tutti coloro che gli saranno fedeli.

I Tessalonicesi vivono ormai in questa attesa di fede nella quale hanno scoperto l’amore fraterno e Paolo li incita a progredire ancora di più in santità di vita.

L’attesa dei “nuovi cieli e nuova terra”, si manifesta abbondando nell’amore e rimanendo ben saldi e vigili nella santità.

Le raccomandazioni di Paolo non sono vaghe o astratte perché egli si propone come esempio.

Paolo conosce bene la difficoltà di passare dall’uomo che crede in Dio, all’uomo che testimonia Dio, perciò offre la sua vita agli altri come esempio da imitare perché tutti insieme si possa “piacere a Dio”.

Paolo ci indica nell’amore per il prossimo, per tutto il prossimo, la caratteristica specifica del cristiano, che assieme alla gioia, lo distingue e lo caratterizza rispetto agli altri, facendolo partecipare della santità di Dio.

Il brano di Luca è invece un breve stralcio di un discorso apocalittico molto più ampio. Il suo scopo è di assicurare che il Signore è vicino.

Si tratta di un dato di fede testimoniato da tutto il Nuovo Testamento: il ritorno del Figlio dell’uomo. È una grande certezza, che è insieme giudizio e salvezza.

Un giudizio severo e senza riguardi per nessuno, tanto che l’evangelista sente il bisogno di concludere consigliando di pregare «per trovare il coraggio» di comparire davanti al Figlio dell’uomo.

Un giudizio che avverrà sulla base della posizione che si assume ora nei confronti del Cristo.

La condanna, dunque, è per tutti coloro che hanno rifiutato la dedizione alla verità e all’amore – quasi provandone vergogna – e hanno preferito la via dell’egoismo, della violenza e del successo cercato a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.

La venuta del Figlio dell’uomo – un evento certissimo – costituirà per tutti costoro la dimostrazione pubblica del fallimento di tutte le loro pretese.

Per i discepoli invece, che non si sono vergognati del loro Maestro e della strada che Lui ha percorso, sarà il momento in cui apparirà a tutti, con estrema evidenza, l’amore che essi hanno vissuto.

C’è anche una seconda certezza che Luca afferma con forza: «La vostra liberazione è vicina».

Non significa che il ritorno del Figlio dell’uomo sia oggi o domani, ma che tutta la storia è immersa nell’imminenza delle ultime cose.

Sempre il tempo è importante e decisivo, non necessariamente perché breve, ma perché ricco di occasioni dalle conseguenze incalcolabili. Da qui il dovere di essere svegli e pronti.

È sempre però in agguato il rischio che, distratti dalle cose secondarie e non attenti al fatto essenziale, non sappiamo scorgere i momenti propizi di cui la vita è ricca.

Non è soltanto questione di disordine morale o di sregolatezze, ma più semplicemente della vita e dei suoi molti e spesso inutili «affanni» che distraggono dall’essenziale.

Anche una vita onesta – disattenta e dispersa in troppe cose – può alla fine riuscire vuota.

Occorre pertanto il coraggio di rimanere vigilanti e in preghiera, in questo tempo del “già e non ancora” che è la nostra vita terrena.

Gli atteggiamenti che questo tempo di Avvento ci suggerisce, diventino la cifra della nostra attesa e della nostra speranza.

MM